«Allora dov’è l’orologio?»
Vittorio rovesciò la mia borsa di servizio sul tavolo.
Guanti.
Un piccolo blocco per gli appunti.
Due penne.
Una bottiglietta d’acqua.
Niente altro.
Il rumore attirò subito l’attenzione di due ospiti che stavano passando nel corridoio.
Sentii il viso scaldarsi.
«Non ho preso niente.»
Il direttore dell’hotel mi fissò senza cambiare espressione.
«Signor Conti dice che l’orologio era sul comodino quando è uscito.»
Alberto Conti era dietro di lui.
Non sembrava arrabbiato.
Sembrava molto peggio.
Sembrava sicuro.
«Quando sono rientrato non c’era più.»
Guardai entrambi.
«Io ho pulito la stanza. Non ho toccato nessun orologio.»
Vittorio incrociò le braccia.
«Sei stata l’ultima persona a entrare.»
«No.»
La risposta mi uscì prima ancora di pensarci.
Vittorio sollevò appena un sopracciglio.
«Come, scusa?»
«Non puoi sapere che sono stata l’ultima.»
«Ho controllato il turno.»
«Il turno non è il registro delle porte.»
Per la prima volta smise di parlarmi come se la situazione fosse già chiusa.
Lavoravo in quell’hotel da poco più di un anno.
Avevo imparato in fretta una cosa.
Ogni porta delle suite registrava tutto.
Ora.
Tessera.
Accesso.
Era il sistema che usavamo anche quando un ospite diceva di essere rimasto chiuso fuori.
Vittorio guardò il carrello alle mie spalle.
«Dove vuoi arrivare?»
«Al tablet.»
Feci un passo verso il carrello.
Lui si spostò appena davanti a me.
«Elisa.»
«Se sono stata davvero l’ultima persona nella suite, il registro lo dimostrerà.»
Alberto sospirò.
«Io voglio soltanto il mio orologio.»
«E io voglio sapere perché mi state accusando senza controllare.»
Vittorio serrò la mascella.
Il corridoio sembrava improvvisamente troppo silenzioso.
Presi il tablet dal carrello.
Aprii il sistema interno.
Suite 402.
Registro accessi.
Le mie mani tremavano leggermente, ma non abbastanza da impedirmi di leggere.
Ore 10:18.
La mia tessera.
Ingresso.
Ore 10:41.
La mia tessera.
Uscita.
Indicai lo schermo.
«Ho lasciato la stanza alle dieci e quarantuno.»
Vittorio si avvicinò.
«E quindi?»
Scorsi verso il basso.
Mi fermai.
C’era un’altra riga.
Ore 10:57.
Accesso autorizzato.
Una tessera diversa.
«Qualcuno è entrato dopo di me.»
Vittorio allungò la mano.
«Fammi vedere.»
Giravo il tablet verso di lui.
Alberto si avvicinò.
«Chi?»
Non risposi subito.
Accanto al codice della tessera c’era un reparto.
SICUREZZA.
Vittorio lo vide nello stesso momento.
Il suo sguardo cambiò.
«Questo non significa niente.»
«Significa che non ero l’ultima persona nella stanza.»
Scorsi ancora.
Il sistema permetteva di vedere l’assegnazione della tessera.
Toccai la riga.
Comparve un nome.
ROBERTO NERI.
Mi bloccai.
Roberto era il responsabile della sicurezza dell’hotel.
Lo vedevo quasi ogni giorno.
Sempre preciso.
Sempre calmo.
Sempre quello che veniva chiamato quando c’era un problema.
«Vittorio.»
Il direttore non disse nulla.
«È la tessera di Roberto.»
Alberto guardò il fondo del corridoio.
«Quello?»
Seguii il suo sguardo.
Roberto stava arrivando verso di noi.
Aveva probabilmente sentito il rumore.
O qualcuno lo aveva chiamato.
Fece ancora un passo.
Poi vide il tablet nella mia mano.
Si fermò.
Completamente.
Vittorio si voltò lentamente verso di lui.
«Roberto.»
L’uomo non rispose.
Io abbassai gli occhi sul registro.
Ore 10:57.
Accesso sicurezza.
Non sapevo ancora perché fosse entrato nella suite.
Non sapevo se avesse visto l’orologio.
Non sapevo nemmeno se l’orologio fosse stato davvero rubato.
Ma una cosa era diventata improvvisamente impossibile da ignorare.
Io non ero stata l’ultima persona in quella stanza.
E l’uomo che avrebbe dovuto proteggere l’hotel era appena diventato la persona più difficile da spiegare.













