Quando il mio ex fidanzato mi agitò davanti al viso alcune banconote da cento euro, avevo soltanto diciassette euro sul conto e un bambino che cresceva dentro di me.
Ero al quinto mese di gravidanza, in un supermercato di Milano, e due sconosciuti stavano già guardando nella nostra direzione.
Non immaginavo che, pochi istanti dopo, un uomo temuto da mezza città mi avrebbe baciata davanti a tutti.
Mi chiamo Chiara Ferri, ho ventisette anni e fino alla primavera precedente pensavo che avrei sposato Nicolò Serra.
Avevamo scelto perfino le piastrelle della cucina della casa in cui avremmo dovuto abitare.
Poi avevo scoperto che, mentre discuteva con me del colore delle pareti, lui incontrava di nascosto un’altra donna.
Da allora vivevo in una stanza in affitto nella zona nord della città.
Facevo piccoli lavori di correzione di bozze da casa, quando arrivavano, e ogni sera annotavo su un quaderno quanto restava per le spese del giorno successivo.
La somma più grande che avevo messo da parte in sei anni, invece, era rimasta nelle mani di Nicolò dopo la rottura.
Ogni volta che chiedevo di riaverla, ricevevo risposte sempre più vaghe.
Quel pomeriggio ero entrata nel reparto dei latticini con un cestino quasi vuoto.
Avevo preso un cartone di latte, un pacco di pasta e due mele.
Le uova erano tornate sullo scaffale: prima di tutto dovevo comprare gli integratori prenatali consigliati dall’ostetrica.
Avevo controllato il saldo sul telefono due volte, come se la seconda potesse rendere diversa la prima.
«Ma guarda chi si vede.»
Conoscevo quella voce fin troppo bene.
Mi voltai e vidi Nicolò a pochi passi da me, con una giacca costosa e quel sorriso che un tempo avevo scambiato per sicurezza.
Al suo fianco c’era Valentina Riva, la donna con cui mi aveva tradita mentre eravamo ancora promessi sposi.
Portava una borsa rigida color crema e teneva la mano sinistra ben in vista.
Nicolò abbassò gli occhi sul mio ventre.
«Accidenti, Chiara. Ti sei proprio lasciata andare.»
Strinsi il manico del cestino.
Non avevo la forza di spiegare che il mio corpo stava facendo qualcosa di straordinario, né volevo raccontare a loro quanto mi costasse alzarmi ogni mattina senza sapere come sarebbe andata.
«Scusate, devo passare.»
Nicolò non si spostò.
Aprì il portafoglio e ne estrasse diverse banconote da cento euro, tenendole fra due dita come un gioco.
«Tieni. Comprati qualcosa di decente. E magari del cibo vero per quel bambino.»
Una donna fermò il carrello accanto al banco del burro.
Più indietro, una ragazza sollevò il telefono e cominciò a riprendere.
Sentii il calore salirmi al viso, ma non distolsi gli occhi dalle banconote.
Ne avevo bisogno, questo era il punto più umiliante.
Avrei potuto comprare gli integratori, pagare una parte dell’affitto, smettere per una settimana di fare calcoli davanti agli scaffali.
Sapevo però che Nicolò avrebbe raccontato a tutti di avere salvato la sua povera ex, incinta e incapace di cavarsela da sola.
Non volevo consegnargli anche quella versione della mia vita.
«No, grazie.»
Valentina rise, piano ma abbastanza forte da farsi sentire.
«L’indipendenza è una bella cosa, quando puoi permettertela.»
Guardai il suo anello di diamanti.
Assomigliava terribilmente a quello che Nicolò mi aveva regalato due anni prima, durante una cena in cui aveva promesso di non mentirmi mai.
Ricordai soprattutto la mia mano tremante quando avevo restituito quell’anello, dopo aver letto i messaggi che non avrei dovuto vedere.
Nicolò avanzò di un passo.
«Fammi indovinare. Uno ti ha promesso il mondo, ti ha messa incinta e poi è sparito?»
Posai una mano sul ventre.
Non avrei consegnato a Nicolò il nome di un uomo al quale non avevo ancora avuto il coraggio di parlare della gravidanza.
«Per favore, lasciami passare.»
Lui agitò di nuovo il denaro.
«Sempre troppo orgogliosa per accettare un aiuto?»
«Da te? Assolutamente sì.»
Il sorriso gli sparì dal viso.
Misi con attenzione il latte nel cestino, anche se avevo le dita rigide.
«Forse ho pochi soldi, Nicolò, ma almeno mio figlio non crescerà pensando che essere crudeli renda importanti.»
La donna col carrello abbassò gli occhi.
Nicolò, invece, sembrò accorgersi soltanto allora di avere un pubblico.
«Tu non sei nelle condizioni di crescere un bambino, Chiara.»
Mi si chiuse la gola.
Non perché gli credessi, ma perché aveva pronunciato ad alta voce la paura che cercavo di tenere lontana ogni notte.
Avrei voluto piangere, e odiavo ancora di più che lui potesse capirlo.
In quel momento si aprirono le porte automatiche.
Entrarono due uomini imponenti in abito scuro, seguiti da un terzo che osservò rapidamente le corsie.
Le conversazioni vicino alle casse si fecero più basse.
Dietro di loro apparve Adriano Moretti.
A Milano il suo cognome era legato a storie che nessuno raccontava per intero.
C’erano uomini d’affari capaci di alzare la voce con chiunque, tranne che con lui.
Io sapevo qualcosa che quegli sconosciuti non potevano immaginare, e proprio per questo avrei preferito non incontrarlo mai lì.
Adriano mi individuò subito.
Il suo sguardo passò dal mio volto alle banconote nelle mani di Nicolò, poi al telefono puntato verso di noi.
Si avvicinò senza parlare.
Nicolò irrigidì le spalle, e per la prima volta sembrò incerto su dove guardare.
Adriano si fermò davanti a me.
Mi sfiorò delicatamente la guancia, come se volesse accertarsi che fossi davvero lì, e mi baciò.
Fu un gesto improvviso, che mi lasciò senza respiro e fece calare il silenzio nella corsia.
Quando si ritrasse, non riuscivo a pronunciare una parola.
Lui si voltò verso Nicolò.
«Adesso vuoi ripetere quello che hai appena detto a lei?»
Nicolò indietreggiò.
E dal modo in cui impallidì capii che sapeva perfettamente chi aveva davanti.
Per capire perché Adriano Moretti aveva deciso di esporsi davanti a Nicolò, continua con la Parte 2.













