Enrico mi aprì la porta senza la consueta battuta sul fatto che arrivassi sempre con un libro sotto il braccio.
Abitava ancora nello stesso appartamento vicino ai Giardini Margherita, dove da bambina avevo passato molti pomeriggi.
In soggiorno c’era un vassoio con due bicchieri d’acqua.
Non aveva preparato il caffè.
Mi sembrò che avesse capito quanto poco quella visita assomigliasse alle altre.
«Noemi è mia sorella?» domandai prima ancora di sedermi.
Enrico chiuse gli occhi per un momento.
«Sì.»
«Lo sapevi da sempre?»
«Sapevo che Giovanna aveva avuto un’altra bambina. Non sapevo dove fosse cresciuta, fino a quando tua madre non me lo disse molti anni dopo.»
«E non hai pensato di parlarne con me?»
«Ogni volta che stavo per farlo, mi dicevo che spettava a lei.»
«Poi lei è morta.»
«E allora ho continuato a tacere perché dovevo ammettere di aver taciuto per troppi anni.»
Si sedette lentamente.
Aveva settant’anni e in quel momento mi sembrò più vecchio di quanto l’avessi visto a Natale.
Sul tavolo posò una cartellina verde legata con un elastico.
Conteneva lettere e appunti che non avevo mai visto.
Mi spiegò che nel 1995 mia madre aveva attraversato un periodo difficile, dopo la separazione da mio padre, Giorgio.
Io passavo molto tempo con mia nonna Ada e credevo che Giovanna lavorasse fuori città per qualche settimana.
Ricordavo le estati trascorse a casa della nonna, la tovaglia con le pesche stampate e la sensazione di aspettare telefonate che arrivavano sempre troppo tardi.
Non avevo mai pensato di collegarle alla nascita di una sorella.
«Tuo padre e Giovanna non vivevano più insieme», disse Enrico.
«Quando lei scoprì di essere incinta di un altro uomo, Giorgio venne a saperlo. Disse che avrebbe cercato di portarti a vivere con lui.»
«Poteva farlo?»
«Non lo so. Io non ero un avvocato. Ma Giorgio aveva un lavoro stabile, mentre tua madre aveva perso alcune ore nel negozio dove faceva la commessa. Lei ebbe paura.»
Mi mostrò una lettera di mio padre, scritta in tono duro.
Non era una decisione di un giudice, solo una minaccia formulata da un uomo arrabbiato.
Ma riconobbi il suo modo di sottolineare le parole importanti, proprio come nelle cartoline che mi spediva per il compleanno.
«E tu?» chiesi.
«Che cosa facesti?»
Enrico abbassò la testa.
«Le dissi di non firmare nulla in fretta. Le dissi che ci sarebbe stata un’altra strada.»
«Gliel’hai mostrata, quella strada?»
«No.»
La sua risposta mi fermò.
«Avevo una stanza libera, Sofia. Avrei potuto offrirle ospitalità per qualche mese. Avrei potuto accompagnarla a chiedere aiuto. Invece pensai a quello che avrebbero detto i parenti e sperai che il problema si risolvesse senza coinvolgermi.»
Mi raccontò che, dopo il parto, Giovanna aveva avviato il percorso che portò Noemi a essere cresciuta da un’altra famiglia.
Non conosceva tutti i passaggi e non finse di conoscere le decisioni delle persone incaricate di occuparsene.
Sapeva, però, che nessuno l’aveva obbligata con la forza a nascondermi in seguito l’esistenza di quella bambina.
Questo silenzio era continuato molto oltre quel periodo di paura.
«Hai parlato con lei della lettera di Noemi quando avevamo già quasi trent’anni?» domandai.
«Sì. Era venuta qui con una busta. Mi chiese che cosa avrebbe dovuto fare.»
«E tu cosa rispondesti?»
«Che ormai eri grande e aveva il dovere di dirti tutto.»
«E allora perché non lo fece?»
«Disse che aveva già mentito una volta, poi troppe altre. Aveva paura che tu smettessi di volerle bene.»
Pensai alla cura con cui Giovanna riponeva gli oggetti di casa.
Non sopportava che mancasse un bottone a una camicia, né che una fotografia restasse fuori dall’album giusto.
Eppure aveva lasciato un vuoto fra due persone e aveva trascorso anni a fingere che non ci fosse.
Per un attimo desiderai ricordarla soltanto come la donna che mi portava la merenda quando studiavo.
Poi ripensai al volto di Noemi nel mio negozio.
Non potevo concedermi un ricordo comodo al prezzo della sua storia.
Enrico aprì la cartellina.
Mi mostrò una copia della lettera di mio padre e alcune ricevute di quando Giovanna aveva cercato lavoro.
Non erano la prova che ogni cosa le fosse stata imposta.
Erano però la prova concreta del contesto che lei aveva affrontato.
Avrei potuto usare quelle carte per dichiararla innocente, oppure per accusarla senza misura.
Nessuna delle due cose mi avrebbe restituito gli anni perduti.
«Hai mai visto Noemi?» gli chiesi.
«No. E non so se avrei avuto il coraggio di guardarla in faccia.»
«Lei non ha bisogno che tu sia coraggioso oggi. Ha bisogno che tu sia sincero.»
Gli chiesi il permesso di fotografare i documenti e di raccontare a Noemi quello che avevo saputo.
Acconsentì senza impormi di nascondere il suo ruolo.
Prima di andare via, gli dissi che non ero pronta a decidere se lo avrei perdonato.
Lui annuì.
Non mi chiese di farlo in nome della famiglia.
Telefonai a Noemi dal portico del palazzo.
Le spiegai che avevo parlato con Enrico e che avrei voluto vederla, senza pretendere di riassumere trent’anni in una telefonata.
Ci incontrammo due giorni dopo, in un bar tranquillo vicino alla mia libreria.
Le mostrai le fotografie dei documenti e le raccontai ciò che Enrico aveva ammesso.
Noemi ascoltò fino alla fine.
Non la interruppi quando mi chiese di tornare su una data e di ripetere il passaggio che riguardava mio padre.
«Quindi Giovanna aveva paura di perderti», disse.
«Sembra di sì.»
«E ha pensato che perdere me fosse più semplice.»
Non seppi correggere quella frase, perché niente di ciò che avevo sentito poteva cancellarne il significato.
«Credo abbia pensato anche di non avere possibilità», risposi.
«Ma so che in seguito ha avuto anni per dirci la verità e non l’ha fatto.»
Noemi guardò la strada, poi tornò a fissarmi.
«Mi sarebbe piaciuto che tu mi conoscessi quando avevo diciott’anni. Allora pensavo che un rifiuto dicesse qualcosa su quanto valevo.»
«Non diceva nulla su di te.»
«Adesso lo so. Ma la ragazza di allora non lo sapeva.»
Avrei voluto abbracciarla.
Mi trattenni, non per freddezza, ma perché un gesto fatto per alleggerire la mia colpa non avrebbe riparato la sua.
Le proposi invece di venire un giorno in libreria senza un quaderno da mostrare o una domanda a cui rispondere.
«Potremmo prendere un caffè e parlare di quello che ci piace», dissi.
Noemi si infilò lentamente il cappotto.
«Vorrei. Ma prima devo capire una cosa.»
«Dimmi.»
«Quando non ci saranno più lettere da aprire, vorrai ancora conoscermi?»
Era una domanda alla quale non potevo rispondere soltanto per compassione.
Per sapere se sarei riuscita a darle una risposta sincera, continua con la Parte 5.













