Il nome riportato come titolare effettivo di Aurora Gestioni era Michele Ricci.
Mio fratello.
Non un consulente sconosciuto, non un intermediario che avrebbe potuto essere stato ingannato.
Michele aveva depositato personalmente la dichiarazione societaria un mese prima del nostro fidanzamento.
«Quindi voleva i soldi», dissi.
Ferrante richiuse il fascicolo.
«Voleva il controllo del denaro. La proprietà finale, secondo l’atto originale, spettava a Elio. La delega che avete trovato avrebbe permesso ad Aurora di disporre dei fondi per suo conto.»
«Senza il suo consenso», aggiunse Elio.
Il suo avvocato annuì.
«È quello che dobbiamo contestare. Intanto il fiduciario ha congelato le operazioni su richiesta di Ferrante e ha avviato le proprie verifiche.»
Non era una vittoria definitiva.
Le registrazioni digitali risultavano alterate e qualcuno aveva già costruito una documentazione abbastanza elaborata da sembrare autentica a una lettura distratta.
Ma il denaro, per il momento, non era uscito dal fondo.
Chiamai l’ispettore Serra e le riferii tutto.
Mi chiese di inviare le copie attraverso l’avvocato e di non affrontare Michele.
La sua risposta mi irritò, perché ero abituato a decidere personalmente come trovare chi mi aveva tradito.
Poi ripensai ad Aldo, immobilizzato sul pavimento del deposito, e lasciai che fosse la polizia a lavorare.
Due giorni dopo arrivarono i primi risultati degli accertamenti.
Nei campioni conservati delle bevande e negli esami clinici dei due camerieri erano emersi elementi compatibili con la somministrazione di un sedativo.
Gli specialisti dovevano ancora ricostruire quantità e modalità esatte.
L’ispettore fu prudente quando me lo spiegò.
«Possiamo dire che non si tratta semplicemente di due persone ubriache. Non possiamo ancora attribuire l’aggiunta della sostanza a una persona sulla base di un movimento ripreso male.»
«Ma abbiamo visto Vittoria avvicinarsi al bicchiere.»
«Abbiamo visto che si è avvicinata. L’ipotesi è importante, non è una sentenza.»
Aveva ragione.
Mi rendeva furioso ammetterlo.
Bruno, intanto, ricordava nuovi particolari.
Il vassoio destinato al mio studio era stato preparato nel corridoio di servizio, non nella cucina principale.
La caraffa e i bicchieri erano rimasti sul tavolo mentre gli addetti sistemavano le bottiglie per il brindisi.
Alessia aveva riempito il proprio bicchiere prima di allontanarsi, e Bruno aveva preso dell’acqua poco dopo.
L’idea che il sedativo fosse destinato a me restava plausibile, ma non potevo ancora sapere se i due camerieri fossero stati colpiti per errore oppure per far tacere chi aveva visto troppo.
Alessia mi telefonò la sera stessa.
«L’ispettore mi ha chiesto se voglio aggiungere una dichiarazione», disse.
«Ho pensato a quello che Vittoria mi ha detto il giorno prima della festa.»
«Che cosa?»
«Mi ha chiesto quanto pagherei perché mia figlia non scoprisse che sua madre era una ladra. Ha detto che sarebbe bastato nascondere qualcosa nella mia borsa.»
Mi sedetti.
«Perché non me l’hai detto prima?»
«Perché mi vergognavo. Avevo paura che mi credesse colpevole.»
Le chiesi scusa.
Non soltanto per quello che aveva subito alla villa.
Mi scusai perché, fino a quel momento, avevo considerato la sicurezza dei dipendenti una voce di bilancio e non una responsabilità personale.
«Non sei tu a dover convincere me», le dissi.
«Raccontalo all’ispettore con le tue parole.»
Un altro elemento arrivò da Aldo, quando i medici gli permisero di ricevere gli investigatori.
Spiegò di aver eseguito la cancellazione dei sei minuti dopo che Michele lo aveva minacciato.
Aveva però conservato sul sistema di manutenzione un registro degli accessi alle telecamere, diverso dai filmati veri e propri.
Mostrava chi avesse utilizzato le credenziali operative e a quale ora.
Il registro non poteva ricreare ciò che mancava dalle immagini.
Rendeva però verificabile il momento in cui qualcuno aveva manomesso l’archivio.
L’ispettore lo fece acquisire da un tecnico incaricato, senza lasciarlo nelle mani del mio personale.
La cosa più dolorosa arrivò con la testimonianza di Elio.
Mio fratello lo aveva contattato tre settimane prima, presentandosi come un parente desideroso di chiarire vecchi segreti.
Gli aveva parlato di nostro padre con una gentilezza che Michele non usava più con me da anni.
Poi aveva chiesto una copia dei suoi documenti.
«Gli ho mandato soltanto la fotografia di un vecchio tesserino dell’ospedale», disse Elio.
«Volevo prima incontrarlo. Avevo paura, ma speravo che un fratello volesse davvero conoscermi.»
Quel contatto aveva permesso a Michele di confermare che il bambino del Sant’Anna non era morto. Vittoria aveva poi recuperato la vecchia fotografia tra i documenti custoditi nella villa.
A quel punto, secondo la ricostruzione degli investigatori, avevano cercato il modo di appropriarsi dei fondi prima che Elio ottenesse accesso diretto alla gestione.
«Michele non si è mai rassegnato alla scelta di nostro padre», dissi.
Elio mi guardò.
«Non credo che tu conosca tutta la sua ragione. Io non conosco nemmeno la mia.»
Non risposi.
Avevo trascorso la vita a pensare che il problema di mio fratello fosse non aver ricevuto abbastanza.
Non avevo mai pensato a che cosa significasse, per lui, scoprire un altro figlio nascosto e vedere un fondo intestato soltanto a quel figlio.
Questo non giustificava quello che aveva fatto.
Ma rendeva il tradimento più comprensibile, e per questo più difficile da sopportare.
Il terzo giorno, Vittoria mi telefonò da un numero che non conoscevo.
Non le nascosi che avrei riferito quella conversazione alla polizia.
«Hai distrutto la nostra vita», disse.
«Mi hai fatto lasciare un documento da firmare mentre due persone venivano portate in ospedale.»
«Non doveva finire così.»
«Che cosa doveva succedere?»
Per qualche secondo sentii soltanto il traffico alle sue spalle.
«Dovevi sentirti male tu», sussurrò.
«Solo abbastanza da restare seduto. Michele mi aveva detto che non ti sarebbe successo niente.»
Chiusi gli occhi.
«E Alessia? Bruno?»
«Non dovevano toccare quei bicchieri.»
«Erano persone, Vittoria. Non oggetti finiti nel posto sbagliato.»
Lei interruppe la chiamata.
Consegnai all’ispettore l’ora, il numero e il resoconto preciso delle sue parole, senza pretendere che una confessione telefonica bastasse da sola.
Pensavo che finalmente la verità stesse emergendo.
Poi Serra arrivò di persona nel mio ufficio.
Aveva il volto teso.
«Michele si è presentato con un avvocato», disse.
«Ha ammesso di essersi travestito da cameriere. Ma sostiene che sia stato lei a ordinargli di mettere qualcosa nell’acqua.»
La fissai.
«Sta cercando di dare a me la responsabilità di tutto.»
«È per questo che dobbiamo verificare ogni dettaglio. Compreso il suo ruolo nell’organizzazione di famiglia.»
Per la prima volta compresi che non rischiavo soltanto di perdere un fratello o una fidanzata.
Rischiavo di diventare il colpevole ufficiale di un piano che avevo scoperto troppo tardi.
Per capire come avrei potuto difendermi senza nascondere le mie responsabilità, continua con la Parte 5.













