«Giulia è la figlia di Lorenzo Ferri.»
Lo dissi sulla soglia, senza alzare la voce. Mia madre arretrò fino a urtare il mobile dell’ingresso. Mio padre, invece, fissò mia figlia come se cercasse nel suo viso qualcosa che aveva sperato di non rivedere mai. La somiglianza non era evidente a chi non aveva conosciuto Lorenzo: gli stessi occhi color nocciola, il mento appena sporgente, un modo particolare di stringere le labbra quando aspettava una risposta.
«Lorenzo è morto», mormorò Riccardo.
«Lo so. Ero al funerale, ricordi? Tu non mi hai neppure guardata.»
Giulia spostò gli occhi da lui a me. Sapeva che suo padre si chiamava Lorenzo e che era morto prima della sua nascita. Avevamo parlato molte volte di quanto potesse essere ingiusto crescere senza poter conoscere una persona. Non le avevo però raccontato come fosse morto. Era una storia troppo lunga e troppo sporca per affidarla a una bambina durante il viaggio in macchina.
«Possiamo entrare?» chiesi. «Non voglio discuterne in strada.»
Eleonora si fece da parte immediatamente. Riccardo rimase dov’era ancora per qualche secondo, poi si spostò. Giulia mi strinse la mano. Entrammo nello stesso corridoio nel quale, dieci anni prima, avevo trascinato il borsone mentre mio padre mi ordinava di sbrigarmi.
La casa sembrava più piccola. La credenza di noce era sempre accanto al termosifone, ma sul ripiano non c’erano più le fotografie della mia adolescenza. Vidi soltanto un’immagine dei miei genitori durante una gita al mare e una cornice vuota, appoggiata a faccia in giù.
«Vuoi un bicchiere d’acqua, tesoro?» domandò Eleonora a Giulia.
«Sì, grazie», rispose mia figlia con la naturale educazione che aveva imparato senza bisogno di quella casa.
Mia madre andò in cucina. Sentii il rumore di un bicchiere contro il lavello. Non riusciva a tenere ferme le mani. Riccardo ci invitò a sederci in salotto, poi rimase in piedi. Aveva i capelli quasi del tutto grigi, ma riconoscevo ancora la postura rigida con cui trasformava ogni conversazione in un interrogatorio.
«Non avevo idea che tu fossi incinta di lui», disse.
«Mi avevi chiesto chi fosse il padre. Non mi avevi dato il tempo di rispondere.»
«Hai detto che non potevi.»
«Perché avevo paura di quello che avresti fatto con quella informazione.»
Eleonora tornò con l’acqua e un piattino di biscotti. Giulia ne prese uno soltanto dopo aver cercato il mio sguardo. Mia madre notò quel piccolo gesto e abbassò gli occhi. Forse stava capendo quanta cautela si possa imparare vivendo accanto a una persona ferita.
«Lorenzo lavorava alla Bellandi», riprese mio padre. «Tutti sanno come è finita. Un incidente sul lavoro.»
«Sul giornale c’era scritto che aveva manomesso un dispositivo di sicurezza per rubare materiale.»
«È quello che dissero le verifiche.»
«È quello che tu firmasti», precisai.
La stanza si fece improvvisamente silenziosa. Giulia posò il biscotto sul tovagliolo. Mia madre si sedette accanto a lei, ma senza toccarla.
Mi tornò in mente l’ultima volta che avevo sentito pronunciare il nome di Lorenzo in quella casa. Era stato durante una telefonata in cucina, poco dopo la sua morte. Mio padre aveva detto a qualcuno che sarebbe stato meglio non parlarne più, perché ogni domanda poteva rovinare delle famiglie. Allora avevo pensato che fosse un modo goffo per proteggermi dal dolore. Solo molti anni dopo avevo capito che aveva parlato di famiglie al plurale, come se la morte di un ragazzo fosse soprattutto un problema da contenere. Guardai Eleonora e mi chiesi da quanto tempo portasse dentro di sé quella stessa frase.
«Mamma», intervenne mia figlia, «posso vedere una fotografia di papà quando era giovane? Quella che abbiamo a casa è tutta spiegazzata.»
Nessuno se l’aspettava. Io aprii la borsa e tirai fuori una piccola fotografia protetta da una custodia trasparente. Lorenzo era davanti alla biblioteca comunale, con una sciarpa troppo leggera per novembre e una risata che la macchina fotografica aveva colto a metà. Giulia la mostrò a Eleonora.
«Secondo te gli somiglio?»
Mia madre sfiorò la custodia con un dito. «Sì», rispose, dopo una pausa. «Molto.»
Riccardo girò la testa verso la finestra. La sua reazione mi confermò che non avevo immaginato il terrore visto sulla soglia. Non temeva soltanto il ritorno di una figlia. Temeva un nome che aveva cercato di cancellare dalle conversazioni di famiglia.
«Non sono venuta a chiedervi soldi», dissi. «Non ne ho mai voluti. Non sono venuta nemmeno a depositare qui Giulia e pretendere che vi comportiate da nonni. Lei voleva conoscervi e io ho deciso di rispettare quel desiderio. Ma non permetterò che conosca una versione falsa della storia di suo padre.»
«Davanti a una bambina non puoi lanciare certe accuse», ribatté Riccardo.
«Hai ragione su una cosa. Non bisogna caricare Giulia delle nostre responsabilità.» Mi voltai verso di lei. «Amore, ti va di scegliere un libro dalla mia vecchia stanza? È in fondo al corridoio, quella con la porta azzurra. Io resto qui.»
Giulia rifletté un momento. «Se ti senti male, mi chiami?»
«Te lo prometto.»
Quando si allontanò, Eleonora si alzò per seguirla, ma mia figlia disse gentilmente che avrebbe guardato da sola. Aspettammo di sentire i suoi passi sul pavimento di sopra. Poi estrassi un foglio ripiegato che tenevo nel portafoglio da anni. Era la copia di una pagina del quaderno di Lorenzo, datata due giorni prima dell’incidente. Annotava un allarme difettoso, un macchinario lasciato in funzione durante la manutenzione e un ordine impartito dal caporeparto.
Non mostrai il foglio a mio padre. Lo appoggiai semplicemente sul tavolino, tenendoci sopra le dita.
«Lorenzo non era un ladro», dissi. «E tu sai benissimo che quella notte non sarebbe dovuto entrare nel reparto.»
Riccardo deglutì. «Non sai quello che stai dicendo.»
«Allora raccontamelo tu.»
Mia madre stava guardando il quaderno, non me. Le labbra le tremavano. Per anni avevo creduto che non conoscesse nulla dell’accaduto. Invece, quando finalmente parlò, non mi chiese che cosa ci fosse scritto su quel foglio.
«Riccardo», disse, «dille almeno perché quella notte non sei tornato a casa.»
Mio padre si voltò di scatto. E in quello sguardo capii che mia madre custodiva una parte della storia che nessuno mi aveva mai raccontato.













