La mano cercò ancora il bordo della porta.
Daniele si chinò e sentì un respiro così leggero da confondersi con il rumore delle foglie in giardino.
«Sono qui», disse. «Non si muova. Adesso la aiutiamo.»
Qualcuno gli porse la torcia di un telefono.
Il fascio illuminò tre gradini umidi, una parete scrostata e una donna rannicchiata sotto una coperta grigia.
Aveva i capelli aggrovigliati, le labbra screpolate e gli occhi socchiusi per la luce improvvisa.
Daniele riconobbe prima una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro.
Era il segno di una caduta in bicicletta, durante un’estate trascorsa insieme sul lago di Garda.
Poi la donna sollevò appena il viso.
«Arianna?»
Il nome gli uscì come una domanda che non osava pronunciare da undici mesi.
La donna cercò di rispondere.
Dalle sue labbra venne soltanto un suono spezzato.
Arianna era sua moglie, la madre di Luca.
Undici mesi prima era scomparsa senza lasciare spiegazioni, tranne un messaggio arrivato dal suo telefono: «Non cercarmi. Ho bisogno di una vita diversa».
La sua automobile era stata ritrovata vicino alla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova.
La denuncia di scomparsa era rimasta aperta, ma col passare dei mesi Daniele aveva cominciato a credere che se ne fosse andata volontariamente.
Ora era davanti a lui, viva e quasi incapace di reggersi.
«Chiamate il centododici!» gridò, senza distogliere lo sguardo.
Un uomo tra gli invitati aveva già il telefono all’orecchio.
Una donna che lavorava come infermiera si avvicinò e chiese spazio.
Daniele si spostò per lasciarla valutare la situazione, poi tornò accanto alla porta.
«Non la trasciniamo fuori», avvertì l’infermiera. «Aspettiamo i soccorsi, se non c’è un pericolo immediato. Parlatele piano.»
Daniele si inginocchiò sul primo gradino.
«Arianna, sono Daniele. Ti sento. Non sei più sola.»
Lei aprì gli occhi per un istante.
«Luca?» sussurrò.
Quel nome lo trafisse più di qualsiasi accusa.
«È qui. È al sicuro.»
«Non farlo scendere.»
Daniele annuì, anche se lei stava già richiudendo gli occhi.
Dietro di lui, una voce di bambino continuava a chiedere di vedere la mamma.
Si voltò verso sua sorella Marta, arrivata al passaggio insieme agli altri.
«Porta Luca in salotto. Digli che gli spiegherò tutto. Non lasciarlo da solo.»
Marta guardò la donna nell’ombra e si portò una mano alla bocca.
Poi raggiunse il nipote, lo abbracciò e si allontanò con lui.
Elena era rimasta qualche metro più indietro.
Da cinque mesi viveva con Daniele e Luca nella villa, dopo essere stata il loro punto di riferimento durante la scomparsa di Arianna.
Aveva conosciuto Arianna all’università, molto prima di diventare la compagna di Daniele.
«Non sapevo che fosse lì», disse improvvisamente.
Nessuno le aveva rivolto una domanda.
Daniele si alzò lentamente.
«Hai appena detto che la cantina era vuota da anni.»
«Lo credevo. Forse qualcuno l’ha portata qui stanotte.»
«Stanotte?» ripeté lui. «È in condizioni terribili. E tu mi hai impedito di aprire la porta.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Ero spaventata. Non capivo cosa stesse succedendo.»
Un invitato, l’anziano signor Bassi, indicò il muro laterale.
«Quel tubo di aerazione non c’era l’ultima volta che sono venuto. È stato installato durante i lavori di primavera.»
Daniele seguì il suo dito.
Dietro un cespuglio si vedeva una piccola griglia metallica, nascosta appena sopra il terreno.
Si ricordò all’improvviso di una fattura per interventi contro l’umidità, fatta approvare da Elena.
Non ci aveva mai prestato attenzione.
Il suono della prima sirena arrivò dalla strada di accesso.
I sanitari entrarono nel passaggio con una barella e attrezzature mediche, mentre i carabinieri chiedevano agli ospiti di rimanere disponibili per le testimonianze.
Arianna fu assistita con cautela.
Il personale sanitario evitò di farle domande inutili e la preparò al trasferimento in ospedale.
Quando passò davanti a Daniele, una mano uscì per un momento dalla coperta.
Lui la prese delicatamente.
«Mi dispiace», disse.
Arianna lo guardò senza rispondere.
Quello sguardo non somigliava al ritorno felice che aveva immaginato nelle notti peggiori.
Era lo sguardo di una persona che non sapeva ancora di chi fidarsi.
Una carabiniera si presentò come maresciallo Silvia Conti.
Chiese a Daniele di accompagnarla lontano dagli invitati e di raccontare, dall’inizio, cosa fosse accaduto.
Lui rispose alle domande, indicando Luca come primo testimone della presenza di qualcuno nel sotterraneo.
«Prima di parlare con il bambino, vogliamo assicurarci che sia seguito da una persona fidata», spiegò Conti. «Non forzatelo a ripetere tutto davanti agli adulti.»
Due militari bloccarono l’accesso alla cantina per gli accertamenti.
Un altro si avvicinò a Elena, che nel frattempo aveva recuperato la borsa lasciata su una sedia.
«Devo andare a prendere una medicina in farmacia», disse lei.
«Per il momento le chiediamo di restare e fornirci i suoi dati», rispose il militare.
Daniele non provò a inseguirla né a interrogarla.
Per la prima volta capì che le sue domande non erano più una questione privata.
C’era una donna uscita da un luogo di prigionia, e qualsiasi gesto impulsivo avrebbe potuto compromettere la ricerca della verità.
Prima di rientrare in casa, Daniele guardò il giardino rimasto improvvisamente vuoto. I piatti erano ancora pieni, i tovaglioli sulle sedie, una torta intatta sotto la veranda. Gli sembrò assurdo che il mondo avesse continuato a esistere normalmente mentre Arianna era stata a pochi metri da loro. Ripensò alle sere trascorse a leggere sul terrazzo, senza mai domandarsi da dove arrivasse quel debole ronzio vicino alla parete.
Poco dopo, il maresciallo Conti gli mostrò una copia di un ordine di manutenzione trovato nell’ufficio della villa.
L’intestazione era di una ditta chiamata Riva Servizi.
Sotto la descrizione «messa in sicurezza dell’accesso alla cantina» compariva una firma.
«Questo documento risulta approvato quattro mesi fa», disse Conti. «È la sua?»
Daniele fissò le ultime righe.
Riconobbe il tratto della propria mano, ma non ricordava di aver autorizzato alcuna serratura per quella porta.
Ricordava soltanto un gruppo di fogli che Elena gli aveva passato una sera, mentre Luca aveva la febbre.
«Sì», rispose infine. «La firma sembra la mia.»
Il maresciallo attese.
«Ma non sapevo che cosa stavo facendo chiudere.»
Conti girò il foglio.
Sul retro c’era un allegato che Daniele non aveva mai visto.
E portava il nome della persona incaricata di custodire le chiavi della cantina.
Chi era stato autorizzato a entrare lì sotto? Per seguire il nome scritto in quell’allegato, continua con la Parte 3.













