Andrea Moretti era morto sei settimane prima del nostro matrimonio.
Quella frase era diventata la linea che divideva la mia vita in due. Prima c’erano la caparra versata per la villa sui Castelli Romani, le partecipazioni color avorio impilate sul tavolo della cucina e la discussione assurda sul gusto della torta. Andrea voleva limone e crema; io sostenevo che sapesse troppo di merenda estiva. Avevamo litigato per dieci minuti e poi riso di noi stessi. Dopo, invece, c’erano stati due carabinieri alla porta, un corridoio d’ospedale che ricordavo a frammenti e sua madre Claudia che mi stringeva le mani mentre qualcuno spiegava che l’incidente era stato troppo violento perché potessimo vedere il corpo.
Lo avevamo sepolto in una bara chiusa, in un sabato grigio di maggio.
Durante il funerale ero rimasta accanto a Claudia mentre la bara scendeva nella tomba. Tremava così tanto che le avevo passato un braccio intorno alle spalle, anche se io stessa faticavo a restare in piedi. Dall’altro lato c’era Giulio, il fratello maggiore di Andrea. Alla fine della funzione, tutti mi avevano detto le stesse cose: ero giovane, il dolore prima o poi sarebbe diventato più sopportabile, Andrea avrebbe voluto vedermi andare avanti.
Avevo odiato ogni singola parola.
Per tre mesi non ero andata avanti affatto.
Mi chiamo Martina Rinaldi e faccio la fiorista. Prima della morte di Andrea, i matrimoni erano i lavori che preferivo. Mi piaceva quel caos organizzato fatto di secchi pieni di rose nei corridoi di servizio, nastri di seta attaccati alle scarpe, spose nervose che chiedevano se le peonie potessero appassire nei quarantacinque minuti successivi. Dopo il funerale avevo smesso di accettare cerimonie. Ogni bouquet bianco mi ricordava quello che avevo disegnato per me.
Ma il lutto non pagava l’affitto del negozio, gli stipendi o le rate del furgone refrigerato.
Così, quando Teresa, una fiorista con cui collaboravo spesso, mi chiamò un sabato mattina con quasi trentanove di febbre e mi pregò di sostituirla a un matrimonio, accettai. Lei aveva già ordinato tutto. Io dovevo soltanto assemblare le composizioni, consegnarle e assicurarmi che i fiori dell’arco resistessero fino alla cerimonia.
Mi ripetei che era solo lavoro.
Verso mezzogiorno avevo quasi cominciato a crederci.
Villa Belvedere si trovava poco fuori Roma, una dimora in mattoni chiari trasformata in location per eventi, con grandi finestre, pavimenti in cotto lucidato e un giardino all’italiana sul retro. Nina, la mia assistente, stava sistemando gli ultimi centrotavola mentre io portavo le boutonnière al tavolo della wedding planner.
Fu allora che vidi Claudia.
Indossava un abito blu scuro e parlava con una donna che portava un auricolare. Per un istante provai perfino sollievo. Mi era mancata più di quanto volessi ammettere. Dopo il funerale le nostre telefonate erano diventate più brevi, poi più rare, finché nessuna delle due aveva più saputo cosa dire.
«Claudia?»
Alzò lo sguardo.
Il suo viso si svuotò.
Poi si voltò e imboccò in fretta un corridoio laterale.
Rimasi ferma con la scatola delle boutonnière tra le mani. Per un attimo pensai di essermi sbagliata. Poi la seguii.
«Claudia?»
Si fermò vicino a una porta di servizio. Quando si girò, sul suo volto non vidi sorpresa. Vidi paura.
«Martina.»
«Che cosa ci fai qui?»
I suoi occhi scesero sui miei vestiti neri da lavoro e sul cartellino del negozio. «Potrei farti la stessa domanda.»
«Sto sostituendo un’altra fiorista.»
«Qui?»
Il modo in cui pronunciò quella parola mi fece aggrottare la fronte.
«Sì. Perché?»
Prima che potesse rispondere, la wedding planner ci raggiunse quasi correndo.
«Signora Moretti, finalmente. La stiamo cercando ovunque. Lo sposo ha bisogno di sua madre.»
Per qualche secondo tutto sembrò avere una spiegazione.
Giulio.
Certo. Doveva essere il matrimonio di Giulio.
Sapevo che frequentava qualcuno già prima della morte di Andrea, anche se non l’avevo mai conosciuta. Dopo il funerale i Moretti si erano chiusi in se stessi. Forse avevano organizzato una cerimonia piccola. Forse nessuno aveva saputo come invitare a un matrimonio di famiglia la donna che avrebbe dovuto sposare il fratello morto.
Mi fece male, ma potevo capirlo.
«Ti lascio andare», dissi.
Claudia aprì la bocca come se volesse confessarmi qualcosa. Invece abbassò la voce.
«Martina, forse dovresti andartene.»
La fissai. «Cosa?»
«Non devi restare qui.»
«Sto lavorando.»
«Lo so, ma…»
La wedding planner la chiamò di nuovo. Claudia sussultò.
«Per favore.»
Poi se ne andò.
Cercai di convincermi che il lutto ci avesse rese entrambe goffe. Tornai alle composizioni, controllai l’arco, raddrizzai un vaso all’ingresso e presi la boutonnière dello sposo. Dovevo portarla nella stanza con il cartello RISERVATO.
Lungo il corridoio vidi di nuovo Claudia. Si guardò alle spalle prima di infilarsi nella suite dello sposo.
Quel piccolo gesto mi bloccò.
Mi avvicinai.
«Devi sbrigarti», disse lei oltre la porta socchiusa. «La cerimonia comincia tra venti minuti.»
Un uomo rispose: «Lo so, mamma.»
La scatola mi scivolò quasi dalle dita.
Non era la voce di Giulio.
Il mio corpo la riconobbe prima della mia mente.
Feci un passo verso l’apertura. Claudia stava sistemando la cravatta a un uomo davanti allo specchio. Lui si girò appena.
Andrea.
Vivo.
Per un secondo pensai che il dolore mi avesse finalmente spezzato qualcosa nella testa. Aveva i capelli più corti. Era dimagrito. Ma c’era la piccola cicatrice vicino al mento. E c’era quel gesto che conoscevo bene: il pollice che sfiorava l’anulare quando era nervoso.
Indossava perfino il completo antracite che avevamo comprato per il nostro matrimonio.
«Va bene così?» chiese.
Claudia gli aggiustò il nodo della cravatta. «Sei perfetto.»
Andrea sorrise al proprio riflesso. «Bene. Oggi non voglio che vada storto niente.»
Indietreggiai prima che potessero vedermi.
Il corridoio sembrò inclinarsi. Raggiunsi il bagno, mi chiusi in una cabina e mi coprii la bocca con entrambe le mani.
Tre mesi prima avevo visto una bara chiusa sparire nella terra. Avevo dormito con una sua felpa perché conservava ancora un poco del suo profumo. Gli avevo chiesto scusa ad alta voce per ogni litigio inutile che avevamo avuto.
E lui era stato vivo per tutto quel tempo.
Il telefono squillò. Era Nina.
«La wedding planner ti cerca. Stanno per cominciare.»
«Non posso.»
«Martina? Che succede?»
Mi guardai allo specchio. Il mascara mi era colato sotto gli occhi.
Poi un pensiero attraversò il panico con la precisione di una lama.
Se Andrea era lo sposo, da qualche parte c’era una sposa.
Una donna stava per sposare un uomo al cui funerale io avevo partecipato.
Forse sapeva tutto. Forse non sapeva niente.
Mi lavai il viso con acqua fredda, sistemai quello che potevo e riagganciai il cartellino da fiorista alla camicia.
«No», dissi a Nina quando si offrì di sostituirmi. «Resto.»
Non sapevo ancora se volessi vendetta, una spiegazione o soltanto la prova di non essere impazzita.
Ma una cosa la sapevo.
Andrea Moretti mi aveva già costretta ad assistere al suo funerale.
Non gli avrei permesso di farmi sparire anche dal suo matrimonio.













