«Signore… balla con me?»
Riccardo Bellini sollevò lentamente lo sguardo.
Davanti alla sua sedia a rotelle c’era una bambina di circa otto anni, con un vestitino azzurro e una mano tesa verso di lui.
Per un momento pensò di aver capito male.
«Scusa, piccola. Che cosa hai detto?»
La bambina sorrise.
«Ti ho chiesto se vuoi ballare con me.»
Riccardo rimase immobile.
Aveva trentaquattro anni e quella sera partecipava a un ricevimento di gala in uno degli eleganti palazzi storici di Milano.
Il salone era illuminato da grandi lampadari di cristallo. Il pavimento di marmo rifletteva le luci dorate, mentre uomini in smoking e donne in abiti da sera conversavano vicino ai tavoli.
Una musica delicata accompagnava la serata.
Eppure Riccardo, seduto nella sua sedia a rotelle nera, si sentiva completamente solo.
Da quando era arrivato, quasi nessuno si era avvicinato.
Qualche ospite lo aveva salutato da lontano.
Altri avevano distolto lo sguardo non appena si erano accorti della sedia.
Riccardo conosceva bene quel genere di comportamento.
Non era sempre cattiveria.
Spesso era imbarazzo.
Le persone sembravano non sapere come parlare con lui, come se la sua presenza rendesse ogni conversazione più difficile.
Così aveva imparato a sorridere, a non chiedere nulla e a restare in disparte.
Quella sera aveva fatto esattamente lo stesso.
Fino all’arrivo della bambina.
«Come ti chiami?» le domandò.
«Clara.»
«È un bel nome.»
«Grazie. E tu?»
«Riccardo.»
Clara annuì soddisfatta.
«Allora, Riccardo, vieni a ballare?»
Lui abbassò gli occhi verso la sedia a rotelle.
«Non credo di poterlo fare.»
La bambina seguì il suo sguardo.
«Perché?»
Riccardo esitò.
Non sapeva come spiegare a una bambina qualcosa che molti adulti non riuscivano nemmeno a comprendere.
«Perché non riesco ad alzarmi, Clara.»
Lei osservò la sedia per qualche secondo.
Poi tornò a guardarlo negli occhi.
«Ma possiamo almeno provare.»
Quelle parole lo colpirono più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Prima che potesse rispondere, una voce femminile interruppe la conversazione.
«Clara!»
Una donna elegante si stava avvicinando rapidamente.
Era Elena, una parente di Riccardo che da tempo si preoccupava molto per lui.
Indossava un abito da sera blu scuro e aveva un’espressione visibilmente allarmata.
«Clara, tesoro, lascia stare Riccardo.»
La bambina si voltò.
«Ma volevo soltanto ballare con lui.»
Elena si fermò accanto alla sedia.
«Non capisci. Riccardo non può alzarsi.»
Alcuni ospiti nelle vicinanze smisero di parlare.
Riccardo abbassò lo sguardo.
Conosceva Elena.
Sapeva che voleva proteggerlo.
Ma sentirla parlare delle sue difficoltà davanti a tutti gli provocava sempre una sensazione difficile da sopportare.
Come se il suo corpo fosse diventato l’unica cosa che gli altri riuscivano a vedere.
«Va tutto bene, Elena», mormorò.
«Non devi affaticarti», rispose lei.
Clara, però, non si mosse.
Rimase davanti alla sedia con una serietà sorprendente per la sua età.
«Riccardo?»
Lui alzò gli occhi.
«Dimmi.»
La bambina allungò di nuovo entrambe le mani.
«Allora prova con me. Io non ti lascio.»
Elena scosse la testa.
«Clara, basta. Non è così semplice.»
Ma Riccardo non stava più ascoltando.
Guardava quelle piccole mani tese verso di lui.
Era un gesto semplice.
Nessuna promessa impossibile.
Nessuna pietà.
Soltanto una bambina che gli chiedeva di provare.
E per qualche ragione, quella fiducia gli fece sentire qualcosa che non provava da anni.
La voglia di tentare.
«Sei proprio sicura?» domandò piano.
Clara annuì.
«Sì. Facciamo piano.»
Riccardo inspirò profondamente.
Allungò una mano e strinse delicatamente quella della bambina.
L’altra rimase sull’appoggiabraccio della sedia, pronta a sostenere il suo peso.
Le dita gli tremavano.
Elena fece un passo in avanti.
«Riccardo, per favore. Non rischiare.»
Lui non rispose.
Si piegò lentamente in avanti.
Per qualche istante rimase nella stessa posizione, cercando di raccogliere tutte le forze.
Clara non tirava.
Gli teneva soltanto la mano, lasciando che fosse lui a decidere ogni movimento.
«Piano», sussurrò.
Riccardo fece pressione sull’appoggiabraccio.
Le sue spalle si irrigidirono.
Le gambe cominciarono a tremare.
Poi, lentamente, il suo corpo si sollevò dal sedile.
Prima di pochi centimetri.
Poi ancora un poco.
Un brusio attraversò il salone.
Qualcuno smise di parlare a metà frase.
Altri si voltarono verso di lui.
Elena portò una mano alla bocca.
«Riccardo…»
Lui continuò a concentrarsi sul movimento.
Non fece alcun passo.
Non provò nemmeno a muoversi verso la pista.
Cercò soltanto di raggiungere una posizione eretta e mantenerla.
E alla fine ci riuscì.
Era in piedi.
Le gambe tremavano ancora, il respiro era affannoso e una mano rimaneva pronta a cercare sostegno.
Ma non era più seduto.
Clara sorrise, senza lasciargli la mano.
Intorno a loro, gli invitati erano rimasti immobili.
Elena fissava Riccardo senza riuscire a dire una parola.
Lui guardò per un istante la sedia a rotelle.
Poi la bambina.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
Infine si voltò lentamente verso Elena.
Sul suo volto, insieme alla commozione, era comparsa un’espressione nuova.
Riccardo pronunciò il suo nome.
Poi, con la voce rotta dal pianto, le rivolse una domanda.
Una domanda che fece calare un silenzio assoluto nell’intero salone.
Nessuno degli invitati osò più parlare.













