«Papà, dopo il matrimonio devo andare via?»
Luca si fermò di colpo.
Sua figlia Clara era nascosta dietro una colonna decorata con rose bianche, a pochi metri dall’altare. Aveva sei anni, un vestitino color avorio e il cestino dei petali appeso al braccio.
Avrebbe dovuto essere felice. Da settimane parlava soltanto del matrimonio, dei fiori e del momento in cui avrebbe camminato lungo la navata.
Invece stava piangendo.
«Amore, che cosa stai dicendo?»
Clara abbassò la testa. Teneva stretto un foglietto accartocciato.
«Renata ha detto che dopo oggi non posso più stare con te.»
Luca sentì un nodo allo stomaco.
«Chi ti ha detto una cosa del genere?»
«Renata.»
La bambina allungò la mano.
«Mi ha lasciato questo nel cestino. Ha detto che dovevo tenerlo per me.»
Luca prese il foglio.
Era stato piegato più volte. La carta era umida negli angoli, dove Clara l’aveva stretta mentre piangeva.
Lo aprì lentamente.
C’erano tre frasi, scritte con una calligrafia che conosceva bene.
«Quando avrò sposato tuo padre, tu non vivrai più con noi. Ti manderò via. Non dirgli niente.»
Luca lesse una seconda volta.
Poi una terza.
Non perché non avesse capito.
Perché quelle parole non avevano alcun senso accanto all’immagine della donna che stava per sposare.
Renata era stata presente nella loro vita per quasi due anni. Con Luca era affettuosa, attenta, sempre pronta a parlare dei progetti che avrebbero costruito insieme.
Aveva scelto personalmente l’abito di Clara per la cerimonia.
Aveva insistito perché la bambina portasse i petali davanti a lei, lungo la navata.
«Voglio che sia una giornata speciale anche per Clara», aveva detto.
Luca le aveva creduto.
Ricordò alcune piccole cose a cui non aveva dato importanza. Le volte in cui Clara si era fatta improvvisamente silenziosa quando Renata entrava in una stanza. Le occasioni in cui aveva preferito restare accanto a lui anziché andare a giocare con lei.
Aveva pensato che servisse tempo.
Che una nuova famiglia avesse bisogno di pazienza.
Ora guardava quel biglietto e si chiedeva quante cose avesse ignorato.
«Papà?»
La voce di Clara lo riportò al presente.
«Se Renata diventa tua moglie, io non sono più la tua bambina?»
Luca si inginocchiò immediatamente.
«Guardami, Clara.»
La piccola alzò gli occhi pieni di lacrime.
«Tu sarai sempre mia figlia. Capito? Sempre.»
«Anche se lei non mi vuole?»
«Anche se lei non ti vuole.»
Clara gli afferrò la giacca.
«Ma ha scritto che mi manda via.»
Luca strinse il foglio nella mano destra e con l’altra le asciugò una guancia.
«Non succederà.»
«Me lo prometti?»
La guardò negli occhi.
«Mai. Non permetterò mai che qualcuno ti mandi via da me.»
Clara gli gettò le braccia al collo.
Luca rimase inginocchiato ancora qualche secondo, lasciandole il tempo di calmarsi. Intanto, dalla chiesa, sentiva il mormorio degli invitati e il lieve movimento delle sedie.
Fra pochi minuti avrebbe dovuto pronunciare il suo sì.
Era tutto pronto.
Gli anelli, i fiori, la musica. Le famiglie sedute nei primi banchi, gli amici arrivati da altre città, il sacerdote che aspettava di cominciare.
Ma Luca non riusciva più a pensare al matrimonio.
Pensava soltanto a sua figlia.
«Vieni con me», disse piano.
«Dove?»
«Resti vicino a papà.»
Clara si asciugò il viso con il dorso della mano e lo seguì, tenendogli strette due dita.
Luca avrebbe potuto affrontare Renata lontano dagli invitati. Avrebbe potuto chiedere qualche minuto al sacerdote e parlarle in privato.
Ma il contenuto del biglietto gli impediva di comportarsi come se fosse un semplice malinteso.
Qualcuno aveva scritto quelle parole a una bambina di sei anni, pochi minuti prima di un matrimonio. E quella bambina aveva creduto che suo padre l’avrebbe abbandonata.
Luca non intendeva ignorarlo.
Quando iniziarono le prime note della musica, Clara era accanto a lui.
La porta della chiesa si aprì.
Renata apparve all’ingresso, avvolta nel suo abito bianco. I capelli scuri erano raccolti in un’acconciatura elegante. Sorrideva mentre avanzava lentamente lungo la navata.
Gli invitati si voltarono.
Qualcuno sorrise. Altri sollevarono i telefoni per scattare fotografie.
Renata cercò Luca con lo sguardo.
Quando lo vide, il suo sorriso si fece ancora più grande.
Poi notò Clara accanto a lui.
Per un istante sembrò sorpresa, ma continuò ad avanzare.
Arrivata all’altare, gli rivolse una domanda sottovoce.
«Luca, va tutto bene?»
Lui non rispose subito.
Teneva il biglietto chiuso nel pugno.
«Dobbiamo parlare di Clara.»
Renata guardò rapidamente il sacerdote.
«Adesso?»
«Sì.»
«Luca, ci sono tutti. Ne parliamo dopo.»
Lui aprì lentamente la mano.
Il foglietto accartocciato era lì, sotto i suoi occhi.
Renata lo riconobbe immediatamente.
Il sorriso le scomparve dal viso.
«Dove l’hai preso?» sussurrò.
«Era nel cestino di mia figlia.»
Renata deglutì.
«Luca, ti prego. Non qui.»
Ma Luca non abbassò il foglio.
Il sacerdote attendeva, immobile. Gli invitati più vicini avevano cominciato a capire che qualcosa non andava.
Luca voltò il biglietto verso Renata.
«Qui c’è scritto che dopo il matrimonio manderai via Clara.»
Lei aprì la bocca, ma non disse nulla.
Luca la guardò senza alzare la voce.
«L’hai scritto tu?»
Renata fissò il foglio. Le dita le tremavano appena, mentre cercava di mantenere un sorriso che ormai non c’era più.
E davanti all’altare, con il sacerdote in attesa e tutti gli occhi puntati su di lei, non riuscì a rispondere.













