«Su quella macchina tu non sali.»
Mio padre chiuse la portiera un attimo prima che riuscissi a entrare.
Il rumore fu abbastanza forte da far voltare metà delle persone davanti alla chiesa.
Lo fissai.
«Papà, che stai facendo?»
Giovanni Lombardi non era il tipo di uomo che faceva scenate.
Per tutta la cerimonia era rimasto composto.
Mi aveva accompagnata all’altare.
Aveva stretto la mano a Federico.
Aveva perfino sorriso durante le fotografie, cosa che per lui era quasi un miracolo.
E adesso era davanti alla macchina degli sposi con una mano sulla portiera e un’espressione che non gli avevo mai visto.
«Non salire.»
«Perché?»
Non rispose.
Dietro di me sentii Lucia avvicinarsi.
«Chiara, va tutto bene?»
Non ne avevo idea.
La cerimonia era finita da meno di dieci minuti.
Federico stava salutando alcuni parenti davanti ai gradini della chiesa.
La macchina, una vecchia Alfa Romeo restaurata per il matrimonio, ci avrebbe portati alla villa dove ci aspettavano gli invitati.
Era tutto programmato.
Tutto perfetto.
Fino a quel momento.
«Papà.»
Abbassai la voce.
«Ci stanno guardando tutti.»
Lui non si mosse.
«Meglio.»
Quella risposta mi fece gelare.
«Meglio cosa?»
Federico finalmente si accorse della situazione.
Si avvicinò.
«Che succede?»
Mio padre lo guardò appena.
«Niente.»
Federico fece un piccolo sorriso nervoso.
«Non sembra niente.»
«Giovanni?» intervenne Lucia.
«Puoi almeno dirci perché Chiara non dovrebbe entrare nella sua macchina?»
Mio padre aprì di nuovo la portiera.
Non guardò il sedile.
Guardò sotto.
Marco, l’autista, fece subito un passo verso di lui.
«Signore, posso aiutarla?»
Papà si piegò dentro l’abitacolo.
«No.»
Marco guardò Federico.
Poi me.
«Non c’è niente lì sotto.»
Mio padre si fermò.
Lentamente girò la testa verso di lui.
«Non ti ho chiesto se c’era qualcosa.»
Marco non rispose.
Fu in quel momento che cominciai davvero ad avere paura.
Non perché pensassi ci fosse qualcosa di pericoloso nell’auto.
Ma perché il volto di Marco era cambiato.
Avevo visto quell’uomo per la prima volta quella mattina.
Era stato gentile.
Professionale.
Quasi invisibile.
Adesso sembrava improvvisamente molto interessato a quello che mio padre stava facendo.
«Papà», dissi. «Che stai cercando?»
Nessuna risposta.
Si abbassò ancora.
Infilò un braccio sotto il sedile posteriore.
Federico fece un passo avanti.
«Giovanni, basta. Se hai un problema con me, parliamone senza rovinare tutto davanti agli invitati.»
Mio padre tirò fuori qualcosa.
Un telefono.
Nero.
Senza custodia.
Lo guardai.
«Non è mio.»
Federico si fermò.
Marco abbassò gli occhi.
Papà rimase con il telefono in mano.
«Lo so.»
Quelle due parole mi fecero voltare verso di lui.
«Come fai a saperlo?»
Il telefono vibrò.
Lo schermo si illuminò.
Mio padre lo girò verso di me.
C’erano undici chiamate perse.
Tutte dallo stesso contatto.
Mi avvicinai.
All’inizio vidi solo il numero.
Poi il nome.
Il mio stomaco si chiuse.
Guardai di nuovo.
No.
Non poteva essere.
«Chiara?» disse Lucia.
Non risposi.
Federico cercò di prendere il telefono.
Mio padre spostò la mano.
«Non toccarlo.»
«È assurdo.»
La voce di Federico era cambiata.
Non sembrava arrabbiato.
Sembrava spaventato.
«Di chi è?» chiesi.
«Non lo so», disse.
Lo guardai.
«Non ti ho chiesto questo.»
Il telefono vibrò di nuovo.
Stesso nome.
Dodicesima chiamata.
Marco fece mezzo passo indietro.
Lo vidi.
Anche papà.
«Marco», disse mio padre.
L’autista alzò le mani.
«Io non so niente.»
«Non ho ancora fatto una domanda.»
Nessuno parlò.
Gli invitati più lontani non capivano cosa stesse succedendo.
Quelli più vicini avevano smesso di fingere di non ascoltare.
Io continuavo a guardare il nome sullo schermo.
Era un nome che conoscevo.
Un nome che non avrebbe dovuto comparire lì.
Non quel giorno.
Non sul telefono nascosto sotto il sedile della nostra macchina.
Sollevai lentamente gli occhi verso Federico.
Lui evitò il mio sguardo.
Fu quello a darmi la risposta prima ancora che parlasse.
«Federico.»
Finalmente mi guardò.
Alzai il telefono tra noi.
«Perché sta chiamando te?»













