Sette giorni prima della data in cui, secondo i medici, avrei potuto morire, mandai un messaggio a un numero che non riconoscevo.
Scrissi una frase che non riuscivo a dire a nessuno dei miei conoscenti: «Oggi il medico mi ha detto che mi restano sette giorni di vita».
Non chiesi aiuto.
Speravo soltanto che, da qualche parte, una persona mi rispondesse.
Mi chiamo Amelia Carli, avevo trentun anni e vivevo in un bilocale di San Salvario, a Torino.
Per molto tempo avevo immaginato che, dopo l’ennesima terapia, mi sarei ripresa abbastanza da partire, innamorarmi senza fare programmi intorno agli ospedali e terminare un quadro lasciato incompleto vicino alla finestra.
Continuavo a dire «quando starò meglio», come se quella frase fosse una data sul calendario.
Quel pomeriggio, alle Molinette, il dottor Rinaldi chiuse la cartella clinica prima di parlarmi.
Erano anni che convivevo con un sarcoma raro e con cure sempre più difficili da sopportare.
Avevo imparato a riconoscere il tono prudente delle cattive notizie.
Quella volta non mi preparò abbastanza.
«Amelia, la malattia è progredita e gli organi stanno cedendo.
Possiamo alleviare i sintomi, ma dobbiamo parlare con chiarezza del tempo che potrebbe restarle».
Gli chiesi quanto.
La sua risposta fu quasi un sussurro.
«Forse una settimana.
Sette giorni sono una stima, non una scadenza esatta, ma non voglio che li trascorra credendo di averne molti di più».
Guardai la penna ferma fra le sue dita.
Sapevo che avrebbe voluto offrirmi una cifra diversa.
Io avrei voluto chiedergli se si fosse confuso con la cartella di un’altra donna, ma non avevo più la forza di fingere.
«C’è qualcuno che possa accompagnarla a casa?»
Scossi la testa.
Nel telefono avevo numeri di parenti, compagni di scuola, amici con cui un tempo passavo le domeniche.
Nessuno mi aveva voltato le spalle in un solo giorno.
La distanza era cresciuta lentamente: prima le visite rimandate, poi le telefonate brevi, infine i messaggi a cui rispondevo che andava tutto bene.
Ritirai i farmaci e presi un taxi.
Durante il tragitto osservai le persone ai semafori, i ragazzi che litigavano per un parcheggio, una donna che correva sotto la pioggia con un sacchetto del pane.
Mi sembrava impossibile che il mondo conservasse tutte quelle piccole urgenze mentre il mio si riduceva a una settimana.
A casa, la porta si richiuse su un silenzio diverso dal solito.
Accanto alla finestra c’era il mio quadro del tramonto: un cielo arancione, un lembo di luce rosata e, sotto, la tela bianca dove avrebbe dovuto esserci l’acqua.
Avevo lasciato il fiume incompiuto mesi prima, promettendomi di finirlo appena le mani avessero smesso di tremare.
Posai le chiavi accanto a un catalogo di pennelli mai ordinati.
Sulla mensola c’era la guida della Liguria comprata per un viaggio che non avevo prenotato.
Mi tolsi il cappotto soltanto dopo essermi seduta sul pavimento, perché di colpo quelle cose sembravano appartenere a un’altra persona.
Provai a chiamare mia cugina Giulia.
Rimasi a fissare il suo nome finché lo schermo si spense.
Non volevo che la mia ultima settimana cominciasse con lei che cercava un modo gentile per cancellare un appuntamento.
Forse ero ingiusta.
Forse avevo semplicemente paura di ascoltare un’altra promessa.
Aprii allora i contatti più vecchi.
In fondo compariva un numero senza nome, salvato sei anni prima.
Non ricordavo perché lo avessi conservato; probabilmente c’entrava un favore, una pratica, una giornata confusa che la malattia aveva sepolto sotto molte altre.
Mi sembrò più facile confidarmi con qualcuno che non sapeva nulla di me.
«So che è strano e che non ci conosciamo.
Ma oggi ho scoperto che mi restano circa sette giorni di vita».
Rilessi due volte quelle parole.
Premetti invio e girai il telefono sul tavolo, vergognandomi del desiderio quasi infantile di essere ascoltata.
Pensai che, se nessuno avesse risposto, almeno avrei detto la verità una volta.
Avrei saputo soltanto dopo chi aveva ricevuto quel messaggio.
A quarant’anni, Luciano Moretti dirigeva una rete criminale i cui affari e la cui violenza mettevano paura perfino a uomini abituati a comandare.
Quella sera si trovava nel suo ufficio torinese con alcuni collaboratori.
Sul telefono privato riceveva di solito richieste di denaro, favori o protezione.
Mi raccontò più tardi che, leggendo il mio messaggio, cercò dapprima una minaccia nascosta.
Poi vide che non gli stavo chiedendo niente e ordinò agli uomini davanti a lui di andarsene.
Per diversi minuti rimase solo a fissare lo schermo.
Non sapeva chi fossi né perché avessi il suo numero.
Il telefono vibrò proprio mentre stavo riponendo il catalogo dei pennelli.
Sul display comparve una risposta dello sconosciuto.
Mi tremarono le mani mentre la aprivo.
«Non so chi tu sia», diceva, «ma stasera non devi restare sola con quella notizia.
Se vuoi, posso ascoltarti».
Non sapevo ancora che l’uomo disposto ad ascoltarmi era qualcuno da cui quasi tutti, in quella città, cercavano di tenersi lontani.
Né immaginavo quale domanda mi avrebbe fatto subito dopo.
Per scoprire perché uno sconosciuto desiderava incontrarmi, continua con la Parte 2.













