«Elena, perché hai deciso tu che non valeva più la pena provare?»
La domanda di Riccardo rimase sospesa sotto i lampadari.
Non aveva alzato la voce, ma era la prima volta, dopo anni, che chiedeva una spiegazione davanti a qualcuno invece di lasciar cadere l’argomento.
Elena aprì le labbra senza trovare una risposta.
Il ginocchio destro di Riccardo cedette leggermente.
La bambina gli strinse la mano, mentre lui tornava a cercare l’appoggiabraccio.
«La sedia», disse Riccardo.
Un cameriere la bloccò con il piede e l’uomo si lasciò scendere sul sedile, stanco al punto da faticare a tenere dritta la schiena.
Il salone riprese a respirare.
Qualcuno applaudì, seguito da altri, ma Riccardo alzò una mano.
«Per favore, non fatelo.»
Gli applausi si interruppero.
«Non ho vinto niente e non so nemmeno che cosa sia successo», spiegò, cercando di controllare il respiro.
«Ho soltanto provato a stare in piedi per qualche secondo.»
Clara annuì, seria.
«E adesso possiamo ballare da seduti, se vuoi.»
Riccardo la guardò, sorpreso.
«Si può?»
«Certo. Nella mia scuola facciamo anche così.»
La madre della bambina arrivò dal fondo della sala, trafelata, con un cappotto chiaro sul braccio.
Si chiamava Marta Greco e aveva accompagnato Clara alla serata perché il suo laboratorio di danza inclusiva era fra i progetti sostenuti dagli organizzatori.
«Mi dispiace», disse a Riccardo.
«L’avevo lasciata vicino al tavolo dei disegni per pochi minuti.»
«Non deve scusarsi», rispose lui.
«Sua figlia è stata l’unica persona a chiedermi che cosa desiderassi fare.»
Marta si piegò verso Clara.
«Tesoro, hai fatto bene a invitare Riccardo, ma non bisogna aiutare qualcuno ad alzarsi senza sapere se è sicuro.»
La piccola abbassò gli occhi.
«Io non l’ho tirato, mamma.»
«Lo so. Eri gentile. Però la gentilezza comprende anche chiedere come aiutare.»
Riccardo intervenne prima che Clara si sentisse colpevole.
«La scelta è stata mia. E forse avrei dovuto chiedere aiuto prima di farla.»
Gli mancava ancora il fiato.
Non si sentiva guarito; anzi, la fatica nelle gambe gli ricordava quanto restassero incerti i limiti del suo corpo.
Ma quella domanda rivolta a Elena aveva aperto qualcosa di più difficile da richiudere.
Un uomo con il telefono sollevato si fece avanti.
«Signor Bellini, ho ripreso tutto. È incredibile! Possiamo pubblicare il video?»
«No», rispose Riccardo.
L’altro esitò.
«Ma potrebbe dare speranza a tante persone.»
«Allora dia speranza rispettando un no.»
Marta nascose un sorriso.
L’uomo abbassò il telefono, sebbene Riccardo non fosse certo che avrebbe davvero cancellato la registrazione.
Elena provò a sistemargli la giacca sulle spalle.
Lui la fermò con un gesto leggero.
«Posso farlo da solo.»
Lei ritirò le mani come se si fosse scottata.
Erano cugini, cresciuti quasi come fratelli in una casa dove si parlava poco dei sentimenti e molto di ciò che era opportuno fare.
Quando Riccardo aveva avuto l’incidente, quattro anni prima, Elena era arrivata in ospedale prima di chiunque altro.
Aveva parlato con i medici, cercato una casa accessibile, seguito le pratiche, imparato a riconoscere ogni sua espressione di dolore.
Lui le era stato riconoscente.
Poi, senza che nessuno dei due lo avesse deciso apertamente, quella gratitudine si era trasformata in una regola: Elena organizzava, Riccardo accettava.
«Usciamo», propose lei.
«Non voglio che tutti continuino a fissarti.»
«Vorrei restare ancora dieci minuti», rispose lui.
«Clara mi ha invitato a ballare e non le ho ancora risposto.»
Marta gli spiegò che, se preferiva, potevano muovere la sedia seguendo un ritmo lento, oppure limitarsi a fare gesti con le mani.
Nessuno avrebbe toccato la carrozzina senza il suo consenso.
Riccardo ascoltò quella frase con un’attenzione che di solito riservava alle cose importanti.
Quando il quartetto iniziò un valzer, Clara si mise accanto a lui.
Non lo prese per le braccia e non tentò di sollevarlo.
Gli mostrò invece un piccolo movimento: una mano verso il centro, poi verso l’esterno, come se stessero disegnando due cerchi nell’aria.
Riccardo la imitò.
Quando erano ragazzi, alle feste di famiglia, era sempre lui a scegliere la musica e a trascinare Elena in pista anche se lei protestava di non conoscere i passi.
Ricordava soprattutto il modo in cui la cugina gli chiedeva di rallentare, ridendo, e lui le lasciava il tempo di ritrovare il ritmo.
Gli sembrò strano accorgersi che, dopo l’incidente, avevano dimenticato proprio quella forma di attenzione reciproca.
Adesso era Clara a dettare un tempo tranquillo, e Riccardo poteva seguirlo senza dover dimostrare nulla a nessuno.
La bambina sbagliò un passaggio e scoppiò a ridere.
Lui rise con lei, non per cortesia ma perché il piccolo errore rendeva il ballo finalmente loro.
La bambina contò sottovoce i tempi della musica.
Per la prima volta, in quel salone, lui non si preoccupò di dove fossero i suoi piedi.
Guardava soltanto il sorriso di Clara e cercava di non perdere il ritmo.
Elena li osservava vicino a una colonna, senza avvicinarsi.
Quando la musica terminò, Marta consegnò a Riccardo il biglietto del laboratorio, nel quartiere Lambrate.
«Non deve sentirsi obbligato», precisò.
«Clara le ha chiesto un ballo, non una promessa.»
«È la prima promessa che mi piacerebbe fare», disse Riccardo.
Il suo telefono vibrò: l’autista lo aspettava all’ingresso laterale.
Riccardo salutò la bambina e chiese a Elena di accompagnarlo soltanto fino all’auto.
Lungo il corridoio rivestito di specchi, Elena camminò in silenzio.
Una volta fuori, l’aria di Milano sembrò improvvisamente più fredda.
«Non era questo che volevo», disse infine.
«Volevo evitare che ti facessi male davanti a tutti.»
«E per quattro anni hai evitato che facessi male anche a te, facendo domande.»
Elena scosse il capo.
«Non sai quante volte ti ho visto tornare distrutto dalla fisioterapia.»
«Lo so. C’ero anch’io.»
Lei distolse lo sguardo.
Riccardo aspettò.
Non aveva mai aspettato una sua risposta con tanta fermezza.
«Tre mesi fa», mormorò Elena, «è arrivata una lettera del centro dove eri stato in cura.»
«Una lettera indirizzata a me?»
Lei annuì.
«Non te l’ho consegnata.»
Il rumore di un tram, poco lontano, riempì il silenzio.
Riccardo afferrò i cerchioni della sedia.
«Che cosa c’era scritto?»
Elena rimase immobile accanto alla portiera aperta.
«È questo che devi leggere con i tuoi occhi», rispose.
E per la prima volta Riccardo capì che la serata non gli aveva mostrato soltanto ciò che il suo corpo poteva tentare.
Gli aveva mostrato anche quanto della propria vita qualcun altro aveva continuato a scegliere al suo posto.
Per capire perché Elena nascose quella lettera e che cosa cambiò dopo il gala, continua con la Parte 3.













