Quella sera non scrissi ad Adele sotto il commento.
Feci una schermata della pagina pubblica, conservai l’indirizzo e inviai le informazioni al recapito che Caruso mi aveva indicato per eventuali integrazioni alla testimonianza.
Non volevo trasformare tre nomi in un’accusa sui social.
Quando finalmente tornai a casa, erano quasi le nove.
Avevo perso il treno per Cefalù e attraversato Palermo a piedi più lentamente del solito, ancora scossa da quello che avevo visto.
Mangiai un pezzo di pane in cucina e continuai a pensare alle orecchie del gattino che spuntavano dalla valigia.
Mi chiesi soprattutto una cosa.
Se davvero tre persone stavano aspettando lo stesso animale, possibile che nessuna avesse scoperto le altre prima di pagare?
Poi ricordai il sorriso nervoso dell’uomo, la fretta, il modo in cui aveva nascosto i cartellini con la mano.
Non tutte le truffe cominciano con una storia complicata.
A volte basta che qualcuno abbia molta voglia di credere a una buona notizia.
La mattina seguente sostenni il colloquio in videochiamata.
Non dissi nulla della valigia finché la responsabile non mi domandò perché avessi chiesto di cambiare appuntamento.
Raccontai soltanto che avevo prestato assistenza come testimone in stazione.
Lei mi ringraziò per aver avvisato tempestivamente e tornò a chiedermi come avrei riordinato un archivio pieno di documenti senza data.
Risposi che avrei cominciato separando ciò che era verificabile da ciò che sembrava soltanto collegato.
Mentre lo dicevo, pensai ai tre cartellini.
Era esattamente il lavoro che Caruso mi aveva chiesto di lasciare agli investigatori.
Verso mezzogiorno ricevetti una chiamata dalla Polfer.
L’ispettore voleva una precisazione su quanto tempo fosse trascorso tra il primo movimento della valigia e la fuga dell’uomo.
Dopo aver risposto, domandai come stesse la gattina.
«Il veterinario ci ha comunicato che è stabile», disse. «Resterà sotto controllo ancora un po’.»
Mi appoggiai al bordo della scrivania.
«E le tre donne?»
«Le stiamo contattando. Non posso darle dettagli delle verifiche. Però una persona dell’associazione che aveva in affido temporaneo l’animale ha chiesto di parlarle, se lei è d’accordo.»
Accettai.
L’ispettore mi spiegò che, se avessi voluto, avrebbe trasmesso il mio numero soltanto a quella persona.
Non era un incontro investigativo, né un invito a cercare il responsabile per conto mio.
La donna mi telefonò nel pomeriggio.
Si chiamava Teresa Lo Monaco e collaborava con un piccolo gruppo di volontarie di Bagheria.
Aveva la voce stanca di chi aveva passato la notte a ripercorrere una decisione sbagliata.
«Noi la chiamavamo Brina», mi disse. «L’abbiamo trovata vicino a un magazzino, senza la madre. Era così piccola che dovevamo pesarla ogni giorno.»
«Perché era stata affidata a quell’uomo?»
Teresa esitò.
«È arrivato tramite il numero di un servizio di trasporto che qualcuno aveva consigliato in una chat. Diceva di occuparsi di staffette per adozioni. Mi ha mostrato messaggi, una scheda e il nome di Silvia Rizzo.»
«Silvia era d’accordo?»
«Avevo parlato con una donna che si presentava come sua referente. Mi aveva detto che Silvia avrebbe completato i documenti alla consegna. È stato il mio errore: avrei dovuto sentire direttamente l’adottante.»
Non provai a rassicurarla con frasi facili.
Aveva affidato un animale fragile a una persona sconosciuta, ed era comprensibile che si sentisse responsabile.
Ma mi sembrò importante anche il fatto che non stesse nascondendo quella mancanza.
Teresa spiegò di aver consegnato Brina in un trasportino rigido, pulito e ventilato.
L’uomo le aveva assicurato che sarebbe partito il giorno stesso e che l’animale avrebbe viaggiato in condizioni adeguate.
Lei aveva fotografato il trasportino prima della partenza, come faceva normalmente con ogni affido.
«Quindi non l’avete messa voi in quella valigia», dissi.
«Mai. Il trasportino era la prima cosa che gli avevo chiesto di riportare, se ci fossero stati problemi.»
Le raccontai come avevo sentito il miagolio.
All’altro capo del telefono rimase in silenzio.
Poi mi chiese se la gattina avesse ancora la piccola macchia color miele sotto l’orecchio sinistro.
«Sì. La ricordo bene.»
Teresa pianse senza cercare di nasconderlo.
Non ebbi il coraggio di parlare finché non riprese fiato.
Quando tornò a parlare, mi spiegò che Brina aveva cominciato a fidarsi delle persone soltanto da pochi giorni.
All’inizio si nascondeva sotto una sedia ogni volta che qualcuno apriva la porta.
Poi aveva imparato a seguire Teresa in cucina e ad aspettare la sua voce.
Pensare a quella fiducia tradita rendeva ancora più difficile immaginare il viaggio nella valigia.
Più tardi mi arrivò un messaggio da Silvia Rizzo, che aveva ottenuto il mio contatto tramite Teresa con il mio consenso.
Mi disse di aver presentato una segnalazione alla Polfer e di essere disponibile a parlare, purché non pubblicassi il suo nome.
«Ho pagato un anticipo per l’adozione», scrisse. «Mi vergogno a dirlo. Credevo che quel denaro servisse alle cure e al viaggio.»
Le risposi che il nome era già su una pagina pubblica, ma io non l’avrei rilanciato.
Le chiesi soltanto se sapesse dell’esistenza di Adele e Gaia.
«Fino a ieri, no», replicò. «La fotografia che ci hanno mandato è identica. Cambia soltanto il nome del gattino.»
Silvia lo chiamava Nuvola.
Adele, da quanto mi riferì, aveva ricevuto una scheda intestata a Miele.
Gaia aspettava una gattina presentata come Stella.
Tre nomi inventati per un solo musetto con la stessa macchia sotto l’orecchio.
Non avevo accesso ai versamenti né alle dichiarazioni delle altre donne.
Sapevo solo quello che Silvia aveva scelto di raccontarmi e quello che Teresa aveva visto di persona.
Per la prima volta, però, la custodia con i tre cartellini assunse un significato possibile.
Forse non era stata usata per indicare chi accompagnasse Brina.
Forse serviva a non confondere tre promesse incompatibili.
Teresa mi richiamò verso sera.
Era stata convocata per riconoscere alcuni documenti acquisiti dagli agenti.
Uno di quei documenti riportava il nome della sua associazione e una firma che sembrava la sua.
«Martina, io quella scheda non l’ho mai firmata», disse. «E la cosa peggiore è che non so quante persone l’abbiano ricevuta.»
Rimasi con il telefono in mano.
Non si trattava più soltanto di un uomo che aveva viaggiato in modo crudele con un animale nascosto.
Qualcuno stava usando il lavoro di volontarie reali per rendere credibili richieste di denaro false.
Se una firma poteva essere copiata, quante altre adozioni apparivano regolari senza esserlo?
Per seguire la traccia di quella firma, leggi la Parte 4.













