«Riconosce questo quaderno?»
La giovane donna lo posò sul banco della mia libreria, fra una pila di romanzi usati e il registratore di cassa.
Aveva la copertina gialla, sbiadita agli angoli, e il dorso tenuto insieme da un pezzo di nastro adesivo.
In alto a destra c’era una rondine disegnata con un pennarello viola.
Una delle ali era troppo corta.
Smisi di sistemare i libri.
«Dove l’ha trovato?»
Lei non tolse la mano dalla copertina.
«Prima mi dica se lo riconosce.»
Mi chiamo Sofia Moretti, ho quarantadue anni e da undici gestisco una piccola libreria dell’usato a Bologna.
Ogni settimana qualcuno entra con vecchie fotografie, diari scolastici o scatoloni pieni di volumi dimenticati.
Ero abituata a vedere oggetti che per altri avevano un valore sentimentale.
Non ero preparata a incontrare qualcosa che apparteneva alla mia infanzia e che non vedevo da oltre trent’anni.
Aprii la prima pagina.
«Sofia Moretti, terza elementare», avevo scritto con lettere inclinate verso destra.
Sotto il nome c’erano tre puntini aggiunti per gioco.
Li ricordavo perfettamente.
Passai l’indice sulla carta ruvida.
«È la mia scrittura.»
La donna lasciò uscire lentamente il fiato.
Sembrava avere poco più di trent’anni.
Indossava un cappotto grigio e stringeva al fianco una borsa di tela.
I capelli castani, bagnati dalla pioggia, le si erano attaccati alle tempie.
Non l’avevo mai vista, eppure mi studiava con un’attenzione che mi mise a disagio.
«Mi chiamo Noemi Valenti. Sono venuta da Imola.»
«Conosce la mia famiglia?»
Non rispose.
Guardò invece il segnalibro accanto alla cassa, uno dei piccoli disegni che regalo ai bambini durante i laboratori di lettura.
Anche lì avevo tracciato una rondine viola, con la stessa ala troppo corta.
«La disegna ancora», mormorò.
Tolsi il segnalibro dal banco.
Non mi piaceva che una sconosciuta riconoscesse un gesto tanto personale.
Era come se avesse aperto una porta che io credevo chiusa da anni.
«Se vuole vendermi il quaderno, mi dispiace, ma non posso comprarlo. Posso soltanto confermare che era mio.»
«Non sono venuta per venderlo.»
Noemi trascinò leggermente una sedia verso il banco, senza sedersi.
Le tremavano le dita.
Fuori, un autobus frenò sulla strada bagnata.
In fondo alla libreria una cliente stava scegliendo un giallo.
Aspettai che pagasse, poi girai il cartellino sulla porta: «Torno tra dieci minuti».
«Adesso mi spieghi.»
Noemi abbassò gli occhi.
«Me l’hanno consegnato due settimane fa. La persona che l’aveva conservato ha detto che proveniva da Giovanna Moretti.»
Sentii irrigidirsi le spalle.
Giovanna era mia madre.
Era morta quattro anni prima, dopo una malattia che l’aveva indebolita senza cambiarle l’abitudine di mettere tutto in ordine.
Avevo svuotato io i suoi cassetti, catalogato i documenti e conservato le cartoline.
Non avevo trovato quel quaderno.
E soprattutto non avevo mai sentito nominare Noemi.
«Chi gliel’ha consegnato?»
«Glielo dirò. Ma, se adesso mi manda via, non so se troverò il coraggio di tornare.»
Non suonava come una minaccia.
Sembrava una persona che durante il viaggio aveva ripetuto mille volte le parole giuste e che, arrivata davanti a me, non riusciva più a pronunciarle.
Mi appoggiai al banco.
«Mia madre non le ha mai parlato di me?», chiese.
«Non so nemmeno chi sia lei.»
La vidi abbassare lo sguardo e me ne pentii immediatamente.
«Scusi. Non volevo essere scortese.»
«No. È importante che me lo abbia detto.»
Aprì il quaderno.
Le prime pagine erano piene di moltiplicazioni, verbi coniugati male e disegni infantili.
Riconobbi le correzioni della maestra, una macchia d’inchiostro e perfino il modo in cui cancellavo gli errori.
Quei segni avevano attraversato decenni senza cambiare.
Ero io ad aver dimenticato quanto una cosa così piccola potesse riportarmi indietro.
Noemi voltò le pagine fino in fondo.
Lì trovammo un foglio ripiegato in quattro.
La grafia non era la mia: era sottile, inclinata a sinistra.
L’avrei riconosciuta fra cento.
Era la scrittura delle etichette sui vasetti di marmellata e dei biglietti che mia madre infilava nei pacchi quando studiavo lontano da casa.
Noemi distese con cura il foglio.
«Legga.»
Sotto una vecchia data, c’era una sola frase:
«Alle mie due figlie, Sofia e Noemi. Un giorno dovrete conoscere la verità.»
La lessi una volta.
Poi un’altra.
Infine alzai gli occhi verso la donna davanti a me.
Per tutta la vita avevo creduto di essere figlia unica.
«Non è possibile.»
Noemi guardò altrove.
«Mi avevano detto che lei sapeva. Che quando ho provato a scriverle, ha rifiutato di incontrarmi.»
«Mi ha scritto?»
«Quando avevo diciott’anni.»
Non avevo mai ricevuto una sua lettera.
Lei, invece, era cresciuta pensando che io l’avessi respinta.
Mi resi conto che in tutti quegli anni avevamo custodito due versioni incompatibili della stessa famiglia.
«Noemi… io non ho mai saputo che lei esistesse.»
Le dita le si contrassero sulla copertina gialla.
Rimanemmo a guardarci, senza sapere se avvicinarci o fare un passo indietro.
Qualcuno, tra noi, aveva fatto in modo che quelle due storie non si incontrassero mai.













