«Te lo dico adesso perché non voglio che tu lo scopra da un video», risposi.
La voce mi uscì più ferma di quanto mi aspettassi.
«E perché il bambino non deve cominciare la sua vita dentro una menzogna che qualcun altro può usare contro di lui.»
Adriano si passò una mano sul volto.
Chiese al cameriere un bicchiere d’acqua per me, poi attese che lo portassero prima di parlare di nuovo.
Non mi propose un appartamento né un anello.
Non annunciò che avrebbe riconosciuto subito un figlio di cui non avevamo ancora accertato con certezza la paternità.
«Voglio esserci, se è mio», disse. «Ma non pretendo che tu mi dia fiducia perché porto questo cognome.»
Mi sorpresi a desiderare che mi promettesse cose più semplici.
Un accompagnamento a una visita, per esempio.
La possibilità di chiamare qualcuno quando la paura cresceva di notte.
Ma ero ancora incapace di distinguere ciò che desideravo da ciò che mi sembrava pericoloso desiderare.
«Dopo la nascita potremo chiarire la paternità senza fare nulla che metta a rischio la gravidanza», dissi. «Fino ad allora non parlerai del bambino con nessuno senza il mio consenso.»
«D’accordo.»
«Non manderai uomini a controllare casa mia.»
«D’accordo.»
«E non parlerai con Nicolò per risolvere la questione dei soldi.»
Adriano esitò.
«Quello sarà difficile. Suo padre continua a cercarmi.»
«Allora parlaci per i tuoi affari. Non a nome mio.»
Alla fine annuì.
Quando mi alzai, non cercò di trattenermi.
Chiese soltanto se poteva scrivermi ogni tanto.
Dissi che una telefonata, prima di qualsiasi visita, sarebbe stata un buon inizio.
Nei giorni seguenti imparai che proteggere la mia vita non sarebbe stato un gesto unico e spettacolare.
Era una serie di piccoli no pronunciati al momento giusto.
Disattivai i commenti sui miei profili, segnalai le copie del filmato che mostravano chiaramente il mio viso e chiesi alla ragazza del supermercato di inviarmi il file completo.
Mi rispose di chiamarsi Elisa e si scusò per aver cominciato a riprendere senza pensare alle conseguenze.
Nel filmato si sentiva distintamente Nicolò parlare della mia capacità di crescere un bambino.
Elisa accettò di essere contattata da Marta come possibile testimone.
Non era una prova dei quarantamila euro, ma dimostrava che le pressioni non esistevano soltanto nella mia testa.
Marta mi fece notare che dovevamo tenere separati il contenzioso economico e le molestie.
Anche quella distinzione mi aiutò: smisi di aspettare che un’unica carta potesse riparare ogni cosa.
Il proprietario della stanza, signor Pavesi, mi ricevette il giovedì sera.
Gli spiegai che avevo avviato una richiesta formale per recuperare il denaro e che, nel frattempo, avrei potuto versare una parte dell’arretrato grazie a un incarico appena confermato.
Non gli parlai di Adriano.
«Non faccio beneficenza, signorina Ferri», rispose, senza durezza.
«Non glielo sto chiedendo. Le sto proponendo due rate scritte, con le date.»
Lui prese il foglio che avevo preparato e lo lesse due volte.
Poi corresse una scadenza e firmammo entrambi.
Uscii dal suo ufficio con le gambe molli, ma con un accordo vero in tasca.
Sulla strada del ritorno passai davanti a un negozio per neonati.
In vetrina c’era un minuscolo berretto di lana gialla che sarebbe costato quanto una parte della spesa settimanale.
Non entrai.
Mi fermai a guardare un’altra madre che provava una copertina fra le dita, poi aprii il quaderno delle spese sul telefono e aggiunsi una voce nuova: «Cose necessarie per il bambino».
Non scrissi «tutto quello che vorrei comprargli».
Era un modo diverso di essere prudente, perché distingueva i bisogni reali dall’ansia di dimostrare che sarei stata all’altezza.
La sera controllai gli appuntamenti per il corso di accompagnamento alla nascita offerto dal consultorio.
Mi iscrissi usando soltanto il mio nome.
Adriano mi mandò un messaggio quella sera.
«Com’è andata con il proprietario?»
Non gli avevo detto dell’appuntamento.
Sentii un’improvvisa stretta allo stomaco.
Lo chiamai invece di rispondere.
«Come fai a saperlo?»
«Nora mi ha scritto. Mi ha detto soltanto che eri preoccupata.»
Rimasi in silenzio.
Avevo lasciato a Nora il numero di Adriano solo per le emergenze, non perché gli raccontasse i dettagli della mia vita.
Dopo aver riattaccato le parlai, e lei si scusò senza cercare scuse.
Le dissi che un favore diventava pesante quando non potevo decidere di accettarlo.
Ci abbracciammo lo stesso.
Non avevo bisogno che le persone mi volessero meno bene; avevo bisogno che mi ascoltassero meglio.
Venerdì mattina arrivò una comunicazione dall’avvocato di Nicolò.
Proponeva duemila euro in cambio della rinuncia definitiva a qualsiasi pretesa sul trasferimento di quarantamila.
In fondo c’era la richiesta di firmare entro cinque giorni.
Marta rispose che avremmo esaminato gli atti, ma non accettato una scadenza unilaterale.
Più tardi ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto.
«Sono Valentina», disse una voce che riconobbi subito.
Volevo chiudere, ma lei continuò.
«Non ti chiamo per scusare quello che ho fatto al supermercato. Ero crudele e me ne rendo conto.»
Non le risposi.
Le sue parole non cancellavano la risata, né il modo in cui aveva esibito l’anello davanti a me.
«Nicolò mi ha detto che i soldi della casa erano un regalo. Ieri, mentre cercavo nella cartella dei preventivi che condividiamo per il matrimonio, ho trovato una dichiarazione preparata dopo la vostra separazione. La data non torna.»
Sentii un brivido salirmi lungo la schiena.
«Perché me lo dici?»
«Perché sulla bozza c’è scritto che tu avevi donato quarantamila euro sapendo che non sarebbero mai tornati. Sotto c’è l’immagine di una firma che somiglia alla tua. Nicolò mi aveva detto che avevi firmato davanti a lui.»
Non riuscivo a capire se Valentina stesse cercando di aiutarmi o di tendermi una trappola.
Le chiesi di non mandarmi nulla direttamente e le diedi il recapito dello studio di Marta.
«Hai paura di Nicolò?» domandai infine.
«Ho paura di quello che ho deciso di non vedere», rispose.
Quando richiamai Marta, lei mi invitò a non trarre conclusioni prima di esaminare il documento.
Ma io continuavo a pensare a quella firma.
Non era più soltanto una controversia su una promessa non mantenuta.
Qualcuno aveva forse tentato di trasformare una mia scelta mai fatta in un consenso scritto.
Ero pronta a difendermi per i soldi perduti.
Non sapevo ancora fino a dove Nicolò fosse disposto ad arrivare per dimostrare che non erano mai stati miei.
Per sapere che cosa conteneva davvero quella firma, prosegui con la Parte 5.













