Passarono quasi sei mesi.
Matteo stava meglio. Gli esami erano buoni e aveva ripreso a lavorare part-time.
Sofia sembrava aver dimenticato gran parte di quella notte.
Giulia no.
Ma aveva smesso di chiedere se la nonna fosse arrabbiata.
Era già qualcosa.
Una domenica mattina venne da me mentre preparavo il caffè.
«Mamma?»
«Dimmi.»
«Forse posso vedere il nonno.»
Mi fermai.
«Sei sicura?»
«Solo se ci sei tu.»
Organizzammo l’incontro in un centro familiare, con una professionista presente.
Mio padre arrivò dieci minuti prima.
Quando Giulia entrò, lui non le corse incontro.
Non la toccò.
Non pianse davanti a lei.
Disse soltanto:
«Ciao, Giulia. Grazie per essere venuta.»
Lei si sedette di fronte a lui.
Per quasi un minuto nessuno parlò.
Poi mio padre disse:
«Ti devo delle scuse.»
Giulia lo guardò.
«La nonna non voleva farci entrare.»
«Lo so.»
«E tu eri lì.»
«Sì.»
«Perché non ci hai fermate?»
Mio padre inspirò.
«Perché sono stato codardo.»
Non disse che era confuso.
Non disse che aveva paura di litigare.
Disse la parola più semplice.
Codardo.
Giulia abbassò lo sguardo sulle sue mani.
«Sofia piangeva tanto.»
«Lo so.»
«Io avevo paura.»
Mio padre chiuse gli occhi per un momento.
«Mi dispiace.»
Fu tutto.
Nessuna riconciliazione da film.
Nessun abbraccio immediato.
Ma quando uscimmo, Giulia disse:
«Almeno non ha detto che era colpa tua.»
Quella frase mi fece capire quanto attentamente avesse ascoltato gli adulti per mesi.
Gli incontri con mio padre continuarono lentamente.
Una volta al mese.
Poi due.
Sempre con noi presenti.
Mia madre, invece, rifiutò la terapia.
Disse che non avrebbe “pagato uno sconosciuto per sentirsi dire di essere una cattiva madre”.
Mandava biglietti.
Regali.
Messaggi attraverso parenti.
Ma non una volta scrisse:
Ho messo in pericolo le bambine.
Non una volta.
Con il tempo smisi di aspettarlo.
Quell’autunno ricevetti una telefonata da una cugina.
«Tua madre dice che passerà comunque a Natale.»
Mi gelò la schiena.
«Ha detto questo?»
«Sì. Dice che non puoi impedirle di vedere le nipoti per sempre.»
Quella sera ne parlai con Matteo.
«Se si presenta?»
«Non entra.»
«E se fa una scena?»
«La porta resta chiusa.»
Giulia sentì l’ultima frase dal corridoio.
Si avvicinò.
«Mamma?»
«Sì?»
«Quest’anno possiamo stare a casa nostra?»
Le sorrisi.
«Sì.»
«Solo noi?»
«Solo chi ti fa sentire al sicuro.»
Lei annuì.
E così decidemmo come sarebbe stato il nostro Natale.







