Bianca sciolse il nastro senza fretta, ma le dita non erano più rilassate come pochi secondi prima.
Sollevò il coperchio.
In cima c’era il foglio bianco con la frase che avevo scritto a mano.
Lo lesse.
Poi vide le stampe.
La prima era il messaggio in cui aveva scritto a Enrico che io ero fortunata e che lei avrebbe saputo valorizzarlo meglio. Sotto c’era la risposta di lui: “Preferisco che tu non mi scriva cose del genere.”
La seconda mostrava il suo invito a bere qualcosa insieme, “senza mogli e senza complicazioni”. Enrico aveva risposto: “No, grazie. Non mi interessa.”
La terza era uno dei messaggi che Bianca aveva mandato a me quella settimana: “Non preoccuparti, te lo restituisco in buone condizioni.”
Il suo volto cambiò.
Non diventò rosso. Non impallidì. Semplicemente si irrigidì, come se ogni muscolo avesse ricevuto lo stesso ordine.
«Che razza di scherzo è?» domandò.
«Non è uno scherzo.»
«Hai stampato conversazioni private?»
«Conversazioni che hai mandato a mio marito e a me.»
Bianca sfogliò un altro foglio. Intorno a noi nessuno parlava. Sentivo soltanto il rumore della griglia e la musica che continuava in modo assurdo, troppo allegra per la scena che si era creata.
«Questo è malato», disse.
Enrico si avvicinò. «Bianca, basta.»
Lei si voltò verso di lui con una velocità improvvisa. «Tu eri d’accordo?»
«Laura e io parliamo.»
Quella frase la colpì più delle stampe.
«Da quanto?»
«Da sempre, direi.»
Qualcuno dietro di me soffocò una risata nervosa. Io non mi mossi.
Bianca chiuse la scatola con un gesto secco.
«Quindi è questo che fate? Mi spiate e poi organizzate una scenetta davanti a tutti?»
«Tu hai scelto il pubblico», risposi. «Io avevo intenzione di lasciarti il pacco e andarmene, se avessi smesso di raccontare agli altri che il mio matrimonio era in crisi.»
Marta Ricci abbassò gli occhi. Paolo smise di fingere di sistemare i piatti.
Bianca capì che Enrico mi aveva riferito quello che lei aveva detto durante la prima mezz’ora della festa.
«Certo», mormorò. «Ti racconta proprio tutto.»
«Quasi tutto», disse lei subito dopo.
Non so perché quelle due parole mi arrivarono addosso in modo diverso.
Forse perché le pronunciò con troppa sicurezza.
Bianca riaprì la scatola, prese le stampe e le lasciò cadere sul tavolo.
«Visto che amate tanto la trasparenza, Laura, chiedigli del messaggio che non hai stampato.»
Enrico aggrottò la fronte. «Quale messaggio?»
Lei sorrise di nuovo, ma adesso nel sorriso c’era rabbia.
«Quello in cui mi hai chiesto di parlare da soli.»
Sentii il sangue salirmi alle orecchie.
Enrico scosse la testa. «Non ti ho chiesto niente del genere.»
«Davvero?»
Bianca infilò una mano nella tasca posteriore dei jeans e tirò fuori il telefono.
Aprì una conversazione e lo mise davanti a noi.
In alto c’erano il nome di Enrico e la sua foto profilo.
Sullo schermo compariva un messaggio inviato tre settimane prima.
“Possiamo parlare da soli? Meglio se Laura non lo sa.”
Per un momento dimenticai le persone intorno a noi.
Guardai Enrico.
Lui guardava il telefono di Bianca come se non riconoscesse ciò che aveva davanti.
«Non l’ho scritto io.»
«Certo», disse lei.
«Bianca, fammi vedere il numero.»
Lei ritirò il telefono. «No. Adesso non ti conviene più fare il marito perfetto?»
«Fammi vedere il numero.»
«Perché? Così tua moglie può stampare anche quello?»
Io allungai una mano. «Bianca.»
Lei fece un passo indietro.
«No. La festa è finita per voi.»
«Se stai mostrando un messaggio che sostiene una cosa precisa, devi lasciarci verificare da dove arriva.»
«Non devo fare proprio niente.»
Enrico inspirò lentamente. «Laura, andiamo a casa.»
Fu la scelta più intelligente che potesse fare, ma in quel momento la odiai.
Perché andarsene sembrava una fuga.
Raccogliemmo le stampe che erano finite sul tavolo. La scatola rimase lì, vuota, mentre attraversavamo il giardino sotto gli sguardi dei vicini.
Nessuno ci fermò.
A casa, Enrico chiuse la porta e prese subito il telefono.
«Guarda la conversazione. Non c’è.»
«Lo so.»
«Allora?»
«Allora non so cosa pensare.»
La frase uscì più dura di quanto volessi.
Enrico rimase immobile.
«Pensi che l’abbia cancellato?»
«Non l’ho detto.»
«Ma lo stai pensando.»
Mi tolsi le scarpe e andai in cucina. La stessa cucina in cui Bianca aveva dichiarato di volermi portare via mio marito adesso sembrava più piccola.
Enrico mi seguì.
«Laura, non le ho scritto quel messaggio.»
«Hai mai parlato con lei da solo?»
La domanda rimase tra noi.
Lui rispose troppo tardi.
Non abbastanza da dimostrare una colpa, ma abbastanza da farmi accorgere dell’esitazione.
«Enrico?»
«Le ho parlato qualche volta al cancello. Lo sai.»
«Non è quello che ti ho chiesto.»
Si passò una mano tra i capelli.
«No. Non così.»
La risposta non mi tranquillizzò.
Quella notte dormimmo male entrambi.
La mattina dopo, mentre preparavo il caffè, vidi dalla finestra un uomo davanti alla casa di Bianca. Aveva circa quarantacinque anni, una camicia chiara arrotolata ai gomiti e il portellone dell’auto aperto. Bianca gli stava indicando alcune scatole accatastate vicino al garage.
Litigavano a bassa voce.
Poi l’uomo si voltò verso casa nostra.
Mi vide alla finestra.
Per un istante rimase fermo.
Bianca gli disse qualcosa e lui rispose senza guardarla.
Cinque minuti dopo suonò il nostro campanello.
Enrico era sotto la doccia.
Aprii.
«Laura Bellini?» chiese l’uomo.
«Sì.»
Lui esitò, poi tese la mano.
«Sono Andrea Moretti. L’ex marito di Bianca.»
Non sapevo ancora perché fosse venuto da me.
Ma quando aggiunse la frase successiva, capii che la scatola aperta durante la festa non era stata il vero inizio del problema.
«Se Bianca ti ha mostrato dei messaggi», disse, «prima di credere a qualunque cosa, dovresti sapere cosa faceva durante il nostro matrimonio.»
Lo fissai senza invitarlo a entrare. Non avevo nessuna intenzione di trasformare la mia cucina nel luogo in cui gli ex coniugi di Bianca venivano a depositare versioni della verità.
«Se siete qui per coinvolgermi nella vostra separazione, non mi interessa.»
Andrea scosse la testa. «Non voglio parlare della separazione. Voglio evitare che tu perda tempo a difenderti da qualcosa che lei ha già fatto prima.»
«Cosa avrebbe fatto?»
Lui guardò per un momento verso la casa accanto. Bianca non era più davanti al garage.
«Prendeva mezze frasi, conversazioni vere, dettagli reali. Poi li spostava di posto finché raccontavano una storia diversa.»
Sentii il rumore della doccia spegnersi al piano superiore.
Andrea fece un passo indietro. «Non ti sto chiedendo di credermi. Anzi, controlla tutto. Ma controlla anche quello che sembra autentico.»
Quelle ultime parole mi restarono addosso.













