Non aprii subito.
Guardai Daniele, che era rimasto vicino alla scrivania con il telefono in mano, e gli indicai la busta.
«Fotografa ogni pagina, compresa la copertina. Poi chiama l’avvocato Ferrante sul numero privato.»
Daniele eseguì senza discutere.
Enrico Ferrante amministrava gli aspetti legali del fondo da quando mio padre era ancora vivo, e non prendeva mai decisioni importanti al telefono senza richiedere una conferma scritta.
Sapevo che a quell’ora avrebbe risposto solo a una chiamata di emergenza.
«Giuliano?» insistette Vittoria dall’altra parte della porta.
«Che cosa stai facendo?»
«Cerco di capire perché mi hai lasciato un’autorizzazione che non mi avevi mai mostrato.»
«Te l’ho spiegato. È una formalità. Il fondo deve aggiornare i beneficiari entro stanotte.»
«Allora aspetterà.»
Per la prima volta, la sua voce perse la dolcezza.
«Non può aspettare.»
Daniele mise Ferrante in vivavoce.
Gli spiegai in poche frasi della busta, dei ricoveri e del nome Elio Ricci.
«Non firmare niente», disse l’avvocato.
«La scadenza stampata su una richiesta privata non obbliga nessuno. Domani chiederemo al fiduciario di verificare i registri originali.»
«E se qualcuno avesse già presentato documenti a mio nome?»
«Posso inviare subito una contestazione formale e chiedere il blocco cautelativo delle operazioni. Ma voglio l’originale e una denuncia.»
Gli dissi di procedere.
Daniele conservò le fotografie, poi ripose la busta in una cartellina trasparente senza alterarne il contenuto.
Avevo toccato il documento, e sapevo che da quel momento avremmo dovuto riferire esattamente chi lo aveva maneggiato.
Quando aprii la porta, Vittoria entrò con un sorriso già pronto.
Aveva cambiato gli orecchini ma portava ancora l’abito bordeaux.
Guardò prima la scrivania, poi le mie mani.
«Hai firmato?»
«No.»
Vittoria si fermò.
«Giuliano, dopo tutto quello che abbiamo passato, davvero vuoi mettermi in imbarazzo per un foglio?»
«Due dipendenti sono in ospedale. Uno di loro ha bevuto acqua che qualcuno potrebbe aver manomesso.»
«Non puoi dare la colpa a me perché una cameriera non regge un bicchiere.»
«Alessia non aveva bevuto champagne.»
Vidi una contrazione lungo la sua mascella.
Poi abbassò gli occhi sul telefono di Daniele.
«A chi avete parlato?»
«A un avvocato. E tra poco parleremo alla polizia.»
Le sue dita si strinsero intorno alla borsetta.
«Stai esagerando.»
«Può darsi. Ma stanotte non firmerò.»
Le chiesi di aspettare nel salone con gli altri ospiti rimasti.
Non le impedii di uscire: non avevo alcun diritto di trattenerla e non volevo darle un pretesto per accusarmi di averla minacciata.
Daniele incaricò un collaboratore di annotare i suoi spostamenti nelle aree comuni.
Alle 00:01 ricevemmo una seconda chiamata dall’ospedale.
Era Bruno Esposito, il cameriere che aveva inviato l’avvertimento.
Parlava lentamente, ma riusciva a seguire il discorso.
«Ho visto preparare un vassoio per lei, signor Ricci», disse.
«C’era acqua con limone. L’avevo chiesta per il suo studio, dopo il brindisi.»
«Chi ha preparato il vassoio?»
«Un uomo con la divisa nuova. Non lo conoscevo. Io ho bevuto dal bicchiere che era rimasto vicino alla caraffa perché avevo sete.»
«E Alessia?»
«L’ho vista prendere il suo bicchiere dallo stesso tavolo. Quando si è sentita male ho capito che non eravamo noi il bersaglio.»
Gli chiesi perché avesse parlato di una firma.
«L’uomo ha telefonato dietro la porta della cucina. Ho sentito: ‘Deve firmare prima di mezzanotte’. Ho pensato fosse una consegna. Poi ho visto Alessia cadere.»
Lo ringraziai e gli raccomandai di riferire ogni dettaglio ai medici e agli investigatori.
Non avevo bisogno di interrogarlo oltre, soprattutto nelle sue condizioni.
Daniele chiuse la chiamata proprio mentre un allarme silenzioso lampeggiava sul monitor della sicurezza.
Un sensore della zona lavanderia segnalava una porta forzata.
«Lì non dovrebbe esserci nessuno», disse.
Andammo lungo il corridoio di servizio accompagnati da due addetti.
In cucina erano rimasti pochi lavoratori, pallidi e spaventati.
Chiesi che venissero fatti accomodare lontano dalle bevande e che nessuno lasciasse la villa senza prima fornire i propri recapiti alla polizia, ma senza costringere nessuno a restare.
Davanti al deposito della biancheria sentimmo un colpo sordo.
Daniele chiamò il nome di Aldo Conti.
Una voce rispose dall’interno.
La porta era chiusa con un lucchetto esterno che normalmente non usavamo.
Un addetto portò la chiave di riserva.
Quando entrammo, trovammo Aldo seduto a terra, i polsi legati con fascette di plastica e il viso segnato da un livido.
Respirava, ma sembrava sul punto di perdere conoscenza.
«Chiamate i soccorsi», ordinai.
Daniele tagliò le fascette per liberarlo e le conservò insieme al lucchetto, in attesa della polizia.
Un altro addetto confermò che il numero di emergenza era stato avvisato anche dell’aggressione e della possibile manomissione delle bevande.
Chiesi che le persone ancora presenti lasciassero agli investigatori i loro recapiti, senza essere trattenute contro la propria volontà.
Sapevo che i filmati e le testimonianze avrebbero avuto valore soltanto se non avessimo cercato di controllarli.
Aldo cercò di alzarsi, ma lo pregai di rimanere fermo.
«Chi ti ha fatto questo?»
«Uno degli uomini arrivati con Michele», mormorò.
«Mi hanno ordinato di cancellare sei minuti dalle telecamere.»
«Perché?»
«Non volevano che si vedesse chi prendeva i bicchieri. Quando ho chiesto spiegazioni, mi hanno tolto il telefono.»
Mi si chiuse lo stomaco.
Per anni avevo pagato persone perché sapessero gestire le emergenze senza farmi domande.
Adesso una di quelle persone giaceva ferita sul pavimento di casa mia, perché qualcuno aveva usato la stessa abitudine contro di lui.
Un rumore di passi ci fece voltare.
Daniele uscì nel corridoio, ma vide soltanto una porta antincendio che oscillava.
Non ordinò a nessuno di inseguire alla cieca l’uomo che era fuggito.
Registrò l’ora e fece controllare il perimetro dagli addetti già all’esterno.
Aldo mi afferrò il polso.
«La registrazione non è l’unica cosa che volevano cancellare.»
«Che cosa hai visto?»
«Una copia del fascicolo originale del fondo. Era in una cassaforte nella stanza dei documenti.»
«Chi l’ha presa?»
«Vittoria. Ma non ha trovato tutte le pagine.»
Lo guardai, senza capire.
«Io le avevo spostate prima», sussurrò.
«Suo padre mi aveva lasciato istruzioni precise, se qualcuno avesse cercato di cambiare un nome.»
Il nome che intendeva era quello di Elio Ricci.
Non ne conoscevo ancora il volto, né il legame con mio padre.
Ma finalmente sapevo che c’era un documento che Vittoria non aveva potuto portare via.
Per sapere che cosa mio padre avesse nascosto perfino a me, continua con la Parte 3.













