«È ubriaca!» gridò Vittoria Lamberti, mentre Alessia Riva cadeva sul pavimento di marmo.
Tre calici di champagne si infransero accanto a lei. Duecento ospiti si voltarono. Alessia cercò di aggrapparsi al bordo di un tavolo, ma le gambe continuarono a tremarle.
«Non ho bevuto alcol», sussurrò. «Solo acqua.»
Vittoria, nel suo abito di seta bordeaux, le afferrò il polso.
«Basta bugie. Stai rovinando la mia festa.»
«Lasciala andare.»
Non alzai la voce. Mi bastò avvicinarmi perché Vittoria mollasse la presa. Era la nostra festa di fidanzamento, nella villa di Posillipo, e io avrei dovuto pensare ai brindisi e ai fotografi. Invece mi inginocchiai accanto alla cameriera.
Mi chiamo Giuliano Ricci. A quarantatré anni dirigevo imprese che mi avevano reso ricco e un’organizzazione che mi aveva reso temuto. Sapevo riconoscere la paura negli altri. Quella di Alessia non sembrava una recita.
Aveva gli occhi sfocati e respirava a fatica. Sul tavolo vidi un bicchiere d’acqua con una fetta di limone. Poco prima l’avevo vista riempirlo da sola.
Lo sollevai. Sotto l’odore del limone ce n’era uno diverso, che non riconobbi.
«Chi ha toccato la sua acqua?»
Per un istante, il sorriso di Vittoria scomparve.
«Giuliano, è ridicolo. Finge per attirare l’attenzione.»
Chiamai Daniele, il mio responsabile della sicurezza.
«Fai arrivare un’ambulanza. Nessuno lavi quel bicchiere.»
Vittoria protestò anche mentre i soccorritori portavano fuori Alessia. Continuava a parlare della festa rovinata. Io pensavo soltanto a come fosse finita a terra una donna che, fino a pochi minuti prima, lavorava normalmente.
Nell’ufficio della sicurezza, Daniele aprì le registrazioni.
Alle 20:12 Alessia aveva riempito il bicchiere. Alle 20:16 Vittoria si era avvicinata allo stesso tavolo. Aveva infilato una mano nella borsetta e si era spostata, coprendo parte dell’inquadratura.
«L’altra telecamera?»
Daniele esitò.
«Mancano sei minuti di registrazione.»
«Chi può cancellarli?»
«Aldo Conti, il responsabile operativo. Ma non lo troviamo.»
Stavo per ordinare di cercarlo quando squillò il telefono. Era una chiamata dall’ospedale.
«Signor Ricci? Sono Alessia.»
La sua voce era debole.
«Vittoria mi ha minacciata ieri. Mi aveva trovata vicino alla stanza dei documenti privati.»
Mi raccontò di aver visto la mia fidanzata uscire con una valigetta, parlando a bassa voce con un uomo. Non ne aveva riconosciuto il volto. Ricordava però un orologio d’oro, con il quadrante verde scuro.
Sentii il sangue gelarsi.
Michele, mio fratello minore, portava un orologio identico. Glielo aveva regalato nostro padre.
«C’è un’altra cosa», continuò Alessia. «Vittoria ha lasciato cadere una fotografia. C’era un bambino e il nome dell’ospedale pediatrico Sant’Anna. L’ho sentita dire che quel bambino doveva essere morto.»
Non riuscivo a collegare quel bambino a ciò che era accaduto, ma capii che non potevo ignorarlo.
Dissi ad Alessia di pensare a riprendersi. Prima di riagganciare, mi parlò di Lucia, sua figlia di otto anni, che l’aspettava a casa. Aveva paura di perdere il lavoro e non riuscire a pagare l’affitto. Le assicurai che nessuno l’avrebbe licenziata per essere stata male.
Tornai alla scrivania e aprii i documenti del fondo fiduciario lasciato da mio padre: centoventi milioni di euro. Alcune registrazioni dei beneficiari erano state modificate. Tra le pagine comparivano autorizzazioni recenti che non ricordavo di aver approvato.
Daniele entrò senza bussare.
«Anche un altro cameriere è stato ricoverato. Stessi sintomi.»
Mi passai una mano sul volto. Se qualcuno aveva alterato le bevande, non sapevamo ancora quante persone fossero in pericolo. Ordinai di conservare tutte le prove e di avvisare i soccorritori.
Poco dopo Daniele riuscì a recuperare una parte del filmato cancellato.
Sullo schermo apparve un cameriere in uniforme. Si avvicinò ai bicchieri, accanto a Vittoria. Poi girò il polso, mostrando il quadrante verde scuro.
«Ferma lì.»
Ingrandimmo l’immagine. Non era un cameriere. Era Michele.
Lo vidi avvicinarsi a Vittoria e muovere appena le labbra. Lessi tre parole: «Lei sa tutto.»
Non sapevo a chi si riferisse. Ma mio fratello non avrebbe dovuto trovarsi lì travestito da dipendente, tanto meno vicino all’acqua di Alessia.
Alle 23:58 il telefono di Daniele vibrò. Era un messaggio del secondo cameriere ricoverato: «LA CAMERIERA NON ERA IL BERSAGLIO. VOGLIONO CHE GIULIANO FIRMI PRIMA DI MEZZANOTTE.»
Mi ricordai della busta che Vittoria aveva lasciato sulla mia scrivania.
La aprii. Conteneva un’autorizzazione relativa al fondo di famiglia, con una scadenza fissata alla mezzanotte. Tra i beneficiari figurava un nome sconosciuto: Elio Ricci.
Il telefono di Daniele squillò. Rispose un giovane.
«Dite a Giuliano che sono la persona a cui suo padre ha lasciato tutto.»
Gli strappai quasi il telefono di mano.
«E perché non dovrei firmare?»
«Perché, se lo fai, qualcuno dentro quella villa morirà.»
La linea cadde.
Guardai la penna accanto al documento ancora senza firma. Mancavano meno di due minuti. Ignoravo chi fosse Elio, perché mio fratello avesse mentito e chi si trovasse davvero in pericolo.
Poi sentii tre colpi alla porta chiusa del mio studio.
La voce di Vittoria arrivò dolce, come se nulla fosse successo.
«Giuliano, amore. È quasi mezzanotte. Apri.»













