«Ho tanta fame.»
Il bambino lo disse quasi senza voce, seduto sul marciapiede accanto a un muro di mattoni rossi, in una strada di Milano. Teneva sulle ginocchia un pezzo di cartone con una scritta tracciata a mano: AIUTATEMI.
Le persone gli passavano davanti. Alcune camminavano in fretta, altre parlavano tra loro, ma nessuno sembrava accorgersi di lui. Indossava una felpa grigia sporca, con il colletto strappato. Le mani erano fredde e lo stomaco gli faceva male da così tanto tempo che quasi non ricordava più cosa significasse essere sazio.
«Per favore», mormorò. «Aiutatemi.»
Non alzò la voce. Guardò soltanto le scarpe che continuavano ad attraversare il suo campo visivo, una dopo l’altra, senza fermarsi.
Poi vide un paio di décolleté rosse.
Si erano arrestate proprio davanti al cartello. Il bambino sollevò lentamente gli occhi. Sopra quelle scarpe c’era una donna con un cappotto color cammello. Aveva un aspetto curato, ma non era il cappotto a colpirlo: era il modo in cui lo guardava, con un’espressione preoccupata, senza l’impazienza che aveva visto negli altri passanti.
La donna si chiamava Beatrice Conti. Rimase in piedi soltanto un istante, poi si chinò alla sua altezza.
«Hai fame, tesoro?»
Il bambino annuì, stringendo i bordi del cartone. Beatrice aprì la borsa e tirò fuori un pezzo di pane.
«Tieni. Puoi mangiarlo.»
Lui lo afferrò con entrambe le mani.
«Grazie», sussurrò.
Cominciò a mangiare in fretta, staccando un boccone dopo l’altro come se temesse che qualcuno potesse portarglielo via. Beatrice lo osservava con il cuore stretto. Il pane sembrava una cosa così piccola, eppure per quel bambino era diventato l’unico pensiero possibile.
«Piano», gli disse dolcemente. «Se mangi troppo in fretta, rischi di stare male.»
Lui rallentò appena. Continuava a tenere il pane vicino alla bocca, mentre gli occhi passavano dal viso della donna al pezzo rimasto tra le dita.
Beatrice notò il colletto della felpa. Era piegato su se stesso, strappato lungo un bordo. Allungò la mano per sistemarlo, con un gesto attento, senza tirarlo. Fu allora che le dita sfiorarono qualcosa di freddo.
Una catenina d’argento.
Dal tessuto scivolò fuori un piccolo medaglione a forma di cuore.
Beatrice smise di muoversi.
Il bambino continuava a masticare, inconsapevole del cambiamento avvenuto sul suo volto. Lei guardava quel cuore metallico come se il resto della strada si fosse allontanato.
«Dove hai preso questo medaglione?» domandò.
Il bambino arretrò leggermente, spaventato dal tono improvvisamente diverso.
«Ce l’ho da sempre.»
Beatrice non rispose subito. Il medaglione era piccolo, consumato lungo i bordi, appeso a una catena sottile. Non era la sua forma, da sola, a darle quella sensazione. Era il bisogno quasi irresistibile di sapere che cosa contenesse.
«Posso aprirlo?» chiese piano.
Lui rimase immobile. Beatrice prese il cuore tra le dita tremanti e sollevò con delicatezza il fermaglio. Le due metà si separarono.
Dentro c’era una vecchia fotografia.
Una donna teneva in braccio un neonato.
Beatrice avvicinò il medaglione agli occhi. Riconobbe i capelli, il profilo, l’espressione. Non assomigliava semplicemente alla donna nella fotografia.
Era lei.
Il fiato le rimase bloccato in gola. Quel volto apparteneva a un momento della sua vita che non aveva mai smesso di portarsi dentro. Aveva stretto tra le braccia un bambino, e poi quel bambino era scomparso. Per quanto avesse provato a convivere con l’assenza, il ricordo non si era mai spento.
Guardò il piccolo seduto davanti a lei.
Gli occhi. Il naso minuto. Il modo in cui la fissava, incerto se fidarsi ancora. E, quando lui girò appena la testa, Beatrice vide un segno lieve vicino all’orecchio sinistro.
Un segno che ricordava fin dalla nascita di suo figlio.
Le lacrime cominciarono a scenderle sulle guance. Cercò di parlare, ma la voce le si spezzò. Da anni immaginava che cosa avrebbe provato davanti a una possibilità simile. Ora, invece, riusciva appena a respirare.
«Alessio!» esclamò.
Lo attirò verso di sé e lo abbracciò, piangendo.
«Ti ho finalmente ritrovato!»
Il bambino non ricambiò l’abbraccio. Rimase rigido contro la sua spalla, ancora con il pane stretto in una mano. Beatrice sentì quella rigidità, ma per un attimo fu incapace di interpretarla. Aveva la fotografia davanti agli occhi e quella voglia disperata di credere che ogni pezzo fosse tornato al suo posto.
Poi il bambino parlò, piano, vicino al suo orecchio.
«Io non mi chiamo Alessio.»
Beatrice smise di piangere. Allentò le braccia e lo guardò in viso.
«Che cosa hai detto?»
Il piccolo non guardava più lei. Fissava qualcosa oltre la sua spalla, con un’espressione improvvisamente impaurita.
«L’uomo che mi ha lasciato qui», sussurrò, «ha detto che tu mi avresti chiamato così.»













