«Abbiamo venduto la casa. Qui ci sono duecento euro. Cercati una stanza economica in periferia e non fare scenate.»
Marco lasciò una busta sul tavolo come se mi stesse concedendo un favore.
Avevo partorito da meno di tre giorni.
Mia figlia Sofia dormiva contro il mio petto, il corpo mi doleva e stare in piedi richiedeva uno sforzo che non volevo mostrargli.
Accanto a lui, mia suocera Teresa teneva le braccia conserte e un sorriso così soddisfatto da farmi venire la nausea.
«A Sesto San Giovanni trovi ancora qualche stanza a poco», aggiunse.
«Con una neonata non ti servono certo tutti questi lussi.»
Aprii la busta.
Dentro c’erano due banconote da cento euro.
Guardai il denaro, poi mio marito.
E cominciai a ridere.
Non era una risata nervosa.
Risi tanto da sentire tirare i punti del parto.
«Che cosa ti prende?» domandò Marco.
«Niente.»
«Allora che hai da ridere?»
Sollevai le banconote.
«Il fatto che tu creda di potermi cacciare da una casa che vale quasi tre milioni di euro con duecento euro.»
Teresa fece un passo avanti.
«Quella casa non è più tua.»
«Su questo hai ragione.»
Marco sorrise, convinto che mi fossi finalmente arresa.
«Allora smettila di complicare le cose.»
Lo guardai dritto negli occhi.
«C’è soltanto un piccolo problema. La casa che pensi di aver venduto era già stata…»
Mi fermai.
Il sorriso gli scomparve dal viso.
Teresa strinse le labbra.
«Era già stata cosa?» chiese lui.
Per la prima volta dopo mesi, vidi paura nei suoi occhi.
Tre settimane prima credevo ancora che il nostro matrimonio potesse essere salvato.
Eravamo sposati da sette anni e vivevamo in una villa a due piani a Monza, in una via tranquilla dove i vicini si salutavano e i bambini pedalavano davanti ai cancelli nel tardo pomeriggio.
La casa era appartenuta a mio padre.
Quando era morto, l’aveva lasciata soltanto a me.
Avevo conservato le vecchie piastrelle dello studio, rifatto la cucina e sistemato il giardino dove lui coltivava il rosmarino.
Ne avevo fatto il luogo in cui immaginavo di crescere Sofia.
Dicevo sempre «casa nostra».
Ma nei documenti quella casa non era mai stata di Marco.
Durante la gravidanza, mio marito aveva iniziato a farmi domande strane.
«Secondo te, oggi quanto vale?»
«Dove tieni l’atto originale?»
«Tuo padre aveva inserito qualche condizione nel testamento?»
All’inizio avevo risposto senza sospettare nulla.
Marco parlava spesso di investimenti e mi sembrava naturale che si interessasse al valore di un immobile.
Poi aveva cominciato Teresa.
Un pomeriggio, davanti a un caffè, si era guardata intorno con un’attenzione nuova.
«Una proprietà così può creare problemi fra marito e moglie.»
«Che genere di problemi?»
«Quando uno possiede tutto e l’altro niente, prima o poi qualcuno si sente inferiore.»
«Marco non mi ha mai detto che questa situazione lo disturba.»
Teresa aveva sorriso.
«Forse è troppo orgoglioso per ammetterlo.»
Qualche giorno dopo trovai Marco nello studio di mio padre, chino sul vecchio schedario.
Quando mi vide, richiuse un cassetto con troppa fretta.
«Che cosa cerchi?»
«Una polizza assicurativa.»
«Lì dentro ci sono i documenti della casa.»
Non rispose.
Per tutta la sera fu premuroso in un modo che non riconoscevo più.
Mi preparò una tisana, mi chiese se Sofia scalciasse e posò la mano sulla pancia prima di voltarsi verso il telefono.
Avrei voluto credergli.
Quando aspetti un figlio, la speranza può diventare un’abitudine persino davanti a ciò che hai visto con i tuoi occhi.
Il mattino successivo chiamai Elena Vargas, l’avvocata che aveva seguito la successione di mio padre.
Le raccontai delle domande, dello schedario, dell’insistenza di Teresa.
Lei controllò i documenti e fu precisa.
«Daniela, Marco non può vendere quella proprietà. L’hai ereditata tu e risulta intestata esclusivamente a te.»
«E se fossi io a venderla?»
Elena rimase in silenzio per qualche secondo.
«Stai pensando davvero a una decisione così grande?»
Posai una mano sul ventre.
«Voglio iniziare una vita in cui nessuno creda di potermi portare via ciò che è mio mentre sono occupata a proteggere mia figlia.»
Non decisi in un istante.
Passai notti intere a camminare per le stanze, sfiorando i mobili che mio padre aveva riparato e chiedendomi se stessi confondendo i ricordi con la sicurezza.
Elena mi ricordò che vendere non cancellava la mia infanzia, ma che una scelta così avrebbe avuto conseguenze anche sulla mia famiglia.
Lo sapevo.
Per questo feci verificare ogni dettaglio da un notaio e chiesi che i proventi rimanessero tracciabili su conti intestati soltanto a me.
Due settimane prima della data prevista del parto firmai il rogito.
Ad acquistare furono Paolo ed Elisa Rinaldi, una coppia che gestiva un’azienda familiare.
Il prezzo fu di due milioni e ottocentomila euro, versati secondo gli accordi tramite il notaio.
Accettarono che restassi nell’immobile per alcune settimane dopo la nascita, in base a un accordo scritto di consegna differita.
Avevo dunque ancora il diritto di abitarci temporaneamente, ma non ne ero più proprietaria.
Marco non lo seppe.
Tre giorni dopo, passando davanti al garage, lo sentii parlare con sua madre.
Non mi avevano vista.
«Dobbiamo abbassare parecchio il prezzo», stava dicendo Teresa.
«Non importa», rispose Marco.
«Quando Daniela sarà in ospedale, non se ne accorgerà nemmeno.»
Rimasi immobile dietro la porta.
Fino a quel momento avevo temuto che volessero impossessarsi della casa.
In quel momento compresi che stavano aspettando di trovarmi abbastanza debole da non potermi difendere.
E sentii il mondo fermarsi.
Non sapevo ancora quali documenti stessero preparando né quanto avrei dovuto difendere la mia parola.
Per capire che cosa accadde mentre ero in ospedale, continua con la Parte 2.













