Lorenzo non disse nulla subito.
Si avvicinò al letto, si chinò su Matteo e gli sistemò il bordo del lenzuolo con un gesto quasi affettuoso. Se non avessi visto ciò che avevo visto, avrei pensato a un nipote premuroso.
«Lo zio è sempre stato una persona complicata», disse.
Non capii se stesse parlando con me o con lui.
«Immagino.»
«No. Non immagina.»
Si raddrizzò.
«Ha costruito tutto da solo, e per questo ha sempre creduto di poter controllare tutto da solo. Anche quando non era più possibile.»
Mi fissò con attenzione.
«Lei non deve farsi coinvolgere.»
Quelle parole mi arrivarono addosso più nette di una minaccia.
«Sono qui per assisterlo.»
«Esatto. Solo per quello.»
Uscì poco dopo.
Aspettai finché non sentii chiudersi la porta dello studio al piano terra. Poi tornai vicino al letto.
Matteo aprì gli occhi.
«Firma di cosa?» sussurrai.
Provò a parlare, ma dalla gola uscì soltanto aria. Gli feci domande chiuse.
«Documenti dell’azienda?»
Una volta.
«Per vendere?»
Una volta.
«Lorenzo vuole vendere qualcosa?»
Una volta.
«Lei aveva rifiutato?»
Una volta.
Ci vollero quasi quaranta minuti per arrivare a una frase completa.
Matteo riuscì a pronunciare due parole: «Porto» e «delega».
Quella sera cercai il nome di De Luca Trasporti. Scoprii che il gruppo possedeva partecipazioni in diversi terminal intermodali del Nord Italia e una quota importante in una società che gestiva aree logistiche vicino a un porto dell’Alto Adriatico. Non capivo nulla di finanza, ma capii abbastanza da sapere che quelle quote valevano molto più della villa.
Il giorno seguente arrivò un notaio.
Si chiamava Riccardo Bellini. Non lo avevo mai visto prima.
Lorenzo lo fece accomodare nello studio. Poco dopo mi chiamò.
«Serve una testimone che confermi lo stato del paziente.»
«Che stato?»
«Che non è in grado di comunicare.»
Sentii il cuore battermi nelle orecchie.
«Per quale documento?»
Lorenzo mi rivolse un sorriso breve.
«Questioni societarie. Non è affar suo.»
Bellini, seduto dietro la scrivania, sollevò lo sguardo.
«In realtà, se deve firmare come testimone, è corretto che sappia cosa attesta.»
Lorenzo irrigidì la mascella.
Il notaio continuò.
«Si tratta di una dichiarazione sulle condizioni apparenti del signor De Luca. Nient’altro.»
Apparenti.
Quella parola mi rimase impressa.
«Non me la sento.»
Lorenzo aggrottò le sopracciglia.
«Come sarebbe?»
«Non sono un medico.»
«Nessuno le sta chiedendo una diagnosi.»
«Allora non serve la mia firma.»
Bellini chiuse lentamente la cartellina.
«La signora ha ragione. Possiamo procedere diversamente.»
Lorenzo non disse più nulla davanti a lui.
Aspettò che il notaio uscisse.
Poi mi raggiunse nel corridoio.
«Lei ha bisogno di questo lavoro, vero?»
Mi fermai.
«Sì.»
«Allora eviti di complicarselo.»
Quella notte controllai due volte che la porta della dépendance fosse chiusa.
Tommaso dormiva nel lettino da viaggio con una mano aperta sopra la testa. Lo guardai a lungo. Avrei potuto prendere le mie cose e andarmene. Avevo abbastanza denaro per una stanza economica per forse quattro notti. Dopo, non sapevo.
Tornai da Matteo.
«Io posso aiutarla soltanto se mi dice cosa cercare.»
Gli occhi si spostarono verso il mobile basso vicino alla finestra.
Aprii i cassetti uno dopo l’altro. Camicie, documenti sanitari, caricabatterie, un rosario che sembrava inutilizzato. Nell’ultimo cassetto trovai una custodia di pelle vuota.
Matteo chiuse l’occhio una volta quando gliela mostrai.
«Manca qualcosa?»
Una volta.
«Un telefono?»
Due volte.
«Una chiave?»
Una volta.
La mattina seguente osservai Lorenzo entrare nella stanza e poi uscire con una cartella sottile. Appena scomparve, controllai il cassetto. La custodia non c’era più.
Qualcuno aveva capito che avevo cercato.
Nel pomeriggio il dottor Verri arrivò in anticipo.
«Oggi resto io con il paziente», disse.
«Il mio turno finisce alle otto.»
«Può finire adesso.»
Mi si gelarono le mani.
«L’agenzia non mi ha detto nulla.»
«La famiglia ha cambiato disposizione.»
In quel momento Tommaso cominciò a piangere nella dépendance. Il baby monitor che tenevo in tasca si accese.
Verri mi guardò.
«Vada.»
Uscii, ma non andai subito da mio figlio.
Mi fermai dietro la porta del corridoio di servizio.
Sentii Lorenzo entrare nella stanza.
«Quanto manca?» chiese.
«Se continuiamo così, non molto.»
«Il consiglio si riunisce venerdì.»
«Lo so.»
«Mi serve che nessuno possa sostenere che fosse lucido negli ultimi giorni.»
Seguì un silenzio.
Poi Verri disse: «Allora non dovrebbe esserci personale curioso in casa.»
Mi allontanai prima che potessero aprire la porta.
Quella notte non raccontai a Matteo ciò che avevo sentito finché non fui certa che potesse capirmi.
Quando glielo dissi, chiuse gli occhi e rimase così per quasi un minuto.
«Venerdì?» domandai.
Una volta.
«È il giorno in cui vogliono usare quella delega?»
Una volta.
«La chiave serve per fermarli?»
Una volta.
Inspirai lentamente.
«Dov’è?»
Matteo mosse gli occhi verso Tommaso, che dormiva nella carrozzina.
Pensai non avesse capito.
Poi guardò di nuovo il bambino.
E per la prima volta, mi resi conto che la chiave che stavamo cercando forse non era nascosta nella villa.
Il giorno prima dell’arrivo del notaio avevo notato anche un altro dettaglio che allora mi era sembrato insignificante. Sul comodino di Matteo c’era sempre una cartellina verde con le copie delle sue direttive sanitarie. Quel pomeriggio la cartellina era sparita.
Chiesi alla governante, Teresa, se l’avesse spostata.
«Io non tocco i documenti del signor Matteo», disse. «Da quando è arrivato il nipote, nello studio entra solo lui.»
«E prima?»
Teresa esitò.
«Prima il signor Matteo non permetteva a nessuno di decidere per lui.»
La frase mi rimase addosso.
Quando più tardi Lorenzo mi consegnò il foglio che voleva farmi firmare, lessi ogni riga. Non diceva soltanto che Matteo non parlava. Diceva che non mostrava “alcuna risposta volontaria riconoscibile agli stimoli esterni”.
Era falso.
Lo sapevo con certezza.
Restituii il foglio.
«Non posso firmare questo.»
Lorenzo abbassò la voce.
«Lei vede ciò che vuole vedere perché passa troppe ore qui dentro.»
«Io vedo un uomo che risponde.»
Per un istante pensai di aver commesso un errore irreparabile.
Ma Bellini era ancora nella stanza.
Il notaio si tolse gli occhiali.
«Signor Ferretti, se esiste anche soltanto il dubbio che il paziente comunichi volontariamente, questa dichiarazione va riformulata.»
Lorenzo sorrise senza allegria.
«Naturalmente.»
Fu in quel momento che capii una cosa importante: Lorenzo non controllava tutti.
Controllava soprattutto chi dipendeva da lui.
E io ero, in quella casa, la persona che dipendeva di più.













