«È mio. Dammi quella scatola.»
La donna afferrò il pacco prima ancora che riuscissi a leggere il nome sull’etichetta.
Io non mollai la presa.
«Un momento.»
Lei tirò di nuovo.
«Ti ho detto che è mio.»
Eravamo al quinto piano di un condominio moderno nella zona nord di Torino. Avevo appena lasciato l’ascensore e non avevo ancora suonato al campanello quando lei era uscita dal corridoio laterale.
Cappotto beige.
Borsa elegante.
Capelli perfettamente sistemati.
Sembrava la persona meno sospetta che potessi incontrare durante una consegna.
Ed era proprio quello che mi fece rallentare.
«Nome della destinataria?» chiesi.
Lei mi guardò come se la domanda fosse inutile.
«Chiara Bellini.»
Abbassai gli occhi verso l’etichetta.
Il nome era corretto.
Valentina, anche se allora non conoscevo ancora il suo nome, allungò di nuovo la mano.
«Visto? Adesso me lo dai?»
Avrei potuto farlo.
Indirizzo corretto.
Nome corretto.
Piano corretto.
Ma c’era un problema.
Non le avevo ancora detto il nome.
«Ha un documento?»
Il suo viso cambiò appena.
«Sono a casa mia.»
Indicò la porta alle sue spalle.
«Non porto i documenti quando esco sul pianerottolo.»
«Capisco. Mi basta una conferma nell’app.»
«Non serve.»
«Per me sì.»
La sua mano tornò sul pacco.
«Ascolta, sto aspettando questa consegna da stamattina. Ho una riunione tra dieci minuti. Non posso perdere tempo per una formalità.»
«Ci vogliono trenta secondi.»
«Me ne sono già bastati venti.»
Sorrise, ma il sorriso non arrivò agli occhi.
Io spostai leggermente il pacco verso il petto.
Lei fece un passo avanti.
«Dammi la scatola.»
Questa volta il tono era diverso.
Non più infastidito.
Più duro.
Il corridoio era silenzioso. Da qualche appartamento arrivava il rumore di una televisione. Le porte dell’ascensore dietro di me erano ancora chiuse.
Guardai di nuovo l’etichetta.
CHIARA BELLINI.
Numero dell’appartamento corretto.
Numero di telefono nascosto quasi completamente, come previsto dal sistema.
Aprii l’app delle consegne.
«Che stai facendo?»
«Verifico.»
«Non devi verificare niente.»
«È una consegna con conferma destinatario.»
Non era esattamente vero.
La verifica facciale non era obbligatoria in ogni caso.
Ma l’app conservava una fotografia associata a quella consegna, caricata durante una precedente procedura di conferma.
La aprii.
Una donna apparve sullo schermo.
Capelli più chiari.
Viso più giovane.
Nessuna somiglianza con la persona davanti a me.
Sollevai il telefono.
«Questa non è lei.»
Per la prima volta, Valentina smise di parlare.
Guardò lo schermo.
Poi me.
«È una vecchia foto.»
«Di chi?»
«Mia.»
Scossi lentamente la testa.
La donna nell’immagine aveva lineamenti completamente diversi.
Valentina cercò ancora di prendere il pacco.
Questa volta lo spostai fuori dalla sua portata.
«Non posso consegnarglielo.»
«Non sai quello che stai facendo.»
«So che la foto non corrisponde.»
«Dammi quella scatola.»
La sua voce era abbastanza alta da rimbombare nel corridoio.
«No.»
Sentii il segnale dell’ascensore.
Valentina si voltò immediatamente.
Le porte si aprirono.
Una donna uscì con una busta della spesa in una mano e il telefono nell’altra.
Fece due passi.
Poi si fermò.
I suoi occhi andarono prima su di me.
Poi sul pacco.
Poi sulla donna davanti a me.
Io guardai di nuovo lo schermo.
La foto nell’app.
La donna appena uscita dall’ascensore.
Era lei.
Identica.
Chiara Bellini guardò l’etichetta del pacco.
«Scusi», disse. «Quello è il mio pacco.»
Nessuno parlò.
Valentina lasciò lentamente la presa dalla scatola.
Chiara la fissò.
Il suo viso perse colore.
«Valentina?»
Fu allora che capii che quelle due donne non erano estranee.
E che il pacco era solo l’inizio del problema.













