Quando arrivarono i sanitari per Aldo, gli agenti erano già alla villa.
Non cercai di risolvere tutto con una telefonata fatta alla persona giusta.
Consegnai le registrazioni disponibili, indicai le persone presenti e riferii anche che avevo sollevato il bicchiere d’acqua con le mie mani.
L’ispettore Marta Serra mi ascoltò senza lasciarsi impressionare dal mio cognome.
«Se qualcuno è stato aggredito o avvelenato, voglio sapere cosa è successo», disse.
«Ma non accetterò che lei scelga quali testimoni siano credibili.»
«È quello che voglio anch’io.»
Non ero abituato a pronunciare quelle parole senza aggiungere condizioni.
La polizia prese in consegna il materiale e dispose gli accertamenti sulle bevande e sulle immagini, mentre il personale medico valutava chi fosse ancora nella villa.
Vittoria se n’era andata prima che riuscissero a parlarle.
Sul registro degli accessi risultava uscita con un’automobile chiamata dal proprio telefono.
Michele, invece, sembrava svanito.
Il suo cellulare era spento e la giacca indossata alla festa era stata trovata in un guardaroba di servizio.
Alle sette del mattino andai in ospedale.
Alessia era seduta sul letto con una bottiglietta d’acqua ancora sigillata davanti a sé.
Non l’aveva aperta.
La guardava come se dentro potesse nascondersi qualcosa.
«Lucia è con mia sorella», mi spiegò.
«Le ho detto che sono svenuta per il caldo. Non volevo spaventarla.»
«Come ti senti?»
«Meglio, ma non riesco a smettere di pensare a quel bicchiere.»
Le dissi che gli investigatori le avrebbero parlato senza la mia presenza, e che il suo contratto sarebbe rimasto valido.
Non le offrii denaro in cambio del silenzio.
Le chiesi soltanto se ricordasse altro della fotografia.
«Era piegata all’angolo», disse.
«C’era un bambino con il braccio fasciato, davanti a una porta verde. Dietro aveva una donna in camice. Vittoria ha detto: ‘Ma questo bambino doveva essere morto’.»
«Ne sei certa?»
«Non dimentico una frase del genere.»
Alessia abbassò lo sguardo.
«Avevo paura di perdere il posto, così non ho raccontato a nessuno della valigetta. Poi, quando sono caduta, ho pensato che forse sarei morta senza averlo detto.»
Per una volta non trovai una risposta con cui sistemare la situazione.
Le dissi che aveva fatto bene a parlare, e rimasi in silenzio.
Verso mezzogiorno incontrai Ferrante nel suo studio, vicino a piazza dei Martiri.
L’ispettore Serra aveva autorizzato la consegna di copie dei documenti utili alla tutela del fondo, mentre gli originali recuperati da Aldo venivano acquisiti e catalogati.
Non potevamo semplicemente portarli via dalla villa come se nulla fosse successo.
Ferrante aprì un fascicolo del suo archivio notarile.
Conteneva un atto costitutivo firmato da mio padre ventinove anni prima e successive integrazioni.
«Questo fondo non coincide con l’eredità ordinaria», spiegò.
«Tuo padre lo aveva costituito separatamente, mentre era in vita. Tu e Michele avete ricevuto le vostre quote societarie attraverso altri atti.»
Sfogliai le pagine.
Sul documento compariva un nome scritto senza abbreviazioni: Elio Ricci.
Era indicato come unico beneficiario finale del fondo da centoventi milioni.
«Perché non me ne hai parlato?»
«Perché tuo padre mi aveva chiesto di non rivelare l’identità del beneficiario finché non si fosse presentato personalmente con i documenti richiesti. Non sapevo che qualcuno stesse intervenendo sui registri digitali.»
«E adesso si è presentato?»
«Ha chiesto un incontro stamattina, accompagnato da un suo legale.»
Poco dopo entrò un uomo con un cappotto scuro e una cartella di cartone consumata.
Aveva quasi trent’anni, occhi castani e un modo di osservare la stanza che mi ricordò mio padre nei giorni in cui non si fidava di nessuno.
«Sono Elio», disse.
Nessuno dei due tese subito la mano.
L’avvocato che lo accompagnava depositò documenti d’identità, certificazioni anagrafiche e gli estremi di un riconoscimento di paternità già registrato molti anni prima.
Ferrante confrontò i dati con quelli presenti nell’archivio.
Non bastava somigliarsi per diventare eredi, e fui sollevato che nessuno cercasse di convincermi del contrario.
«Mio padre era anche tuo padre?» domandai.
Elio annuì.
Mi raccontò di sua madre, Teresa Valli, che lo aveva cresciuto lontano dall’ambiente della famiglia Ricci.
Da piccolo frequentava l’ospedale pediatrico Sant’Anna per una malattia respiratoria.
Una sera, durante un incendio in un locale di servizio, era stato evacuato con altri bambini.
Per alcune ore era risultato disperso nell’elenco provvisorio dei pazienti trasferiti.
«Non sono morto», disse.
«Ma qualcuno ha continuato a raccontare che lo fossi. Mia madre ci ha lasciato vivere così per paura che chi cercava nostro padre venisse a cercare anche noi.»
«L’incendio era stato provocato?»
«Non lo so. Non voglio trasformare un sospetto in un fatto.»
Mi colpì quella risposta.
Nella mia famiglia, invece, il sospetto era spesso sufficiente per distruggere una persona.
Elio estrasse dalla cartella una fotografia.
Riconobbi la porta verde, il bambino con il braccio fasciato e il nome del Sant’Anna stampato sul retro.
Era la stessa immagine che Alessia aveva descritto.
«Mio padre mi scriveva», spiegò.
«Non ci siamo visti spesso. Quando è morto, ho ricevuto una lettera e le istruzioni per farmi riconoscere dal fiduciario. Non volevo il denaro come risarcimento per una vita senza di lui. Volevo almeno sapere perché mi aveva nascosto.»
«Al telefono hai detto che nostro padre ti aveva lasciato tutto», osservai.
«Tutto quel fondo. Non le aziende che aveva già assegnato a voi. Mi spaventa che siano soldi così grandi, ma mi spaventa ancora di più che qualcuno abbia cercato di parlarmi soltanto per prenderli.»
Gli chiesi come avesse avuto il numero di Daniele.
«Aldo mi aveva chiamato alcuni giorni fa. Era preoccupato per le modifiche ai registri. Mi aveva dato un contatto d’emergenza. Ieri sera ho scoperto che aveva smesso di rispondere.»
Ferrante posò accanto all’atto originale una scansione della nuova documentazione caricata nei registri.
La pagina finale conteneva una delega con cui Elio avrebbe autorizzato una società esterna a ricevere e gestire il fondo.
Elio la lesse una volta.
Poi una seconda.
«Non ho mai firmato questo», disse.
Indicò la data.
Quel giorno era stato fuori Napoli con sua madre per una visita specialistica, e poteva documentarlo.
La delega non indicava Vittoria o Michele, soltanto una società dal nome anonimo: Aurora Gestioni.
Ferrante aprì gli allegati societari e impallidì.
«Giuliano, guarda chi ne ha chiesto il controllo effettivo.»
Sul modulo compariva un nome che avevo già visto sulla lista degli ospiti della festa.
Era quello di una persona che avevo accolto a casa mia senza farle una sola domanda.
Per scoprire chi si nascondeva dietro Aurora Gestioni e perché fosse entrato alla festa, continua con la Parte 4.













