Il sabato successivo Riccardo arrivò al laboratorio prima dell’inizio della lezione.
Clara era seduta vicino allo stereo con il vestitino della prova sulle ginocchia.
Quando lo vide, non corse verso di lui come la prima volta.
Aspettò che fosse Riccardo ad avvicinarsi.
«Hai visto il video?», gli chiese.
«Sì. E ho chiesto che venga tolto.»
La bambina abbassò la testa.
«Un signore ha detto che se mi tieni la mano riesci a camminare.»
Riccardo avvicinò la sedia alla sua, lasciando spazio tra loro.
«Quel signore si sbaglia.»
«Ma tu ti sei alzato.»
«Per qualche secondo. È successo davvero, e mi ha emozionato. Però il mio corpo non è cambiato in un istante.»
Clara passò un dito lungo la cucitura dell’abito.
«Allora non devo aiutarti a guarire?»
«Non è un compito tuo, Clara.»
La bambina lo guardò finalmente negli occhi.
«Posso soltanto ballare?»
«È quello che volevo chiederti.»
Marta, rimasta discreta vicino alla porta, lasciò che la figlia rispondesse senza suggerirle nulla.
«Sì», disse Clara.
«Ma senza fotografi.»
«D’accordo.»
Riccardo le propose un piccolo accordo: durante l’esibizione avrebbero potuto cambiare idea fino all’ultimo momento.
Se uno dei due avesse voluto fermarsi, l’altro lo avrebbe rispettato.
Clara tese il mignolo e lui lo intrecciò al suo.
Non era una promessa di successo.
Era una promessa di ascolto.
Durante le prove Marta li invitò a costruire una sequenza semplice: un gesto delle braccia, una pausa, il movimento delle ruote e un ritorno al centro.
Clara inventò una rotazione, Riccardo suggerì di lasciare un intervallo più lungo per chi preferiva muoversi lentamente.
Gli altri partecipanti modificarono a loro volta i passaggi.
Alla fine nessuno danzava esattamente allo stesso modo.
Marta disse che era proprio quello il risultato che cercavano.
Riccardo scoprì di attendere con impazienza il sabato.
Non perché ogni volta riuscisse a fare qualcosa di più, ma perché non doveva giustificare ciò che non faceva.
Anche la riabilitazione proseguiva, con giornate diverse fra loro.
Una mattina riuscì a mantenere una posizione eretta assistita tra le parallele per alcuni istanti, mentre due professionisti ne controllavano la sicurezza.
Due giorni dopo dolore e stanchezza imposero di ridurre gli esercizi.
Riccardo uscì dalla palestra frustrato.
In macchina, guardando le persone che attraversavano sulle strisce, sentì la vecchia tentazione di abbandonare tutto.
Telefonò alla dottoressa Valenti invece di fingere che la giornata fosse andata bene.
«Non credo di migliorare abbastanza», ammise.
«Abbastanza rispetto a quale misura?», gli chiese lei.
Riccardo rimase zitto.
Da anni continuava a confrontarsi con l’uomo che era stato prima della caduta.
Quell’uomo non gli permetteva mai di essere soddisfatto.
La dottoressa non gli propose un discorso motivazionale.
Rividero insieme obiettivi concreti: diminuire lo sforzo in alcuni trasferimenti, gestire la fatica, riprendere attività fuori casa e capire con quali ausili potesse muoversi in maggiore sicurezza.
«Se avremo nuovi risultati li valuteremo», concluse.
«Ma un giorno difficile non annulla un percorso, e un giorno buono non lo definisce interamente.»
La sera Riccardo chiamò Elena.
Le chiese di andare da lui la domenica per occuparsi delle deleghe rimaste in sospeso.
Arrivò senza agenda e senza chiedergli se avesse preso le medicine.
Portava una torta comprata nella pasticceria dove andavano da ragazzi, ma prima di appoggiarla sul tavolo gli domandò dove la preferisse.
Riccardo sorrise appena.
Controllarono insieme i documenti e predisposero la revoca delle autorizzazioni più ampie, mantenendo soltanto gli incarichi che lui desiderava delegarle in modo espresso.
Si accordarono anche perché le comunicazioni mediche arrivassero direttamente a Riccardo.
Era una conversazione pratica e a tratti scomoda.
Proprio per questo risultò più sincera di molte dichiarazioni affettuose.
Quando ebbero finito, Elena fissò la fetta di torta intatta.
«Ho passato anni a pensare che, se ti fosse successo qualcosa mentre ero distratta, non me lo sarei mai perdonato.»
Riccardo ascoltò.
«La notte dell’incidente», continuò lei, «sono stata io a ricevere la chiamata. Ti ho visto immobile in un letto e ho deciso che avrei impedito a chiunque, perfino a te, di correre un rischio.»
«Non puoi vivere facendo la guardia a ogni mio movimento.»
«Lo so adesso. Prima credevo fosse l’unico modo per starti vicino.»
Riccardo non cancellò con un abbraccio la lettera nascosta e gli anni di silenzio.
Ma le disse che desiderava invitarla all’esibizione, a una condizione.
«Vieni come Elena, non come la persona incaricata di rispondere per me.»
Gli occhi della cugina si riempirono di lacrime.
«Proverò a imparare», disse.
Nei giorni precedenti allo spettacolo, Riccardo tornò a parlare con l’associazione che aveva ricevuto la rinuncia al suo progetto.
Non chiese di riprendere il ruolo perduto per un senso di rivincita.
Propose invece una consulenza sugli spazi accessibili delle future iniziative, con una revisione condivisa dagli stessi partecipanti.
«Non voglio essere fotografato davanti a una rampa», precisò.
«Voglio verificare che la rampa esista e funzioni.»
Il venerdì sera Marta gli telefonò, preoccupata.
La piccola esibizione si sarebbe tenuta il giorno dopo in una sala civica che l’associazione utilizzava ogni anno.
L’ingresso principale aveva tre gradini e l’accesso temporaneo promesso non era stato predisposto.
«Mi assicurano che due persone potranno portare la tua sedia», raccontò Marta.
«Ho risposto che non è una soluzione accettabile. Ma non so se ci daranno un altro spazio in tempo.»
Riccardo restò a guardare la sedia accanto alla scrivania.
Per anni qualcuno aveva pensato di aiutarlo decidendo al posto suo.
Adesso gli stavano offrendo di entrare in scena a patto di farsi sollevare come un bagaglio.
«Non accetterò», disse.
«Allora che facciamo?», domandò Marta.
Riccardo prese il foglio con la pianta della sala che lei gli aveva inviato.
Individuò il corridoio che collegava l’edificio a uno spazio utilizzato per i laboratori al piano terra.
Non conosceva la larghezza effettiva dei passaggi e non voleva annunciare una soluzione prima di averla verificata.
Chiese a Marta di contattare il responsabile e di fare un sopralluogo insieme la mattina seguente, con sufficiente anticipo per cambiare programma se necessario.
«Non dobbiamo spostare solo me», precisò.
«Dobbiamo trovare uno spazio in cui tutte le persone invitate possano entrare senza essere trasportate.»
Marta disse che avrebbe avvisato gli altri partecipanti e chiesto a ciascuno se la nuova sistemazione rispondesse alle proprie esigenze.
Forse il ballo poteva cominciare proprio da quella domanda.
Per sapere che cosa decisero prima dello spettacolo, continua con la Parte 7.













