Il nome scritto sull’allegato era Riccardo Ferri.
Daniele lo lesse due volte, sperando di aver confuso le lettere.
Riccardo era il fratello maggiore di Elena, un uomo che aveva seguito alcuni lavori della villa e che Daniele considerava un amico di famiglia.
«Conosce questa persona?» chiese il maresciallo Conti.
«Sì. Conosceva anche Arianna.»
Non aggiunse che Riccardo era stato tra i primi a consolarlo quando la moglie era scomparsa.
Ricordò invece una sera d’inverno, quando l’uomo gli aveva detto che cercare ancora Arianna significava soltanto far soffrire Luca.
Allora quelle parole gli erano sembrate un consiglio doloroso ma sincero.
Conti gli spiegò che la firma non provava da sola la sua conoscenza di quanto accadeva nel sotterraneo.
Occorreva ricostruire chi avesse chiesto i lavori, chi li avesse eseguiti e chi avesse mantenuto l’accesso alla cantina.
«Conservate anche i messaggi, le fatture e le fotografie dei cantieri», disse. «Non cancellate nulla, neppure ciò che vi sembra insignificante.»
Daniele consegnò il telefono e indicò dove si trovavano i vecchi registri amministrativi.
Elena fu accompagnata in caserma per ulteriori accertamenti, mentre gli investigatori cercavano Riccardo.
Nessuno gli comunicò ancora quale fosse la posizione formale dei due.
Marta lo raggiunse sulla soglia del salotto.
Luca era seduto sul tappeto con il suo piccolo camion rosso tra le mani.
Non stava giocando: faceva girare una ruota avanti e indietro.
«Ha paura di aver fatto qualcosa di sbagliato», sussurrò Marta.
Daniele entrò e si sedette sul pavimento, lasciando tra sé e il figlio uno spazio che Luca potesse decidere di colmare.
«La mamma è stata portata in ospedale», disse. «I medici la stanno aiutando. Non sappiamo ancora quando potremo vederla.»
Luca fissò il camion.
«Elena mi aveva detto che se continuavo a raccontare quella cosa, tu ti saresti arrabbiato.»
Daniele sentì un nodo stringergli la gola.
«Non sono arrabbiato con te. Avrei dovuto ascoltarti prima.»
«L’ho sentita ieri. Prima ancora, tre giorni fa. Pensavo fosse il vento.»
Daniele aspettò senza incalzarlo.
«Oggi ho cercato la palla dietro la casa. Dalla griglia qualcuno cantava piano. Era la canzone della barca blu, quella che la mamma inventava quando avevo paura.»
Il bambino strinse il camion.
«Ho detto: Mamma? E lei ha risposto: Luca, chiama papà.»
Daniele non gli chiese di ripetere le parole.
Gli disse soltanto che aveva fatto bene a cercare aiuto e che adesso gli adulti si sarebbero occupati del resto.
Luca si avvicinò e gli appoggiò la testa contro una spalla, senza smettere di tenere stretto il giocattolo.
Quella sera Daniele andò in ospedale.
I medici gli spiegarono che Arianna era gravemente debilitata e doveva essere valutata e curata con attenzione.
Aveva bisogno di riposo, nutrizione controllata e di un ambiente in cui sentirsi al sicuro.
Non gli promisero una ripresa rapida né gli permisero di sommergerla di domande.
Quando poté entrare per pochi minuti, la trovò seduta con il cuscino sollevato e una coperta chiara sulle gambe.
«Luca?» chiese lei immediatamente.
«È con Marta. Sa che sei viva. Non l’ho portato qui senza chiedertelo.»
Arianna annuì appena.
«Hai fatto bene.»
Daniele avrebbe voluto dirle quanto l’aveva cercata, quante volte aveva riguardato le telecamere della stazione e interrogato i conoscenti.
Si accorse però che tutto ciò parlava di lui, non di quello che lei aveva subito.
«Dimmi soltanto cosa posso fare adesso.»
«Proteggi Luca. E non credere ai messaggi del mio telefono.»
Daniele si irrigidì.
«Quello in cui dicevi di volertene andare?»
«Non l’ho scritto io.»
Lui abbassò gli occhi.
Undici mesi prima aveva mostrato quel testo a Marta, convincendosi che Arianna lo avesse abbandonato.
Aveva persino smesso di parlare di lei a tavola, credendo di aiutare suo figlio ad accettare l’assenza.
«Prima di sparire avevi scoperto qualcosa?» chiese piano.
Arianna guardò verso la porta della stanza.
«Avevo trovato pagamenti che non riconoscevo. Li avevo fatti vedere a Elena. Era la mia amica da vent’anni.»
Daniele sentì un dolore diverso, più preciso.
«Che pagamenti?»
«Fatture della ristrutturazione. La proprietà è intestata a noi due, ma le spese le seguivi tu. Io avevo notato che pagavamo due volte gli stessi lavori. Avevo preparato una cartella per un avvocato.»
Si fermò per riprendere fiato.
«Elena mi disse che Riccardo poteva spiegarmi tutto. Mi chiese di incontrarlo nella villa, quando tu eri via per lavoro.»
Daniele capì che Arianna stava arrivando al punto più doloroso, ma il medico bussò e segnalò che la visita doveva terminare.
Prima di uscire, Daniele le domandò se la cartella fosse ancora nascosta nella proprietà.
«Non so dove sia adesso», rispose lei. «Quando mi hanno chiusa dentro avevo con me soltanto la borsa.»
Nell’ascensore dell’ospedale, Daniele ricordò un litigio avvenuto pochi giorni prima della scomparsa. Arianna gli aveva chiesto di sospendere i pagamenti per il restauro finché non avessero controllato i conti. Lui, stanco dopo un viaggio, aveva risposto che Elena e Riccardo si occupavano da sempre di quelle pratiche e che non era il momento di sospettare degli amici. Arianna non aveva alzato la voce. Aveva detto soltanto: «Proprio perché sono amici, dobbiamo essere sicuri».
Per mesi Daniele aveva ripensato a quella frase come alla prova di un matrimonio in crisi. Adesso comprendeva che Arianna stava tentando di avvertirlo di un rischio concreto, e che lui aveva confuso il proprio desiderio di tranquillità con la fiducia. Non poteva cancellare quella risposta. Poteva però smettere di usarla per spiegare a se stesso perché lei fosse sparita.
A casa, Marta gli mostrò le fotografie dei lavori salvate in un vecchio gruppo familiare.
In una si vedeva Riccardo accanto all’ingresso della cantina, con una cassetta di attrezzi.
La data risaliva a quattro mesi prima, lo stesso periodo dell’ordine firmato da Daniele.
Poi arrivò una telefonata del maresciallo Conti.
Riccardo non si trovava all’indirizzo dichiarato, ma gli investigatori avevano recuperato le registrazioni degli accessi della ditta.
In undici mesi, il suo furgone era entrato dal cancello laterale decine di volte, quasi sempre quando Daniele era assente.
«Abbiamo trovato anche una delega con la sua firma», disse Conti. «Questa, però, riguarda qualcosa di molto più importante dei lavori.»
Daniele guardò la villa buia oltre il vetro.
Non aveva idea di che cosa potesse essere stato fatto in suo nome mentre sua moglie chiedeva aiuto a pochi passi da casa.
Quale diritto aveva consegnato senza accorgersene? Per capire il contenuto della delega, leggi la Parte 4.













