«Fermi tutti! C’è qualcosa di vivo in quella valigia!»
L’uomo davanti a me si bloccò di colpo.
Poi strinse la maniglia del suo trolley blu e cercò di trascinarlo via.
«Ma è impazzita? Lasci stare la mia roba!»
Gli afferrai la maniglia prima che potesse allontanarsi.
«L’ho vista muoversi. E ho sentito un verso.»
«Sono affari miei quello che porto in viaggio.»
«Non se lì dentro c’è un animale.»
A quel punto alcune persone si voltarono verso di noi.
Eravamo nell’atrio della stazione di Palermo Centrale, vicino all’accesso ai binari. Il tabellone delle partenze cambiava continuamente, gli altoparlanti annunciavano i treni e i viaggiatori attraversavano il salone trascinando bagagli.
In mezzo a tutto quel rumore, avevo quasi ignorato il primo movimento.
Mi chiamo Martina Bellini, ho trentadue anni, e quel pomeriggio aspettavo un treno.
Ero arrivata in stazione con un po’ di anticipo. Avevo comprato una bottiglietta d’acqua e mi ero fermata vicino a una colonna per controllare il telefono.
L’uomo con il trolley blu era a pochi passi da me.
Avrà avuto una cinquantina d’anni. Portava una giacca grigia, pantaloni scuri e teneva gli occhi fissi verso l’ingresso dei binari.
Il suo bagaglio era una grande valigia morbida con le ruote, piuttosto consumata.
All’inizio non gli avevo prestato attenzione.
Poi la valigia aveva fatto uno scatto.
Non era caduta.
Non aveva urtato nessuno.
Si era mossa leggermente da sola.
Avevo pensato che il pavimento fosse irregolare o che qualcuno l’avesse sfiorata passando.
Ma pochi istanti dopo era successo di nuovo.
Questa volta avevo visto chiaramente il tessuto tendersi dall’interno.
L’uomo si era chinato e aveva appoggiato una mano sopra il bagaglio, come per tenerlo fermo.
Aveva controllato rapidamente se qualcuno lo stesse osservando.
Fu quel gesto a insospettirmi.
Mi avvicinai di qualche passo.
«Mi scusi, tutto bene con la valigia?»
Lui alzò la testa.
«Perché?»
«Mi è sembrato che si muovesse.»
Mi fissò per un secondo.
Poi fece un sorriso nervoso.
«Sono vestiti. Si sarà spostato qualcosa.»
Non aveva senso.
Ma prima che potessi rispondere, una voce dagli altoparlanti coprì ogni altro rumore.
Quando l’annuncio terminò, sentii qualcosa.
Un suono debolissimo.
Quasi un lamento.
Mi immobilizzai.
E poi arrivò di nuovo.
Miao.
Era appena percettibile.
Guardai la valigia.
L’uomo la tirò verso di sé.
«Devo andare.»
«Aspetti un momento.»
«Il mio treno parte.»
«C’è un gatto lì dentro?»
Per un istante smise di muoversi.
Avevo visto bene il suo volto.
Non sembrava confuso dalla domanda.
Sembrava aver paura che avessi indovinato.
«Non dica sciocchezze.»
«Allora la apra.»
«Non devo dimostrare niente a lei.»
Cominciò a trascinare il trolley verso il corridoio.
Fu allora che mi misi davanti a lui.
«Aspetti!»
L’uomo fece un movimento brusco con la maniglia.
«Si tolga di mezzo!»
Una donna che aspettava poco distante ci guardò con aria preoccupata.
«Che succede?»
«Credo che ci sia un animale in questa valigia», risposi.
L’uomo scosse la testa.
«Questa signora mi sta molestando. Non la conosco neanche.»
Per qualche secondo mi sentii terribilmente a disagio.
Tutti ci stavano guardando.
E se mi fossi sbagliata?
E se il rumore fosse arrivato da un altro punto della stazione?
Poi accadde qualcosa che cancellò ogni dubbio.
La parte superiore del trolley si sollevò appena.
Un movimento piccolo, ma chiarissimo.
Subito dopo sentii un altro miagolio.
Questa volta anche la donna accanto a noi lo udì.
«Aspetti», disse all’uomo. «Anch’io ho sentito qualcosa.»
Lui non rispose.
Cercò soltanto di riprendere a camminare.
Afferrai la maniglia insieme a lui.
«Non può andarsene senza controllare.»
«Mi lasci!»
«Se lì dentro c’è un animale, deve poter respirare.»
L’uomo cercò di tirare il trolley dalla sua parte.
Io lo trattenni.
Per un momento rimanemmo entrambi fermi, con le mani sulla stessa maniglia.
Poi vidi la cerniera che correva lungo il bordo superiore della valigia.
Era chiusa quasi completamente.
Mi chinai e afferrai il cursore.
«Non la tocchi!» gridò l’uomo.
Ma avevo già iniziato ad aprirla.
Tirai la cerniera per pochi centimetri.
Il tessuto si allentò.
Per un istante non vidi nulla.
Poi qualcosa si mosse nell’apertura.
Un piccolo muso bianco comparve tra i due lembi di stoffa.
Due orecchie.
Un paio di occhi spalancati.
Era un gattino.
Aveva il pelo bianco con piccole macchie color miele.
Sollevò la testa, guardò verso la luce e miagolò.
Sentii una stretta allo stomaco.
«Oddio…»
La donna dietro di me si portò una mano alla bocca.
«C’è davvero un gatto!»
Aprii appena di più la cerniera per lasciare spazio all’animale, senza cercare di estrarlo bruscamente.
Il gattino era vivo e vigile. Continuava a guardarsi intorno, confuso da tutti quei volti.
Alzai gli occhi verso l’uomo.
«Perché lo tiene chiuso qui dentro?»
Non rispose.
Aveva smesso di tirare la valigia.
Guardava il gattino come se fosse diventato improvvisamente qualcosa di pericoloso per lui.
«Signore, le sto parlando.»
Lui lasciò la maniglia.
Fece un passo indietro.
Poi un altro.
«Aspetti!»
Ma si voltò e si allontanò rapidamente tra i passeggeri.
«Fermatelo!» gridò la donna.
Qualcuno cercò di capire che cosa stesse succedendo. Un altro passeggero disse che avrebbe avvisato la Polfer.
Io, però, non mi mossi.
Non potevo lasciare il gattino.
Mi inginocchiai accanto al trolley, tenendo aperta la parte superiore.
«Va tutto bene, piccolo», sussurrai. «Adesso respira.»
Fu allora che notai qualcosa vicino alla maniglia.
C’erano tre piccoli cartellini infilati in una custodia trasparente, fissata al bagaglio con un laccetto.
Prima erano rimasti nascosti sotto la mano dell’uomo.
Adesso erano completamente visibili.
Mi avvicinai per leggerli.
Sembravano etichette utilizzate per il trasporto di animali.
Ma c’era un dettaglio che non riuscivo a capire.
Su ogni cartellino era scritto un nome diverso.
Tre nomi.
Tre persone differenti.
Guardai il gattino, poi il punto in cui l’uomo era scomparso.
Non sapevo a chi appartenesse davvero quell’animale.
E non capivo perché una sola valigia avesse tre etichette di trasporto intestate a persone diverse.
Avevo fermato un uomo perché pensavo che stesse nascondendo un gatto.
Adesso cominciavo a temere che quel piccolo animale fosse soltanto una parte di qualcosa che ancora non conoscevo.













