Enrico passò il resto della sera a cercare di convincermi che il piano fosse una pessima idea.
«Non mi piace.»
«Non deve piacerti.»
«Sembra una trappola.»
«Lo è.»
Mi guardò dall’altra parte del tavolo con quell’espressione che usava quando sapeva che avevo già deciso qualcosa ma sperava ancora di farmi cambiare strada.
«E se non ci andassi?» chiese.
«Bianca direbbe a se stessa che non sei venuto perché io te l’ho impedito. È già la storia che vuole raccontarsi.»
Enrico abbassò lo sguardo sull’invito. «E invece, se vado?»
«Le lasciamo raccontare la storia fino in fondo.»
Non gli dissi subito cosa avevo in mente. Non perché non mi fidassi di lui, ma perché non avevo ancora deciso quanto fosse giusto spingersi oltre. Avevo passato due giorni a chiedermi se stessi reagendo per rabbia, per orgoglio o per paura. Nessuna delle tre mi piaceva.
Il problema non era soltanto Bianca. Era il fatto che, da quando aveva pronunciato quella frase nella mia cucina, io avevo cominciato a osservare Enrico in un modo che odiavo. Notavo quando prendeva il telefono. Quando usciva in giardino. Quando tardava dieci minuti. Non perché lui avesse fatto qualcosa, ma perché qualcuno aveva insinuato un dubbio e il dubbio, una volta entrato, trova sempre un posto dove sedersi.
Quella sera gli dissi la verità.
«Non voglio diventare una donna che controlla suo marito per colpa di una vicina.»
Enrico si avvicinò. «Allora non farlo.»
«Facile da dire.»
«Ti mostro tutto quello che vuoi.»
«Non è quello che voglio.»
Lui annuì lentamente. «Allora dimmi cosa vuoi.»
Ci pensai.
«Che non ci siano zone grigie.»
Fu così che, per la prima volta da quando Bianca si era trasferita accanto, mettemmo tutto sul tavolo. Letteralmente.
Enrico aprì la conversazione con lei. C’erano richieste di aiuto, battute, complimenti, inviti che diventavano sempre meno innocenti. Lui aveva risposto soltanto quando la questione riguardava qualcosa di pratico. In due occasioni le aveva scritto di non sentirsi a suo agio con certi commenti.
Bianca non aveva smesso.
Anzi, a uno di quei messaggi aveva risposto: “Se fossi davvero infastidito, non continueresti a essere così gentile con me.”
Quella frase mi irritò più di tutte le altre.
Non perché fosse seducente. Perché trasformava la buona educazione di Enrico in un consenso che lui non aveva mai dato.
«Da adesso», dissi, «niente più risposte ambigue. Se ti chiede qualcosa che non riguarda un’emergenza, dici di no.»
«Va bene.»
«E se insiste, me lo dici.»
«Va bene.»
«E io faccio lo stesso se scrive a me.»
Enrico mi tese la mano sopra il tavolo. «Accordo?»
«Accordo.»
Il giorno dopo Bianca mi mandò un messaggio.
“Ho saputo che Enrico verrà sabato. Sono contenta che tu sia abbastanza matura da non impedirglielo.”
Lo lessi due volte. Poi feci uno screenshot.
Non risposi.
Nel pomeriggio arrivò un altro messaggio.
“Non preoccuparti, te lo restituisco in buone condizioni.”
Quello screenshot finì accanto al primo.
Fu allora che ebbi l’idea della scatola.
Non volevo riempirla di insulti, né trasformare il quartiere in un tribunale. Volevo una cosa semplice: togliere a Bianca il vantaggio più grande che credeva di avere, cioè l’idea che stesse costruendo qualcosa alle mie spalle.
Stampai alcune conversazioni. Non tutte. Solo quelle in cui lei flirtava apertamente e quelle in cui Enrico metteva dei confini. Aggiunsi i due messaggi che aveva mandato a me. In cima misi un foglio bianco con una sola frase scritta a mano:
“Un segreto funziona soltanto se le persone coinvolte non parlano tra loro.”
Quando Enrico vide il contenuto, non rise.
«Vuoi davvero consegnarle questa roba davanti a tutti?»
«Non necessariamente.»
«Laura.»
«La porto con me. Se si limita a fare la padrona di casa, me ne vado senza aprirla.»
«E se provoca?»
«Allora sceglierà lei il pubblico.»
Sabato arrivò caldo e luminoso. Dal nostro giardino sentivamo già la musica dall’altra parte della siepe prima delle sei. Bianca aveva appeso piccole luci tra gli alberi, sistemato vassoi sul tavolo lungo e invitato quasi tutti quelli della via.
Enrico si preparò senza entusiasmo. Jeans scuri, camicia azzurra, niente profumo.
«Sembro uno che va volontariamente a una festa?» chiese.
«Sembri uno che sta andando dal dentista.»
«Perfetto.»
Prima di uscire mi baciò sulla fronte.
«Se cambia qualcosa, me ne vado.»
«Lo so.»
Lo guardai attraversare il vialetto e sparire dietro il cancello di Bianca.
Per la prima volta, sentii una stretta allo stomaco.
Il piano sembrava molto più intelligente quando lui era ancora in cucina.
Passarono dieci minuti.
Poi venti.
Al venticinquesimo minuto arrivò un messaggio da Enrico.
“Sta dicendo a tutti che sei stanca e hai preferito restare a casa.”
Poco dopo ne arrivò un altro.
“Adesso ha detto che ultimamente abbiamo problemi.”
Mi alzai.
Andai in camera, mi cambiai con un vestito semplice color verde scuro, presi la scatola già incartata e legai intorno un nastro bianco.
Quando uscii di casa, la musica sembrava più forte.
Attraversai pochi metri che mi parvero molti di più. Dal cancello aperto vedevo una ventina di persone in giardino. Alcuni vicini parlavano vicino al buffet. Enrico era accanto alla griglia con Paolo, l’insegnante che abitava di fronte. Bianca gli stava molto vicina.
Appena entrai, fu Marta Ricci, la signora della villetta d’angolo, a notarmi per prima.
«Laura! Pensavo non venissi.»
Bianca si voltò.
Il suo sorriso rimase al suo posto, ma soltanto per un istante.
«Che sorpresa», disse.
«Non volevo disturbare.»
Lei guardò la scatola tra le mie mani. «Cos’è?»
«Un regalo.»
Qualcuno vicino a noi smise di parlare.
Bianca incrociò le braccia. «Per me?»
«Sì.»
«Non era necessario.»
«Credimi. Lo è diventato.»
Enrico fece un passo nella nostra direzione. Io lo guardai appena, abbastanza da fargli capire che stavo bene.
Posai la scatola al centro del tavolo del buffet.
Bianca abbassò lo sguardo sul nastro.
«E cosa ci sarebbe dentro?»
«Qualcosa che riguarda te, me ed Enrico.»
Il silenzio intorno a noi si allargò.
Bianca lanciò un’occhiata alle persone che si erano avvicinate. Avrebbe potuto lasciar perdere. Avrebbe potuto dirmi di portare via il pacco e chiudere la questione.
Ma Bianca odiava l’idea di sembrare spaventata.
Allungò le mani verso il nastro.
«Allora vediamo.»
E cominciò ad aprire la scatola davanti a tutti.













