La prima cosa che si mosse non fu il suo viso, né il petto, né le labbra.
Fu l’indice della mano destra.
Lo vidi piegarsi lentamente sul bordo del plaid azzurro che copriva mio figlio.
Per alcuni secondi rimasi immobile, con una mano ancora appoggiata alla schiena di Tommaso, convinta che fosse stato il peso del bambino a spostare il tessuto. Ero sveglia da quasi venti ore. Avevo dormito a pezzi per tutta la settimana. Quando si vive con un bambino di dieci mesi che mette i denti e con un uomo che tutti aspettano di vedere morire, il cervello comincia a confondere ciò che teme con ciò che vede.
Poi l’indice si mosse di nuovo.
«Signor De Luca?»
La stanza era quasi buia. Dalle grandi finestre della villa, sulle colline sopra Como, arrivava soltanto il riflesso arancione dei lampioni del vialetto. Il monitor accanto al letto segnava lo stesso ritmo regolare che avevo imparato a controllare ogni mezz’ora. Il respiratore non c’era; Matteo De Luca respirava da solo, male ma da solo. I medici dicevano che il suo organismo stava cedendo e che ormai si trattava solo di accompagnarlo con dignità.
Aveva quarantotto anni, un gruppo di aziende di logistica e trasporto merci, una casa che sembrava un albergo e una famiglia che parlava già di fiori per il funerale.
Io, invece, avevo trentadue anni, centoventitré euro sul conto, nessuna famiglia a cui chiedere aiuto e un bambino che non potevo lasciare a nessuno.
Avevo accettato quel lavoro perché l’agenzia mi permetteva di dormire nella dépendance con Tommaso. In cambio, turni lunghi, disponibilità quasi continua e la promessa di non “creare complicazioni” in una casa dove ogni stanza costava più di tutto ciò che avevo posseduto in vita mia.
Quella notte Tommaso aveva la febbre. Camminavo avanti e indietro nel corridoio di servizio, cercando di non farlo piangere. Quando entrai nella camera di Matteo, pensai soltanto che lì c’era più silenzio. Mi sedetti sulla poltrona accanto al letto. Tommaso si agitò ancora. Per sfinimento, lo appoggiai per pochi istanti sul petto dell’uomo, sopra il plaid.
Il bambino smise di piangere quasi subito.
E Matteo mosse la mano.
Mi chinai.
«Mi sente?»
Le sue palpebre tremarono.
Un occhio si aprì appena.
Non era uno sguardo vuoto. Mi stava fissando.
Sentii il sangue lasciarmi il viso.
«Se mi sente, chiuda l’occhio una volta.»
Lo fece.
Mi portai una mano alla bocca per non gridare.
Tommaso continuava a dormire sul suo petto, ignaro.
«Due volte per dire no.»
Matteo chiuse l’occhio due volte.
Passai il resto della notte a inventare un linguaggio fatto di domande brevi, pause e sguardi verso la porta. Scoprii che sentiva quasi tutto quello che accadeva intorno a lui. Capiva chi entrava. Riconosceva le voci. Ricordava le conversazioni.
Alle cinque e venti del mattino riuscì a muovere le labbra.
Avvicinai l’orecchio.
«Non… dirlo.»
La voce era un soffio spezzato.
«A chi?»
Il suo sguardo scivolò verso la porta.
Non ebbi bisogno di altro.
Alle otto arrivò Lorenzo Ferretti, suo nipote. Completo blu scuro, cappotto di cashmere, telefono sempre in mano. Era figlio della sorella maggiore di Matteo, morta alcuni anni prima, e da settimane si presentava come l’unico parente in grado di “gestire la situazione”.
Entrò senza bussare.
«Come ha passato la notte?»
«Come le altre.»
«Ha avuto crisi?»
«No.»
Lorenzo guardò il monitor, non suo zio.
«Meglio così.»
Si voltò verso di me.
«E suo figlio? Ho sentito piangere.»
«Sta mettendo i denti.»
«Questa non è una casa per bambini.»
Lo disse senza alzare la voce, ed era peggio.
«Capisco.»
«Spero. Perché se ricapita, dovrò chiedere all’agenzia di mandare qualcun altro.»
Quando uscì, Matteo aprì gli occhi.
«È lui?» sussurrai.
Una volta.
Sì.
Alle quattro del pomeriggio arrivò il dottor Paolo Verri, il medico privato che seguiva Matteo da settimane. Portava sempre una valigetta rigida nera. Controllò la pressione, lesse due numeri sul monitor e tirò fuori una piccola confezione senza etichetta commerciale. C’erano soltanto il nome del paziente e una sigla scritta a penna.
Non feci domande. Finsi di sistemare il comodino.
Verri preparò una siringa e la collegò alla linea dell’infusione.
Pochi minuti dopo, gli occhi di Matteo persero ogni capacità di seguirmi.
La sua mano si rilassò.
La respirazione divenne più lenta.
«Sta peggiorando?» domandai.
Il medico richiuse la valigetta.
«È la progressione prevista.»
«Quanto gli resta?»
Verri non esitò.
«Pochi giorni. Forse una settimana.»
Mise tutto nella valigetta, comprese le fiale usate.
Quella sera annotai la sigla che avevo memorizzato e cercai informazioni dal telefono. Non trovai il nome preciso del farmaco, ma trovai riferimenti a una classe di medicinali che, se usati impropriamente, potevano ridurre drasticamente la capacità di muoversi e compromettere la respirazione.
Rilessi quelle righe finché le parole smisero di sembrare vere.
Tornai nella stanza.
Matteo era immobile.
Aspettai quasi un’ora.
Poi le sue dita ricominciarono a reagire.
Gli presi la mano.
«Quello che le danno la tiene così?»
Una volta.
«Lorenzo lo sa?»
Una volta.
Il mio stomaco si chiuse.
«Perché? Per l’eredità?»
Due volte.
No.
Attesi.
Matteo riuscì ad aprire gli occhi.
«Non… casa.»
«Allora cosa?»
Le labbra tremarono.
«Firma.»
Prima che potesse dire altro, sentimmo passi nel corridoio.
Mi alzai di scatto e ripresi il termometro dal comodino proprio mentre la maniglia si abbassava.
Lorenzo comparve sulla soglia.
Mi guardò. Poi guardò la mano di suo zio, ancora dentro la mia.
«Succede qualcosa, Elena?»
Sorrisi come non avevo mai imparato a fare.
«No. Stavo controllando la temperatura.»
Lorenzo rimase fermo per alcuni secondi.
Poi entrò e chiuse la porta alle sue spalle.













