Riccardo chiese alla donna dell’associazione di inviargli una copia della comunicazione.
Arrivò meno di un’ora dopo.
In cima alla pagina compariva il nome del progetto: «La città che danza», una rassegna pensata per far incontrare persone con differenti possibilità di movimento negli spazi pubblici di Milano.
Riccardo ricordava bene quel titolo.
Lo aveva proposto lui, prima dell’incidente, durante una serata passata a discutere di piazze, accessibilità e musica.
Nella sua mente era rimasto un progetto interrotto dalla vita, non una proposta respinta di proposito.
In fondo alla comunicazione si leggeva: «Per conto di Riccardo Bellini, Elena Bellini».
Non era la sua firma falsificata.
Era qualcosa che faceva quasi più male: una decisione attribuita alla sua volontà, quando nessuno gliel’aveva domandata.
Elena aveva ricevuto una delega per le comunicazioni e le questioni pratiche nei mesi più difficili della convalescenza.
Riccardo non ricordava di aver mai autorizzato la rinuncia a quell’idea.
Chiamò sua cugina e le disse che desiderava parlarne di persona.
Lei arrivò un’ora dopo, con gli occhi stanchi e senza cercare scuse.
Riccardo le mostrò il documento.
«Hai scritto che non ero più interessato.»
«In quel periodo non uscivi di casa», rispose Elena.
«Quando ti parlavo di un evento con tanta gente, cambiavi argomento.»
«Cambiare argomento non significa dire di no.»
Elena si passò una mano tra i capelli.
«Mi hanno chiesto una risposta entro pochi giorni. Ho creduto di toglierti un peso.»
«Ogni volta hai creduto di togliermi un peso. Alla fine mi hai tolto anche la possibilità di scegliere quali pesi volevo portare.»
Elena abbassò gli occhi sulla carta.
«Mi dispiace.»
«Non basta», disse Riccardo con calma.
«Devo sapere quali deleghe sono ancora attive. Voglio controllarle con una persona indipendente. E da oggi nessuno risponde al mio posto senza chiedermelo.»
Elena annuì.
La sua espressione mostrò per un istante il dolore di sentirsi esclusa.
Poi lasciò il documento sul tavolo, come se stesse restituendo un oggetto che non le apparteneva.
«Ti consegnerò tutto», disse.
Riccardo pensò che avrebbe provato sollievo.
Invece si sentì stanco e spaventato.
Non voleva punire Elena per essere stata presente quando il resto della famiglia si era allontanato.
Ma neppure poteva continuare a chiamare amore qualcosa che lo rendeva sempre più piccolo.
Il sabato raggiunse il laboratorio di Marta a Lambrate.
Il locale era al piano terra di un ex magazzino, con una porta larga e uno scivolo ben costruito.
Dentro non c’erano lampadari né abiti eleganti.
C’erano sedie spaiate, specchi, nastri colorati e uno stereo che sembrava avere più anni di tutti i bambini presenti.
Clara corse verso di lui, poi si fermò a un passo dalla sedia.
«Posso abbracciarti?»
Riccardo disse di sì e lei lo strinse senza cercare di fargli perdere l’equilibrio.
Marta gli presentò gli altri partecipanti: persone di età diverse, alcune in piedi, altre sedute, ciascuna con movimenti propri.
Un ragazzo muoveva soprattutto le spalle.
Una donna seguiva il ritmo battendo due dita sul bracciolo.
Un uomo anziano faceva ruotare lentamente la sua carrozzina, fermandosi quando ne aveva bisogno.
Nessuno domandò a Riccardo perché non camminasse.
Nessuno gli chiese di dimostrare che cosa riuscisse a fare.
«Puoi guardare tutto il tempo», gli spiegò Marta.
«Oppure partecipare. Decidi tu.»
Riccardo ascoltò per alcuni minuti.
Poi accettò di seguire un esercizio di ritmo con le mani.
Si accorse che gli piaceva, anche se sbagliava spesso il tempo e Clara lo correggeva con un sorriso.
Alla pausa una donna gli porse un bicchiere d’acqua senza appoggiarglielo sulle ginocchia.
Gli domandò dove preferisse tenerlo.
Quel piccolo gesto gli fece ricordare quanti oggetti, negli ultimi anni, gli fossero stati messi addosso senza una domanda.
Marta si sedette accanto a lui.
Riccardo notò che uno specchio era stato montato troppo in alto per alcune persone sedute e che un mobile rendeva difficile la curva vicino all’uscita.
Non fece osservazioni da esperto infallibile.
Domandò a Marta se potesse annotare ciò che aveva visto e parlarne con gli altri, perché gli ostacoli erano diversi a seconda di chi attraversava la stanza.
Una partecipante suggerì di spostare il mobile, ma un altro spiegò che lo usava per orientarsi.
Decisero di provare insieme due disposizioni.
Riccardo si rese conto che progettare uno spazio accessibile non significava indovinare le esigenze altrui: significava creare il modo di ascoltarle.
«Clara parla ancora del gala», disse.
«Spero non si aspetti che io mi alzi ogni volta.»
«Le ho spiegato che non è quello il senso di una danza. A dire la verità, lo sapeva già.»
Riccardo fissò la stanza.
«Ho lavorato per anni al restauro di edifici storici», raccontò.
«Disegnavo accessi per proteggere ciò che c’era dentro. Poi mi sono trovato a vivere in una casa da cui quasi non uscivo.»
Marta non gli rispose con una frase consolatoria.
«Allora qui potrebbe aiutarci a osservare lo spazio», propose.
«Non a titolo di benefattore. Come persona che ha un’opinione.»
Riccardo si sorprese a pensare a una disposizione migliore delle sedie.
Non era un ritorno alla vita precedente.
Era un lavoro di immaginazione che il suo corpo non gli aveva tolto.
Il martedì successivo si recò a Pavia da solo, come aveva deciso.
La dottoressa Agnese Valenti studiò la documentazione e ascoltò ciò che era successo al gala.
Non sembrò né incredula né entusiasta.
«Una breve posizione eretta può verificarsi anche quando camminare autonomamente non è possibile», spiegò.
«Ma non sappiamo quanto carico abbia sopportato davvero, né se il movimento sia sicuro e ripetibile. Lo valuteremo con assistenza.»
Gli chiese del dolore, degli spasmi, delle cadute precedenti e della vita quotidiana.
Riccardo rispose senza cercare di sembrare coraggioso.
Raccontò anche di aver smesso la fisioterapia perché ogni seduta gli ricordava ciò che aveva perduto.
«Allora partiamo da ciò che desidera adesso», disse la dottoressa.
«Non da ciò che riusciva a fare quattro anni fa.»
Riccardo pensò a Clara che disegnava cerchi nell’aria.
«Vorrei tornare a frequentare luoghi in cui la gente non decida per me», rispose.
La dottoressa appoggiò la penna.
«Questo è un obiettivo importante. E non dipende dal riuscire a stare in piedi.»
Poi gli consegnò il programma delle valutazioni e aggiunse una domanda inattesa.
«Se fra sei mesi lei usasse ancora la sedia a rotelle, ma avesse ripreso una parte della sua vita, lo considererebbe un fallimento?»
Riccardo non seppe rispondere subito.
Perché quella era la domanda che aveva evitato da quattro anni.
Per scoprire quale risposta iniziò a costruire Riccardo, continua con la Parte 5.













