Ci misi quasi un’ora a capire cosa stesse cercando di dirmi.
Mostrai a Matteo il passeggino, la coperta di Tommaso, il suo zaino, il marsupio. Ogni volta due battiti di palpebra.
No.
Quando sollevai il piccolo portachiavi a forma di volpe attaccato alla borsa del bambino, Matteo chiuse l’occhio una volta.
«Questo?»
Una volta.
La volpe era un regalo che avevo trovato nella stanza il mio primo giorno di lavoro, insieme a un biglietto: Per il piccolo ospite. Pensavo fosse stata una gentilezza della governante.
Esaminai il portachiavi. Era pesante per essere solo un giocattolo. Sotto la coda in gomma sentii qualcosa di duro.
Dentro c’era una piccola chiave piatta.
Mi sedetti sul bordo della poltrona.
«È stata lei a farla mettere lì?»
Una volta.
«Prima di stare male?»
Una volta.
Capivo sempre meno, ma per la prima volta avevo qualcosa di concreto.
La chiave portava inciso un numero: 317.
Il mattino seguente dissi a Lorenzo che Tommaso aveva bisogno di una visita pediatrica. Protestò, poi accettò quando gli ricordai che era stato lui stesso a lamentarsi del pianto.
Presi l’autobus per Como con la chiave nascosta nella fodera del pannolino di ricambio.
Non sapevo se 317 fosse un armadietto, una cassetta di sicurezza, un deposito. Avevo un’unica indicazione da Matteo: «stazione».
Alla stazione di Como San Giovanni trovai una fila di armadietti automatici, ma nessuno usava chiavi fisiche. Per un momento pensai di aver sbagliato tutto.
Poi notai un vecchio servizio deposito bagagli gestito da un esercizio privato vicino al piazzale. Il titolare, un uomo sulla sessantina, riconobbe il numero.
«Trecentodiciassette? Sì, è uno degli armadietti interni.»
La chiave aprì una piccola cassetta metallica.
Dentro c’erano una busta sigillata, un telefono spento e un taccuino.
Mi tremavano le mani.
Portai tutto nel bagno di un bar e accesi il telefono. Chiese un codice.
Nel taccuino c’erano date, iniziali, importi, nomi di società e una frase ripetuta tre volte: Se succede qualcosa prima del voto, chiamare Chiara.
Sotto c’era un numero.
Chiamai.
Rispose una donna.
«Pronto?»
«Lei è Chiara Conti?»
Silenzio.
«Chi parla?»
«Mi chiamo Elena Rinaldi. Lavoro a casa del signor Matteo De Luca.»
Il silenzio si fece più lungo.
«Matteo è cosciente?»
La domanda mi colpì.
«Perché me lo chiede?»
«Perché tre settimane prima del malore mi ha detto che, se improvvisamente non fosse più stato in grado di parlare, non avrei dovuto credere alla prima versione che mi avrebbero dato.»
Guardai Tommaso nel passeggino.
«Dobbiamo incontrarci.»
Chiara mi propose un bar vicino al tribunale. Aveva circa quarant’anni, capelli scuri raccolti e il modo di sedersi di chi era abituato a riunioni difficili.
Era stata direttrice finanziaria del gruppo De Luca fino a due mesi prima.
«Mi hanno allontanata», disse. «Ufficialmente per divergenze strategiche. In realtà perché ho bloccato un’operazione.»
«Quale operazione?»
«La vendita di una quota logistica a una società estera.»
Tirò fuori una penna, ma non scrisse.
«Sembrava una vendita normale. Non lo era. La società acquirente era collegata, attraverso due livelli di partecipazioni, a un fondo controllato da persone vicine a Lorenzo Ferretti.»
«Quindi voleva comprarsi l’azienda dello zio?»
«Una parte strategica, a un prezzo molto più basso del valore reale. Matteo l’ha scoperto. Ha annullato il voto del consiglio e ha chiesto una verifica interna.»
«E poi si è ammalato.»
Chiara annuì.
Le mostrai il taccuino.
Lei impallidì.
«Questo è di Matteo.»
«Sa il codice del telefono?»
«No.»
Aprii la busta.
Dentro c’erano tre pagine firmate da Matteo. Non erano un testamento. Erano istruzioni legali indirizzate a un avvocato, con il nome dello studio e una frase sottolineata: Nessuna delega o procura sottoscritta dopo il 12 maggio deve considerarsi valida senza conferma personale davanti al consiglio completo.
«Questo può fermarli?» chiesi.
Chiara lesse lentamente.
«Può creare un problema enorme. Ma non basta se Lorenzo ha già presentato altri documenti.»
«Cosa serve?»
«Matteo.»
Mi scappò una risata nervosa.
«Matteo non riesce quasi a parlare.»
«Se è cosciente, va portato fuori da quella casa.»
Tornai alla villa nel pomeriggio.
Lorenzo mi aspettava nell’ingresso.
«Il pediatra è durato quattro ore?»
«C’era coda.»
Mi tese la mano.
«Il telefono.»
«Come?»
«Il suo telefono. Voglio vedere dove è stata.»
Non glielo diedi.
Per la prima volta vidi sparire il suo tono elegante.
«Lei non ha idea di cosa sta facendo.»
«Sto portando mio figlio a dormire.»
Provai a passargli accanto.
Lorenzo mi afferrò il polso.
Non forte abbastanza da farmi male. Forte abbastanza da farmi capire che poteva farlo.
Poi una voce arrivò dal piano superiore.
Debole, roca, ma inequivocabile.
«Lasciala.»
Lorenzo mollò la presa.
Ci voltammo entrambi verso la scala.
Matteo non poteva essere lì.
E infatti non c’era.
La voce proveniva dal baby monitor agganciato alla mia borsa.
Per errore, avevo lasciato l’unità trasmittente nella sua stanza.
Matteo aveva trovato abbastanza forza per parlare.
E Lorenzo l’aveva appena sentito.
Chiara non volle tenere il taccuino.
«Finché non sappiamo chi è coinvolto, meno persone lo toccano meglio è.»
«Nemmeno lei si fida del notaio?»
«Non ho detto questo. Sto dicendo che Matteo aveva abbastanza paura da nascondere tutto in una stazione. Dobbiamo rispettare quel livello di cautela.»
Mi spiegò anche perché la vendita contava così tanto. Le aree logistiche non erano soltanto terreni. Erano nodi che collegavano ferrovia, strada e porto. Chi le controllava poteva influenzare contratti per anni.
«Lorenzo non erediterebbe semplicemente denaro», disse. «Potrebbe trasformare una posizione temporanea di emergenza in controllo reale.»
«E il consiglio non lo vede?»
«Un consiglio vede i documenti che gli vengono presentati. Se il proprietario è dato per incapace, una procura sembra valida e il medico conferma che non può comunicare, molte persone scelgono la spiegazione più semplice.»
Guardai Tommaso dormire con il pugno chiuso.
«La spiegazione più semplice è che stia morendo.»
«Esatto.»
Prima di separarci, Chiara mi diede un numero scritto su carta.
«È l’avvocato che Matteo aveva consultato. Non chiamarlo ancora. Se Lorenzo controlla le comunicazioni della villa, una chiamata nel momento sbagliato può far sparire ciò che resta.»
«E cosa dovrei fare?»
«Tornare lì e comportarti come se non avessi trovato nulla.»
Mi venne quasi da ridere.
«Sono una pessima bugiarda.»
«Allora non mentire. Rispondi soltanto a ciò che ti chiedono.»
Sul bus del ritorno ripetei quella frase come una regola.
Non sapevo ancora che, poche ore dopo, Lorenzo mi avrebbe fatto la prima domanda a cui non potevo rispondere senza tradirmi.













