Andrea rispose a quell’ultima domanda quattro mesi dopo il matrimonio che non c’era stato, in una sala riservata vicino agli uffici giudiziari.
Nel frattempo l’indagine economico-finanziaria si era allargata perché il denaro era passato attraverso più conti e più regioni e le persone danneggiate erano diverse. L’avvocato di Andrea stava lavorando a un accordo processuale e a un possibile patteggiamento. Io non ero obbligata a incontrarlo.
Scelsi di farlo.
Non da sola. Il mio avvocato sedeva accanto a me, il suo accanto a lui. Le regole erano chiare: non era una trattativa e niente di ciò che avrei detto avrebbe modificato la mia deposizione.
Andrea sembrava più piccolo di come lo ricordavo.
Mi chiese se avessi visto i biglietti per Lisbona.
«Sì.»
«Volevo raccontarti tutto dopo il matrimonio.»
Quasi risi.
«Tutto?»
«Gli investimenti. I soldi. Tutto.»
«E poi?»
«Pensavo che avremmo potuto partire per un po’.»
«Con la mia eredità.»
«Con quello che avevamo.»
«Quello che “avevamo” comprendeva soldi rubati alla mia attività.»
Andrea annuì.
Non aveva più senso negare.
Spiegò che prima dell’incidente il piano era sposarmi, chiudere alcuni conti, usare una parte dei soldi della casa per coprire le richieste più urgenti degli investitori e partire con me per il Portogallo mentre lui “sistemava le cose”.
«Pensavi che avrei accettato?»
«Pensavo che, una volta sposati, avresti capito che dovevamo risolvere tutto insieme.»
Quella frase mise fine a ciò che restava tra noi.
Non perché fosse crudele.
Perché era sincera.
Andrea credeva davvero che il matrimonio avrebbe trasformato i suoi segreti nelle nostre responsabilità.
Voleva consegnarmi un disastro dopo le promesse e chiamarlo vita di coppia.
«E Elisa?»
Abbassò gli occhi.
«Non sapevo cosa volevo.»
«Sapevi abbastanza da andarci a letto.»
«Sì.»
«Volevi lasciarmi per lei?»
«No.»
Gli credetti.
Stranamente, fu peggio.
Elisa non era stata il grande amore per cui aveva distrutto tutto. E, alla fine, nemmeno io lo ero. Eravamo persone che Andrea disponeva intorno a sé a seconda della versione di se stesso di cui aveva bisogno.
«Quando è successo l’incidente», disse, «ho pensato che forse potevo cancellare tutto.»
«Hai cancellato me.»
«Lo so.»
«No. Hai cancellato il fatto che io avessi una scelta. Prima dell’incidente volevi sposarmi senza dirmi quello che avevi fatto. Dopo l’incidente mi hai lasciata credere che fossi morto. Poi hai costruito un’altra vita senza dire a Elisa chi eri davvero. Ogni volta che avevi paura, risolvevi il problema decidendo tu quale verità gli altri fossero autorizzati a conoscere.»
Andrea pianse in silenzio.
Io no.
Mi chiese scusa.
Credetti che fosse sincero.
Era un’altra cosa che avevo imparato: la sincerità non ripara ogni danno.
Una persona può finalmente capire ciò che ha fatto e non avere comunque alcun diritto di tornare al posto che occupava prima nella tua vita.
«Ti perdono per essere vivo», dissi.
Mi guardò confuso.
«Per mesi una parte di me si è odiata perché vederti vivo mi faceva arrabbiare. Mi sembrava una cosa terribile. Ma io non odio il fatto che tu sia sopravvissuto. Sono contenta che tu sia vivo.»
Il suo viso si irrigidì.
«Semplicemente non voglio più che la tua vita sia legata alla mia.»
Quella fu l’ultima conversazione privata che avemmo.
In seguito Andrea definì la propria posizione giudiziaria ammettendo diversi reati economici. Il risarcimento e la restituzione delle somme avrebbero richiesto anni. Claudia affrontò separatamente le conseguenze legate alla polizza e al ruolo avuto nel nasconderlo. Giulio non venne accusato: aveva collaborato e non aveva ricevuto denaro dal sistema di Andrea.
Nessuno di quegli esiti mi sembrò una vittoria.
Erano conseguenze.
Il negozio sopravvisse.
Per un po’, fu abbastanza.
Vendetti alcune attrezzature, mi ridussi lo stipendio e accettai più eventi aziendali perché i matrimoni continuavano a essere difficili. Nina diventò la mia responsabile operativa a tempo pieno dopo avermi informata che ero “incapace di fare tutto da sola”, cosa oggettivamente vera.
Io ed Elisa non diventammo migliori amiche.
Sarebbe stato troppo perfetto.
Ogni tanto, però, ci scrivevamo. La prima volta che uscì con un uomo dopo Andrea mi mandò un messaggio: «Sembra vivo. Ho controllato.»
Risi per la prima volta dopo giorni.
Sei mesi dopo Villa Belvedere, Teresa mi chiese di sostituirla a un altro matrimonio.
Il mio primo impulso fu dire no.
Poi chiesi dove.
Era una piccola cerimonia in un vigneto nel Lazio. Non assomigliava in nulla alla mia.
Accettai.
La mattina delle nozze ero nel laboratorio a fasciare un bouquet con un nastro di seta. La sposa aveva scelto fiori di campo, erbe aromatiche e piccole rose bianche. Quando presi il rosmarino, la mano si fermò.
Per mesi quel profumo era appartenuto ad Andrea.
Al mio matrimonio cancellato.
Al bouquet di Elisa.
Avrei potuto lasciarlo fuori.
Invece infilai un piccolo rametto tra le rose perché la sposa lo aveva chiesto.
Quel gesto contava.
Non perché avessi riconquistato un simbolo.
Perché era tornato a essere soltanto rosmarino.
Al vigneto, la sposa mi raggiunse vicino al prato della cerimonia. Era nervosa e rideva perché non trovava una scarpa.
«Va tutto bene?» mi chiese.
Guardai il bouquet.
«Sì.»
E quella volta era vero.
Rimasi fino all’inizio della cerimonia.
Quando partì la musica, mi fermai in fondo mentre la sposa camminava verso un uomo che l’aspettava in piena vista, circondato da persone che sapevano esattamente chi fosse.
Mi aspettavo che facesse male.
Un po’ lo fece.
Ma il dolore non era più la prova che appartenessi al passato.
Dopo le promesse raccolsi gli attrezzi, caricai tutto sul furgone e ripartii prima del tramonto.
A un semaforo mi accorsi che per tutto il pomeriggio non avevo pensato a ciò che Andrea mi aveva tolto.
Avevo pensato al lavoro.
Agli stipendi.
Al fatto che forse Nina avesse ragione e ci servisse un secondo furgone.
A cosa avrei mangiato quella sera.
Cose normali.
Per tre mesi dopo il funerale di Andrea avevo creduto che il lutto fosse la cosa più difficile che avrei mai dovuto superare.
Poi avevo scoperto che quel lutto era stato costruito su una menzogna.
Ciò che alla fine mi liberò non fu smascherarlo davanti all’altare, vederlo affrontare gli investigatori o sentirlo chiedere scusa.
Fu riavere le mie scelte.
Andrea aveva passato anni a decidere quali verità gli altri fossero in grado di sopportare.
Io non avevo più bisogno che decidesse nulla per me.
Il semaforo diventò verde.
Ripartii.













