Quello che Giulio mi raccontò non assolveva Andrea.
Rendeva soltanto il tradimento più grande.
Finimmo in una sala riunioni della villa perché l’ispettrice De Santis voleva tenere tutti separati finché non fosse stato deciso chi accompagnare negli uffici della polizia giudiziaria. Giulio chiese di parlarmi. Lei acconsentì, a condizione che la porta restasse aperta.
«Il funerale è stata un’idea di mamma», disse.
Lo fissai.
Dopo la telefonata di Andrea, Claudia si era convinta che dichiararlo vivo avrebbe distrutto la famiglia. Conosceva una parte dei suoi problemi economici, non l’intera dimensione. Sapeva anche che in quelle prime ore tutti ritenevano possibile che il corpo nell’auto fosse il suo.
«Diceva che ci serviva tempo.»
«Per fare cosa?»
«Capire in che guaio si era cacciato. Trovargli un avvocato. Convincerlo a presentarsi.»
«Per questo non serve un funerale.»
«No.»
Giulio sembrava nauseato da se stesso.
La notizia della presunta morte, però, si era già diffusa. Amici e colleghi chiamavano. L’azienda di Andrea aveva pubblicato un messaggio di cordoglio. Io avevo cominciato a organizzare il funerale insieme a Claudia perché nessuno mi aveva lasciato dubbi.
Poi la restituzione dei resti era stata rinviata per ulteriori accertamenti.
Claudia aveva perso il controllo.
«Pensava che, se avessimo rimandato tutto, la gente avrebbe cominciato a fare domande.»
«E quindi ha comprato una bara.»
Giulio annuì.
«Diceva che sarebbe stato temporaneo. Una cerimonia commemorativa, una tomba simbolica, finché non avessimo sistemato la situazione.»
Ricordai le letture che avevo scelto, le fotografie, il momento in cui avevo visto quella bara scendere.
«Sapevi che era vuota?»
«Sì.»
«E sei rimasto accanto a me.»
Gli si riempirono gli occhi. «Sì.»
Avrei voluto schiaffeggiarlo.
Invece gli feci la domanda più importante.
«Perché non me l’hai detto dopo?»
«Perché sono stato un codardo.»
Era la prima risposta davvero onesta che ricevevo da quella famiglia.
Giulio disse di aver litigato per settimane con Claudia e Andrea. Aveva minacciato di andare lui stesso alla polizia. Andrea prometteva che si sarebbe presentato appena un legale avesse chiarito la sua posizione. Poi era sparito dall’appartamento dove la famiglia lo teneva nascosto.
Un mese dopo, Giulio aveva scoperto che viveva con Elisa.
«Lì ho chiuso con lui.»
«Ma non hai chiamato me.»
«No.»
«Perché?»
«Perché a quel punto ti avevo già lasciata seppellire mio fratello. Ogni giorno che passava rendeva più difficile dirti la verità.»
Capivo il meccanismo.
Non lo perdonavo.
Più tardi Andrea venne accompagnato via per essere interrogato. Non uscì in manette, cosa che sembrò deludere alcuni invitati rimasti nel parcheggio con la scusa di aspettare un taxi. Ma il completo da sposo, mentre saliva su un’auto senza contrassegni, sembrava improvvisamente ridicolo.
Claudia andò via separatamente. Giulio raggiunse gli uffici con la propria macchina.
Io ed Elisa restammo a Villa Belvedere in mezzo ai fiori di un matrimonio che non sarebbe mai avvenuto.
Il personale cominciò a sparecchiare.
Attraversai la sala e vidi la vita che Andrea aveva preparato: tavoli da otto, calici, segnaposto, una torta bianca decorata con piccoli fiori azzurri.
Al limone.
Mi fermai.
Elisa mi raggiunse alle spalle.
«Ha insistito lui sul gusto.»
Mi uscì una risata. Poi, in modo orribile, rise anche lei.
Ridemmo finché non cominciammo a piangere.
Non era amicizia. Non ancora.
Era riconoscersi dentro lo stesso inganno.
Quella sera De Santis mi telefonò e mi chiese se Andrea avesse mai avuto accesso ai conti della mia attività, al domicilio fiscale o alle credenziali dei servizi bancari.
Sentii la pelle pizzicare.
«A volte mi aiutava con la contabilità.»
«Quanto accesso aveva?»
«Conosceva alcune password.»
«Le cambi subito.»
Andai direttamente al negozio. Nina rimase con me mentre cambiavo credenziali, chiamavo la banca e passavo in rassegna vecchi movimenti.
Alle 23:40 trovai qualcosa.
Da quasi un anno piccoli bonifici uscivano dal conto di riserva dell’attività verso un conto esterno. Quasi tutti erano compresi tra ottocento e duemila euro. Le causali sembravano pagamenti a fornitori.
Durante l’alta stagione avevo affidato ad Andrea una parte della contabilità.
Il totale era 37.600 euro.
In quel momento il lutto scomparve.
Non si attenuò.
Scomparve.
Chiamai De Santis.
A mezzanotte ero di nuovo davanti a un verbale.
I movimenti da soli non provavano ancora che fosse stato Andrea, ma riconobbi alcune delle false causali. Erano frammenti di posti in cui eravamo stati insieme, battute private, parole che soltanto noi due potevamo capire.
Aveva mascherato i soldi rubati alla mia azienda usando ricordi della nostra relazione.
Quello fece male in un modo diverso.
La mattina seguente incontrai la mia commercialista, Sandra. Scoprimmo altre anomalie. Era stata aperta una linea di credito aziendale che non ricordavo di aver autorizzato, con una firma elettronica apparentemente riconducibile a me. Erano già stati utilizzati venticinquemila euro.
Finalmente capii perché Andrea era sempre stato così disponibile ad “aiutarmi” con i documenti.
Per tre mesi avevo creduto che la morte mi avesse rubato il futuro.
La verità era peggiore.
Prima ancora di sparire, Andrea stava già smontando quel futuro pezzo dopo pezzo.
A mezzogiorno chiamò Elisa.
«Ho trovato qualcosa anch’io.»
Era tornata nell’appartamento in cui Andrea viveva. In un cassetto chiuso a chiave aveva trovato lettere indirizzate a investitori, estratti conto e un quaderno con date e cifre.
Su una pagina c’era il mio nome.
Sotto, tre numeri.
37.600 euro.
25.000 euro.
E 80.000 euro.
«I primi due li conosco», dissi.
«E gli ottantamila?»
Elisa rimase in silenzio.
«Credo», disse infine, «che siano i soldi che voleva prendere dopo.»
Sandra mi costrinse a sedermi accanto a lei mentre ricostruiva le operazioni mese per mese. Non mi permise di definirmi stupida. I movimenti erano stati progettati per confondersi con le spese reali, e Andrea sapeva perfettamente quando ero troppo occupata per controllare. In maggio, nel pieno di comunioni e matrimoni, aveva trasferito denaro nei giorni in cui sul conto arrivavano decine di addebiti legittimi. A dicembre aveva mascherato un altro bonifico come manutenzione dell’impianto frigorifero.
Non era stato un gesto impulsivo.
Qualunque cosa dicesse sul panico dopo l’incidente, l’inganno era cominciato molto prima che qualcuno lo credesse morto.













