Il mattino seguente ricevetti undici messaggi da persone che non sentivo da mesi.
Nessuno mi chiedeva se avessi mangiato o dormito.
Volevano sapere se il bacio fosse autentico, se Adriano Moretti fosse il padre del bambino e se davvero avessi lasciato Nicolò per un uomo tanto potente.
Nora, la mia amica dai tempi dell’università, arrivò con due panini e una confezione di integratori.
Appoggiò tutto sul tavolo prima che potessi protestare.
«Non è un prestito e non è una carità», disse. «Sono la tua amica. Un giorno farai qualcosa per me, come hai sempre fatto.»
Piangevo già quando la abbracciai.
Le raccontai del messaggio di Nicolò e della minaccia di rivelare una paternità che non conosceva.
Lei mi aiutò a fare le fotografie della busta del proprietario e a salvare le conversazioni in una cartella separata.
Avevo lasciato troppo spesso che fosse la vergogna a decidere che cosa meritasse di essere conservato.
«Prima di parlare con Moretti, parla con un’avvocata tua», suggerì Nora.
Conosceva uno sportello di orientamento legale che offriva un primo colloquio a costo ridotto.
Telefonammo insieme, e nel pomeriggio ottenni un appuntamento con Marta Rizzi, una donna sui quarant’anni che mi ascoltò senza interrompermi.
Non mostrò alcun interesse per il nome famoso apparso nel filmato.
Volle vedere soprattutto le date dei bonifici e il contenuto degli accordi.
«I quarantamila euro sono stati versati sul conto personale di Nicolò?»
«Sì. Dovevano essere la nostra parte iniziale per una casa.»
«E l’acquisto non è stato concluso?»
Scossi la testa.
La proposta per l’appartamento era rimasta senza seguito dopo che avevo scoperto il tradimento.
Nicolò aveva detto che il denaro sarebbe tornato indietro appena risolti alcuni problemi con suo padre.
Poi, nelle lettere del suo legale, l’anticipo era diventato improvvisamente un dono spontaneo.
Marta indicò la causale del bonifico, dove avevo scritto «anticipo acquisto casa comune».
«Questa dicitura non risolve tutto da sola. Però contraddice una parte della loro versione. Mi serviranno le comunicazioni complete e la documentazione originale.»
«Possono davvero chiedermi di rinunciare per sempre?»
«Possono proportelo. Non devi accettare, e nessuno può obbligarti a firmare in un supermercato o sotto minaccia.»
Per la prima volta da settimane sentii il peso delle mie scelte tornare nelle mie mani.
Marta non promise una vittoria facile.
Mi spiegò i costi possibili, le verifiche necessarie e la differenza fra avere ragione e riuscire a dimostrarlo.
Uscii con una lista concreta, non con un miracolo.
Alle cinque chiamai Adriano dal numero sul biglietto.
Rispose al secondo squillo.
«Chiara.»
«Devo farti due domande. In un luogo pubblico.»
«Dimmi dove.»
Ci incontrammo in un bar vicino ai Giardini di Porta Venezia.
Adriano arrivò da solo; uno dei suoi uomini rimase dall’altra parte della strada.
Io scelsi un tavolino vicino alla finestra, dal quale vedevo sia la porta sia la fermata del tram.
«Nicolò sostiene che la tua famiglia conosca la sua», cominciai.
«È vero.»
La rapidità della risposta mi tolse per un momento il coraggio.
«In che modo?»
Adriano rigirò la tazzina vuota fra le dita.
«Mio padre prestava denaro a persone che le banche avevano smesso di finanziare. A condizioni che non avrebbero dovuto esistere. Vittorio Serra, il padre di Nicolò, era una di quelle persone.»
«E tu?»
«Ho ereditato debiti, società e metodi che non avrei dovuto accettare. All’inizio ho firmato proroghe di credito senza domandare come venivano riscosse. Non posso attribuire tutto a mio padre.»
Non cercò di nascondersi dietro la parola famiglia.
Disse che aveva affidato a revisori esterni l’esame delle società e stava interrompendo i rapporti con chi pretendeva ancora pagamenti attraverso intimidazioni.
Alcuni uomini continuavano a cercarlo come se potesse decidere il loro destino con una telefonata.
Capivo perché lo temessero, e proprio quella paura mi impediva di considerare innocente un uomo soltanto perché con me si mostrava gentile.
«Puoi usare quel debito per farti restituire i miei soldi?» chiesi.
«Potrei cercare di fare pressione su Vittorio.»
«Non è quello che ti ho domandato. Ti ho chiesto se puoi farlo senza trascinarmi in ciò che fai.»
Mi guardò con una franchezza che non mi rassicurò del tutto.
«No. Non posso garantirtelo. E quindi non lo farò.»
Restammo in silenzio.
Non mi aspettavo un uomo innocente; conoscevo le voci su di lui quando avevo accettato di incontrarlo, mesi prima.
Ma sapere che il passato di Adriano e quello dei Serra erano collegati rendeva il mio piccolo mondo meno sicuro.
«A maggio eri diverso», dissi.
«A maggio potevo essere soltanto Adriano, almeno per qualche ora.»
Lo avevo conosciuto durante una raccolta di libri per una biblioteca di quartiere.
Io aiutavo a sistemare i volumi usati, lui era arrivato a portare delle scatole senza chiedere fotografie o ringraziamenti.
Avevamo parlato dei romanzi annotati a matita e della sua mania di comprare libri che poi non aveva tempo di leggere.
Quando il tavolo era stato smontato, ci eravamo fermati a cena.
La sera successiva lo avevo rivisto, di mia volontà.
E una notte, dopo molte parole e nessuna promessa, avevamo dormito insieme.
All’alba ero andata via prima che si svegliasse.
Non volevo diventare un’altra donna definita dall’uomo che aveva accanto.
Lui mi aveva scritto una volta, poi aveva rispettato il mio silenzio.
Poche settimane dopo avevo scoperto di essere incinta.
«Non mi hai più cercata», dissi, rendendomi conto dell’ingiustizia della frase.
«Mi avevi chiesto di non farlo. Ti ho creduta.»
Guardai le mie mani.
Avevo trascorso mesi ripetendomi che tacere fosse la scelta più prudente per il bambino.
Avevo però confuso la prudenza con la paura di non poter più tornare indietro.
«C’è un’altra cosa che devi sapere.»
Adriano seguì il mio sguardo quando posai una mano sul ventre.
Non fece domande, non si mosse.
«Da allora non sono stata con nessun altro», dissi. «Le date corrispondono. Non ho una prova definitiva, ma credo che questo bambino sia tuo.»
Adriano impallidì appena.
Per un attimo sembrò l’uomo silenzioso della biblioteca, non quello davanti al quale Nicolò era arretrato.
Poi guardò il mio ventre senza tentare di toccarlo.
«Perché me lo dici proprio adesso?»
Prima di rispondere, compresi che la domanda più difficile non sarebbe stata se lui mi credesse.
Sarebbe stata quale posto, se ne voleva uno, gli avrei permesso di avere nelle nostre vite.
Per scoprire che cosa Adriano mi chiese dopo quella confessione, continua con la Parte 4.













