Gli ottantamila euro non erano soldi che avevo già sul conto.
Era peggio.
Erano la mia parte prevista dalla vendita della casa di mia nonna.
Andrea sapeva che il rogito era vicino perché glielo avevo detto due settimane prima dell’incidente. Mia madre e io avremmo diviso il ricavato. Dopo spese e imposte, a me sarebbero rimasti circa ottantamila euro.
Avevo intenzione di usarne gran parte per l’anticipo della casa che io e Andrea volevamo comprare dopo il matrimonio.
Nel suo quaderno, accanto alla cifra, c’era una data.
Due giorni dopo la fine del viaggio di nozze che avevamo programmato.
Rimasi alla scrivania del negozio a fissare la fotocopia finché Nina non me la tolse dalle mani.
«A quella data sareste già stati sposati», disse.
«Sì.»
Quindi Andrea non stava semplicemente rubandomi denaro mentre progettava di lasciarmi.
Prima voleva sposarmi.
De Santis non poteva raccontarmi ogni dettaglio dell’indagine, ma confermò che la Guardia di Finanza stava analizzando i flussi di denaro. Andrea aveva raccolto somme da amici, conoscenti e alcuni clienti legati al suo vecchio lavoro. Il danno complessivo poteva superare mezzo milione di euro.
La falsa morte rendeva tutto più grave e più complesso.
Così come i centomila euro della polizza incassata da Claudia.
Chiesi se Andrea fosse stato arrestato.
«Non in questo momento», rispose De Santis. «Ha un avvocato, gli sono stati notificati gli atti necessari e non può comportarsi come se non esistesse un’indagine.»
Mi sembrò poco soddisfacente, finché ricordai che le conseguenze reali raramente arrivano con una scena perfetta.
Arrivano come conti bloccati, sequestri, convocazioni, perizie, persone che smettono di rispondere al telefono.
Tre giorni dopo il matrimonio annullato, Andrea venne al mio negozio.
Nina lo vide dalla vetrina e chiuse la porta a chiave.
Lui rimase fuori. Non aveva fiori, né lettere, né regali.
«Per favore», disse attraverso il vetro.
Per poco non chiamai la polizia. Poi uscii, mentre Nina restava dietro la porta con il telefono in mano.
«Hai cinque minuti.»
Andrea aveva un aspetto terribile. Non si era rasato. Lo sposo impeccabile di Villa Belvedere era scomparso.
«Devi sapere che non avevo intenzione di rubare la tua eredità.»
Risi.
«C’è letteralmente una cifra nel tuo quaderno.»
«Non significa quello che pensi.»
«Allora cosa significa?»
Guardò verso la strada. «Stavo calcolando tutte le risorse che avremmo avuto.»
«Avremmo.»
«Per la casa.»
«Hai rubato dal mio negozio.»
«Li ho presi in prestito.»
«Senza dirmelo.»
«Li avrei rimessi.»
«Con quali soldi?»
Non rispose.
In quel momento capii che l’intero sistema morale di Andrea dipendeva dal futuro. Ogni furto era un prestito perché immaginava di restituirlo un giorno. Ogni menzogna era temporanea perché si prometteva che prima o poi avrebbe detto la verità. Ogni tradimento poteva essere giustificato dalla persona migliore che pensava di diventare domani.
«Che cosa è successo davvero a Enrico?» chiesi.
La sua espressione cambiò.
«Te l’ho detto. Ha preso la mia macchina.»
«Perché?»
«Aveva bevuto.»
«E tu gli hai dato le chiavi?»
«Non ragionavo.»
«Vi eravate incontrati per parlare di soldi?»
Mi guardò.
Era un sì.
Enrico aveva investito con lui. Aveva scoperto incongruenze nei conti e preteso spiegazioni. Si erano incontrati in un locale fuori Roma. La discussione era diventata tesa. Alla fine Enrico aveva preso la macchina perché Andrea era troppo ubriaco per guidare, mentre Andrea aveva dormito in un albergo lì vicino.
L’incidente era reale.
La morte di Enrico era reale.
Per quanto risultava agli investigatori, Andrea non aveva provocato lo schianto.
Ma quando si era svegliato e aveva saputo che la sua auto era bruciata con un corpo all’interno, aveva capito subito cosa tutti avrebbero pensato.
«Hai lasciato che la famiglia di un altro uomo aspettasse l’identificazione mentre la tua seppelliva una scatola vuota.»
Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«Sono andato nel panico.»
«Continui a usare quella parola come se il panico fosse durato dieci minuti.»
Abbassò lo sguardo.
«È durato tre mesi.»
«No. Il panico è stata la prima notte. Tutto quello che hai fatto dopo è stata una decisione.»
Cominciò a piangere.
Un tempo mi avrebbe spezzata.
Adesso mi stancava soltanto.
«Perché Elisa?»
Si asciugò il viso.
«Con te non potevo tornare senza diventare l’uomo che ti aveva distrutto la vita.»
«Lo eri già.»
«Lo so.»
«E con lei?»
«Lei conosceva una versione più vecchia di me. Prima dei soldi. Prima che tutto diventasse complicato.»
Eccola di nuovo: un’altra versione immaginaria di se stesso.
Non aveva scelto Elisa perché lei lo conosceva meglio.
L’aveva scelta perché lo conosceva meno.
«Non ti aiuterò», dissi.
«Non te l’ho chiesto.»
«Sei venuto sperando che dicessi agli investigatori che avevi il permesso di usare i miei conti. O che i bonifici erano concordati. Qualunque cosa abbastanza vicina alla verità da rendere tutto meno grave.»
Il suo silenzio mi confermò che avevo ragione.
Aprii la porta del negozio.
«Non tornare.»
Sussurrò il mio nome.
Mi voltai.
«Per tre mesi ho desiderato una cosa impossibile più di qualunque altra. Volevo che fossi vivo.»
Il suo viso si contrasse.
«E poi il desiderio si è avverato.»
Entrai e chiusi a chiave.
Quel pomeriggio chiamò Giulio. Disse che Claudia aveva restituito spontaneamente il denaro della polizza e stava collaborando con gli investigatori. Voleva vedermi.
«No.»
«Vuole chiederti scusa.»
«Può volerlo.»
Giulio rimase in silenzio. Poi mi disse qualcosa che non mi aspettavo.
Aveva consegnato agli investigatori tutti i messaggi scambiati con Andrea e Claudia dopo l’incidente.
Compresi quelli che dimostravano che Andrea, prima del funerale, aveva proposto di fermare tutto.
Strinsi il telefono.
«Cosa?»
«Mamma lo convinse che ormai era troppo tardi.»
Per la prima volta da Villa Belvedere sentii la storia spostarsi ancora.
Non abbastanza da salvare Andrea.
Abbastanza, però, da costringermi ad accettare una verità più difficile: quello che mi era successo non dipendeva da una sola persona. Era stato costruito da una catena di persone, ognuna responsabile di una scelta codarda, finché quelle scelte erano diventate la mia realtà.
Dopo che Andrea se ne fu andato, Nina mi porse un caffè diventato freddo durante la conversazione. Mi chiese se stessi meglio.
«No», risposi.
Meglio era la parola sbagliata.
Ero più lucida. Per mesi avevo trattato ogni nuova informazione come se potesse rivelarmi, sotto tutte le bugie, l’Andrea che avevo amato. Cominciavo a capire che forse non esisteva una versione incontaminata da recuperare.
L’uomo che avevo amato era esistito.
Ma era esistito anche quello che mi aveva rubato denaro.
Accettare entrambe le cose era più doloroso che sceglierne una e fingere che l’altra non fosse mai stata vera.













