Fabio mi richiamò alle quattro e dieci, mentre in cucina si cominciavano a pulire i carciofi per il servizio della sera. Si sentivano voci e piatti dalla sua parte del telefono. Mi disse che lavorava in un bistrot al Flaminio e che aveva venti minuti di pausa. Gli chiesi se preferisse parlare in un altro momento. Rispose che non gli interessava rimandare una conversazione che aveva aspettato per mesi.
«Non voglio convincerti a tornare», cominciai. «Voglio capire cosa è successo davvero con quei quaranta euro.»
«È la prima volta che me lo chiedi così.»
Mi appoggiai alla parete del piccolo ufficio. Davanti a me c’era una fotografia di mio padre dietro il bancone, il giorno dell’inaugurazione. Aveva un grembiule troppo grande e un’espressione orgogliosa che ricordavo bene. Pensai a tutte le volte in cui mi aveva ripetuto che lavorare con le persone significava assumersi la responsabilità anche delle decisioni scomode.
Fabio mi raccontò che a giugno aveva notato due cifre diverse relative allo stesso sabato. La sera del servizio, il foglio vicino alla cassa indicava novecentodieci euro. Il lunedì, quando erano state consegnate le quote, il totale sul quaderno era diventato ottocentosettanta. Non aveva pensato subito a un furto. Aveva chiesto se ci fosse stato un errore o una spesa condivisa; Stefano aveva risposto che gli sembrava una discussione meschina per quaranta euro.
«Io non volevo quaranta euro in più», disse Fabio.
«Volevo sapere dove fossero finiti.»
«Stefano mi raccontò che ti aveva visto vicino alla busta.»
«Certo che ero vicino alla busta. Lavoravo lì. Ero stato io a portarla dal banco all’ufficio, come mi aveva chiesto lui.»
Lasciai passare alcuni secondi. Fabio non alzò la voce, ma parlava con una precisione che faceva male. Disse che, quando lo avevo chiamato in ufficio, gli avevo chiesto se avesse qualcosa da confessare. Ricordavo quella frase. Ricordavo anche come lui avesse smesso di difendersi, all’improvviso, e avesse guardato il pavimento.
«Mi hai detto che senza fiducia non si poteva lavorare insieme», aggiunse.
«Io ho pensato che la fiducia fosse finita prima ancora che aprissi bocca.»
Non cercai una formula per addolcirlo.
«Hai ragione. Ti ho messo nella posizione di dover dimostrare di non aver fatto una cosa senza avere prove che l’avessi fatta. Mi dispiace.»
Dall’altra parte sentii un rumore di stoviglie.
«Mi ha fatto più male quello che è successo dopo. Alcuni clienti abituali hanno saputo che me n’ero andato per problemi con i soldi. Nessuno mi ha accusato direttamente. È bastato lasciarlo intendere.»
Non avevo mai saputo di quelle voci. Era una delle conseguenze che non avevo visto perché non mi riguardava abbastanza da vicino. Gli chiesi se avesse conservato qualcosa. Dopo una pausa, disse che aveva ancora la fotografia del foglio del sabato e i messaggi scambiati con Stefano. Avrebbe potuto inviarmeli, a condizione che non li usassi per raccontare in giro la sua storia senza chiederglielo.
«Promesso.»
«E non mandarmi una proposta di lavoro per farmi stare zitto.»
«Non lo farò.»
Al termine della telefonata rimasi seduta a lungo. Quando uscii, Marta stava distribuendo i turni del weekend. Le chiesi di sistemarsi un attimo accanto a me. Le raccontai del colloquio, senza ripetere dettagli che Fabio non mi aveva autorizzata a condividere.
«L’anno scorso credevo di essere una responsabile comprensiva», dissi.
«Forse ero soltanto una responsabile che preferiva le cose tranquille.»
«Stefano sapeva ottenere quello che voleva», rispose lei.
«Soprattutto quando ti vedeva stanca.»
Non era un’assoluzione. Io firmavo i contratti, sceglievo a chi affidare le chiavi e decidevo come affrontare i conflitti. Stefano poteva aver approfittato della mia fiducia; ero stata io a renderla cieca.
Alle cinque, come aveva annunciato, Stefano si presentò al locale. Lo ricevetti nell’ufficio con la porta accostata e Marta a poca distanza, disponibile come testimone se entrambi fossimo stati d’accordo. Non feci riprese nascoste né cercai di provocarlo. Gli dissi che stavamo verificando i prospetti e che, per il momento, non avrebbe gestito denaro o registri. La situazione del suo rapporto di lavoro sarebbe stata esaminata con chi ci assisteva nelle questioni del personale.
«Hai deciso che sono colpevole», disse.
«Ho deciso che non posso ignorare le cifre. Sono due cose diverse.»
Gli mostrai una copia della pagina del 13 maggio e gli chiesi come potesse esserci la firma di Marta se quel giorno era fuori Roma. Per qualche secondo fissò la data, poi si tolse gli occhiali.
«A volte firmavo io, se c’era fretta. Lo sapevano tutti.»
«Firmavi con il tuo nome?»
Non rispose subito.
«Rimettevo in ordine dei fogli. Non pensavo che qualcuno si sarebbe aggrappato a una firma.»
«Non stiamo parlando di una virgola fuori posto. Stiamo parlando di persone che risultano aver ricevuto denaro.»
Stefano cambiò posizione sulla sedia e cercò un tono più morbido. Mi ricordò tutte le sere in cui aveva chiuso da solo, i clienti difficili che aveva gestito, le riparazioni per cui aveva trovato un tecnico all’ultimo minuto. Erano fatti veri. Proprio per questo faceva male sentirli offerti come una moneta di scambio.
«Se vuoi spiegarmi un errore, ti ascolto», dissi.
«Ma non puoi usare gli anni passati qui per cancellarlo.»
Avevo già visto Stefano comportarsi così davanti a un reclamo di un cliente: prima ricordava i servizi resi, poi provava a convincere l’interlocutore che porre altre domande fosse un atto di ingratitudine. Allora lo chiamavo talento nel gestire le persone. In quell’ufficio riconobbi lo stesso metodo, ma non volevo per questo attribuirgli intenzioni che non potevo dimostrare. Gli chiesi soltanto se fosse disposto a fornire una ricostruzione scritta delle rettifiche. Disse che avrebbe guardato i suoi appunti. Annotai la risposta e la data davanti a lui, in modo che fosse chiaro che cosa gli avevo chiesto e che cosa aveva promesso.
Prima di uscire, prese dallo scaffale una scatola con alcuni oggetti personali: una tazza scheggiata, un caricabatterie, un maglione. I registri rimasero in ufficio. Sulla soglia mi rivolse una domanda che non gli conoscevo, quasi una supplica.
«Se ti dimostrassi che i soldi sono serviti anche al ristorante, cambierebbe qualcosa?»
«Quali soldi, Stefano?»
Lui guardò verso la cucina. «Parliamone quando non c’è nessuno.»
Se ne andò senza aggiungere altro. Dieci minuti dopo Fabio mi inviò la foto di quel sabato di giugno. Il totale era novecentodieci euro, proprio come ricordava. Nel registro conservato da noi erano indicati ottocentosettanta. Non era più soltanto un vuoto nella memoria. C’erano due versioni dello stesso conteggio, e qualcuno avrebbe dovuto spiegare perché.













