«Raccontalo.»
Mia madre si voltò verso mio padre.
«Non c’è niente da raccontare.»
Lui rimase immobile.
«Papà?» dissi.
Si passò una mano sul viso.
«Quando le bambine sono arrivate, ho detto a tua madre di farle entrare.»
Mia madre lo fissò.
«Franco.»
«È la verità.»
«Avevamo deciso insieme.»
«No. Tu avevi deciso.»
Nella stanza calò un silenzio pesante.
Mio padre continuò.
«Quando Giulia ha detto che non sapeva tornare a casa, volevo uscire. Tua madre mi ha fermato.»
Sentii Matteo irrigidirsi accanto a me.
«Come?»
«Mi ha detto che se fossi uscito, avrei rovinato tutto. Che tu non avresti mai imparato.»
Mia madre scattò.
«Non mettermi tutta la colpa addosso adesso.»
«Le ho viste andare via.»
«E non le hai fermate.»
«Lo so.»
La voce di mio padre si spezzò.
Per la prima volta da quando era iniziato tutto, qualcuno dei due disse senza spiegazioni:
«Ho sbagliato.»
Non cancellava nulla.
Ma era diverso da tutto quello che avevo sentito fino a quel momento.
Mia madre invece continuò a difendersi.
Disse che Giulia era una bambina intelligente.
Disse che il quartiere era tranquillo.
Disse che nessuno poteva prevedere che Sofia si sarebbe stancata così presto.
Infine disse la frase che chiuse ogni possibilità di accordo immediato.
«Se Claudia mi avesse rispettata, non sarebbe successo niente.»
Paola chiuse il fascicolo.
«Credo che per oggi abbiamo finito.»
Uscimmo senza salutare.
Nel parcheggio, Matteo mi prese la mano.
«Stai bene?»
«No.»
Era la risposta più sincera.
Qualche giorno dopo mio padre mi chiamò da un numero che non conoscevo.
Stavo per riattaccare quando disse:
«Sono io. Per favore, non chiudere.»
Rimasi in silenzio.
«Non ti chiedo di farmi vedere le bambine.»
Quello mi sorprese.
«Allora cosa vuoi?»
«Dirti che ho iniziato una terapia.»
Non sapevo cosa rispondere.
«Avrei dovuto fermarla. Avrei dovuto aprire quella porta. Non l’ho fatto perché per anni ho pensato che evitare una lite fosse la stessa cosa che mantenere la pace.»
La sua voce tremò.
«Ora capisco che ho solo lasciato che fosse sempre qualcun altro a pagare il prezzo.»
Non lo perdonai in quella telefonata.
Ma lo ascoltai.
Due mesi dopo arrivò la decisione che aspettavamo.
Non ci sarebbe stato alcun contatto non supervisionato con le bambine.
Per mia madre, nessun incontro finché un professionista non lo avesse ritenuto appropriato e finché Giulia non si fosse sentita pronta.
Per mio padre, la possibilità di un percorso graduale e supervisionato, ma solo se le bambine lo desideravano.
Quando spiegammo la situazione a Giulia, lei rimase in silenzio.
Poi chiese:
«Posso vedere il nonno senza vedere la nonna?»
«Sì.»
Ci pensò.
«Non ancora.»
Annuii.
«Va bene.»
E per la prima volta da Natale, vidi sul suo viso qualcosa che assomigliava al sollievo.
Aveva capito che questa volta la scelta sarebbe stata sua.







