La mattina seguente Marta mi ricevette nel suo studio con una cartellina sottile.
Dentro c’erano tre documenti che Valentina aveva consegnato personalmente: una bozza di dichiarazione, uno scambio di messaggi e una nota contabile stampata.
Marta aveva aggiunto la scansione di un modulo per il mutuo che le avevo già inviato io.
Non mi permise di sfogliare tutto in fretta.
«Prima di reagire, leggiamo ciò che sappiamo e ciò che dobbiamo ancora dimostrare», disse.
La dichiarazione sosteneva che, due anni prima, avevo trasferito a Nicolò quarantamila euro come liberalità irrevocabile.
Parlava di gratitudine, fiducia e libertà di disporre del denaro.
Sembrava scritta da qualcuno che aveva deciso di dare via il proprio futuro senza chiedere nulla in cambio.
Alla fine del foglio c’era l’immagine di una firma con le mie iniziali.
Quella dichiarazione non l’avevo mai firmata.
La curva della C era identica a quella del modulo di richiesta del mutuo che Nicolò conservava in copia.
Poi vidi un puntino grigio, appena sopra l’ultima lettera: compariva anche nel margine della scansione del vecchio modulo.
Non sembrava un tratto di penna, ma un difetto dell’immagine riprodotta.
Indicai il segno a Marta con il dito.
Era un indizio concreto, non una perizia: da sola, quella somiglianza non stabiliva chi avesse preparato il foglio.
«È una ragione in più per contestare la firma», precisò Marta. «Non basta a dichiararla falsa. Chiederemo l’originale e gli elementi che consentano di capire quando e da chi è stata preparata.»
Il secondo foglio conteneva un messaggio che Nicolò aveva inviato a Valentina pochi giorni prima.
Diceva: «Se Chiara non firma l’accordo nuovo, resta il documento precedente. Basta che non si metta a discutere sulla data.»
«E Valentina ha risposto?» chiesi.
«Ha chiesto quale documento intendesse. Lui non ha chiarito.»
Mi sentii sciocca per aver pensato, fino a quel momento, che la loro sicurezza nascesse soltanto dalla ricchezza.
La verità era più semplice: contavano sul fatto che non avrei avuto soldi e pazienza per contraddirli.
La terza pagina era una nota interna della società di Vittorio Serra.
In una riga comparivano le iniziali C.F., accanto a un importo di quarantamila euro e alla parola «copertura».
Più sotto si leggeva una sigla: M.
«Sta per Moretti?» domandai.
«Non possiamo saperlo da una lettera», rispose Marta. «Dobbiamo ricostruire dove siano transitati i soldi, non assegnare colpe sulla base di una sigla.»
Pensai a ciò che Adriano mi aveva raccontato sui debiti dei Serra.
Se il mio denaro fosse servito a pagare un vecchio conto con la sua famiglia, non avrei più saputo distinguere chi mi doveva una spiegazione da chi mi stava offrendo aiuto.
Uscendo dallo studio vidi Nicolò appoggiato alla sua auto, dall’altro lato della strada.
Non sapevo se mi avesse aspettata o se avesse seguito Valentina.
Il pensiero bastò a farmi stringere il telefono.
«Hai parlato con la mia fidanzata», disse, quando mi avvicinai al passaggio pedonale.
«Non discuterò con te senza il mio legale.»
«Valentina si è fatta idee sbagliate. Se torniamo a ragionare, possiamo chiudere tutto.»
«Lasciami attraversare.»
Mi prese per un attimo il polso.
Non strinse forte, ma fu sufficiente a farmi ricordare tutte le volte in cui aveva trasformato un mio rifiuto in una trattativa.
Mi liberai immediatamente.
«Non toccarmi.»
Una coppia si fermò accanto a noi.
Nicolò lasciò cadere il braccio lungo il fianco.
«Stai attenta a quello che racconti», sussurrò. «Non sei l’unica ad avere qualcosa da perdere.»
Attraversai al verde senza rispondere.
Dall’altra parte della strada chiamai Marta e annotai subito l’ora, il luogo e le parole di Nicolò.
Quella sera andai a riferire l’episodio alle autorità, accompagnata da Nora, per chiedere quali misure fossero disponibili se le pressioni fossero continuate.
Non volevo aspettare che la mia paura diventasse un fatto peggiore.
All’uscita Nora mi chiese se desiderassi restare da lei per la notte.
La ringraziai e rifiutai, ma concordammo un orario per sentirci il mattino successivo.
A volte avere un piano concreto mi tranquillizzava più di qualsiasi promessa di vendetta.
Prima di dormire misi la cartellina in una busta impermeabile e ne conservai una copia digitale.
Adriano mi telefonò più tardi.
Quando gli dissi della nota con la sigla M., rimase a lungo zitto.
«Chiederò al mio commercialista di controllare vecchie registrazioni», disse.
«Non voglio documenti presi di nascosto.»
«Neppure io. Voglio sapere se una società ancora intestata a me ha ricevuto denaro legato a Vittorio Serra.»
Per tre giorni non mi cercò.
Mentre aspettavo, feci una visita dall’ostetrica e ascoltai il battito del bambino.
Era rapido, regolare, indifferente alle telefonate, ai documenti e ai cognomi.
Per qualche minuto fui soltanto una madre seduta su un lettino, con un fazzoletto stretto nella mano.
Al termine della visita l’ostetrica mi domandò se avessi qualcuno che potesse accompagnarmi ai controlli successivi.
Pensai a Nora e risposi di sì.
Non dissi il nome di Adriano, perché ancora non sapevo cosa sarebbe stato per noi.
La risposta, però, mi ricordò che non ero completamente sola neppure senza di lui.
Il lunedì successivo Adriano chiese di vedermi nello stesso bar.
Arrivò con una busta sigillata che non mi mise in mano.
«Ho fatto esaminare al revisore le registrazioni che la mia società può consultare regolarmente», disse. «La sigla M. corrisponde a Marea Servizi, una società che ho ereditato da mio padre. La società Serra le ha versato quarantamila euro nove giorni dopo il tuo bonifico a Nicolò.»
«Quindi era il mio denaro.»
«È una possibilità seria, non ancora una prova che quei singoli euro abbiano fatto quel percorso. Ma il pagamento estingueva un vecchio debito che i Serra avevano con noi.»
«Con te?»
«Con una società di cui sono diventato amministratore dopo la morte di mio padre. Ho trovato anche una mia firma su una proroga precedente del credito a Vittorio. Non verificai abbastanza come avrebbero pagato. Non è una responsabilità che intendo nascondere.»
La stanza sembrò farsi più piccola.
Adriano continuò a parlare, senza pretendere che io lo interrompessi per assolverlo.
Aveva incaricato un professionista indipendente di verificare l’operazione, e avrebbe messo a disposizione i documenti ottenibili regolarmente da chi avesse titolo per richiederli.
«Se il denaro è arrivato davvero a una società tua, potresti restituirmelo», dissi.
«Potrei offrirti una somma, sì. Ma non cancellerebbe il modo in cui è arrivata lì. Né il tuo diritto di chiedere conto a Nicolò.»
«Allora non offrirla adesso.»
Adriano abbassò gli occhi.
«Capisco.»
Per la prima volta vidi quanto gli costasse non usare il potere che aveva.
Non sapevo se fosse una prova di cambiamento o soltanto un’eccezione concessa a me.
Avrei giudicato i fatti, non l’espressione del suo volto.
Prima di andare via ricevetti una chiamata da Marta.
Valentina aveva consegnato una nuova comunicazione: Nicolò intendeva portare in mediazione la dichiarazione con la firma contestata, sostenendo che fosse un documento autentico.
La convocazione non significava che qualcuno gli avesse dato ragione.
Ma significava che, molto presto, avrei dovuto guardarlo di nuovo negli occhi e affermare davanti ad altri che quella firma non era mia.
Per scoprire chi avrebbe confermato la verità durante il confronto, leggi la Parte 6.













