Il primo rumore dopo la domanda di Adriano fu quello di una bottiglia di plastica caduta sul pavimento.
Una bambina la raccolse accanto alla madre, mentre gli adulti continuavano a osservare noi quattro come se il supermercato si fosse trasformato in un teatro.
Io avevo ancora il cestino nella mano sinistra.
Con la destra mi sfiorai le labbra, incapace di decidere se fossi più arrabbiata o sollevata.
«Non sapevo che fosse con lei, Moretti», disse Nicolò.
Adriano non alzò la voce.
«Non ti ho chiesto con chi fosse. Ti ho chiesto se vuoi ripetere quelle parole.»
«È stata una battuta.»
«Allora non faceva ridere.»
Nicolò rimise le banconote nel portafoglio con movimenti goffi.
Valentina gli toccò un braccio, ma lui non sembrò sentirla.
Per un istante ebbi la tentazione di lasciare che Adriano lo umiliasse come Nicolò aveva umiliato me.
Quella tentazione mi spaventò più della sua voce.
Non volevo che la mia dignità dipendesse dalla paura che un uomo incuteva a un altro.
«Basta», dissi.
Adriano si girò immediatamente verso di me.
«Voglio pagare la mia spesa e andarmene.»
La ragazza con il telefono abbassò lo schermo.
Le chiesi di non pubblicare il video, ma mi rispose che una parte era già stata inviata a un’amica.
Non sembrava cattiva, soltanto impressionata.
Le domandai almeno di conservare la registrazione originale e di non aggiungere commenti sul bambino.
Annuì, arrossendo.
Adriano fece un cenno ai suoi uomini perché restassero lontani.
Nessuno toccò Nicolò o Valentina.
Nessuno pronunciò minacce.
Eppure la coppia uscì dal reparto senza trovare un’ultima frase da lanciarmi.
Alla cassa, il latte, la pasta e le mele costarono meno di dieci euro.
Pagai con la carta e rimasi per un momento a fissare lo scontrino.
Il cassiere mi chiese se avessi bisogno di una borsa.
Dissi di no: avevo portato una sporta pieghevole da casa.
Adriano era rimasto vicino all’uscita.
Indossava un cappotto grigio scuro e non somigliava affatto all’uomo che avevo conosciuto a maggio, senza cravatta e con le maniche arrotolate davanti a un tavolo pieno di libri usati.
Quell’uomo mi aveva fatto ridere quando pensavo che non sarei più riuscita a farlo.
L’uomo davanti a me faceva arretrare la gente senza neppure accorgersene.
«Chiara, posso accompagnarti?»
«Puoi prima spiegarmi perché mi hai baciata?»
Uno dei suoi accompagnatori distolse lo sguardo.
Adriano invece rimase immobile.
«Ho visto come ti stava parlando. Ho pensato che si sarebbe fermato.»
«Si è fermato perché ha paura di te. E io non sono un messaggio che puoi mandare a Nicolò.»
La sua espressione cambiò.
«Hai ragione. Non avrei dovuto farlo senza chiedertelo.»
Non mi aspettavo delle scuse così semplici.
Ero abituata a Nicolò, che trasformava qualsiasi mia protesta nella prova che ero troppo sensibile.
Adriano non cercò di spiegarmi perché avrei dovuto essere grata.
«Come hai fatto ad arrivare proprio qui?» chiesi.
«Ero in una riunione nel palazzo accanto. Sono entrato a comprare dell’acqua prima di ripartire. Dall’ingresso ho sentito un uomo insultare una donna. Solo quando ho girato l’angolo della corsia ho visto che eri tu.»
«Per comprare dell’acqua ti servono tre uomini in abito scuro?»
«No. Sono qui perché qualcuno pensa che debba averli sempre con me. Non è una bella risposta, ma è quella vera.»
Guardai verso la strada.
L’auto scura di Adriano era parcheggiata oltre il passaggio pedonale.
Continuavo a trovare incredibile quella coincidenza, però non stava sostenendo di avermi sorvegliata. E quel dettaglio, in quel momento, contava.
«Non serve che tu mi accompagni.»
«Va bene.»
Pensavo che avrebbe fatto pressione.
Invece si limitò a chiedermi se stessi bene.
Non risposi subito, perché la risposta vera sarebbe stata lunga e poco elegante.
«Sto cercando di arrivare a domani», dissi infine.
«Capisco.»
«No. Non credo che tu capisca.»
Lui accettò anche questo.
Mi porse soltanto un biglietto con un numero scritto a mano sul retro.
Non c’erano stemmi né titoli.
«È il mio numero diretto. Non devi usarlo.»
Avrei voluto restituirglielo.
Ma ricordavo ancora il calore delle sue mani di quella notte di maggio, e mi vergognai della parte di me che non lo aveva dimenticato.
Infilai il biglietto nella tasca del cappotto.
Sul tram, il telefono cominciò a vibrare.
Un’amica mi aveva mandato il collegamento a un filmato di venti secondi: si vedevano le banconote di Nicolò, il mio ventre e poi Adriano che si avvicinava.
Sotto, qualcuno aveva già scritto che ero la compagna del boss Moretti.
C’erano commenti sulla mia gravidanza e ipotesi inventate da persone che non sapevano neppure il mio cognome.
Spensi lo schermo.
Quando arrivai alla stanza in affitto, trovai una busta infilata sotto la porta.
Era del proprietario: avevo una settimana per saldare la quota arretrata, altrimenti avrebbe chiesto di discutere la risoluzione del contratto.
Non poteva cacciarmi da un giorno all’altro, ma il foglio rendeva concreta una paura che fin lì avevo tenuto nascosta.
Mi sedetti sul bordo del letto e aprii il quaderno delle spese.
Accanto alla voce «integratori» c’era ancora uno spazio vuoto.
Mi venne da ridere, una risata senza allegria: sul telefono mi chiamavano la donna di un uomo potentissimo, mentre non sapevo come comprare le vitamine.
A quel punto arrivò un messaggio di Nicolò.
«Quel teatrino non cambia niente. Venerdì firma la rinuncia ai soldi della casa. Se continui a fare storie, racconterò a tutti di chi è davvero quel bambino.»
Rilessi le ultime parole.
Nicolò non conosceva la verità, ne ero certa.
Ma aveva appena capito che una bugia poteva ferirmi anche senza essere precisa.
Aprii la cartellina che tenevo sotto il materasso.
Conteneva il bonifico da quarantamila euro fatto due anni prima per il nostro futuro appartamento, le copie dei messaggi con cui Nicolò mi prometteva la restituzione e una bozza di accordo che non avevo mai firmato.
Era quasi tutto quello che avevo ereditato da mia madre e risparmiato dopo la sua morte.
Quelle carte non erano un regalo d’amore, anche se Nicolò adesso voleva farle passare per tale.
Un altro messaggio illuminò lo schermo.
Questa volta era di Valentina.
«Se credi che Moretti possa risolvere la faccenda, ti sbagli. Lui e la famiglia Serra hanno una storia che evidentemente non conosci.»
Fissai il nome di Adriano nel mio elenco dei contatti, ancora vuoto.
Pensavo di aver lasciato il passato alle spalle.
Forse, invece, il mio passato e quello di Adriano si erano già incontrati molto prima di me.
Per capire che cosa legasse Adriano alla famiglia del mio ex, continua con la Parte 3.













