La prima cosa che feci fu togliere il cartellino dalla porta e sostituirlo con quello di chiusura.
Erano appena le quattro del pomeriggio, ma non avrei saputo consigliare un libro a nessuno.
Noemi osservò il gesto senza parlare.
Le indicai il piccolo tavolo che usavo per i laboratori con i bambini.
«Sediamoci. Voglio sapere tutto quello che sa.»
Posò il quaderno fra noi come si posa qualcosa di fragile.
«Sono cresciuta a Imola con Teresa e Pietro Valenti. Sono i miei genitori, quelli che mi hanno accompagnata a scuola e mi hanno insegnato ad andare in bicicletta.»
Sottolineò la parola genitori, forse temendo che la mia sorpresa potesse cancellarli.
«Sapevo di essere stata adottata. Non conoscevo però il nome della donna che mi aveva messa al mondo.»
Quando compì diciotto anni, raccontò, Teresa le parlò di una lettera ricevuta qualche tempo prima.
Una donna di nome Giovanna Moretti aveva chiesto che, se Noemi avesse voluto, le venisse comunicato il suo nome.
Non chiedeva di essere chiamata madre.
Diceva soltanto che esisteva un’altra figlia e che un giorno entrambe avrebbero potuto decidere se incontrarsi.
«Avevo paura di disturbare una vita che era cominciata senza di me», disse Noemi.
«Ma ero curiosa di sapere se avevo il suo stesso naso, se mi piacevano gli stessi libri.»
Sentii salire una rabbia che non sapevo ancora dove dirigere.
«Perché ha scritto a me passando da Giovanna?»
«Teresa conosceva solo il suo recapito. Non sapevo dove abitasse lei, né se fosse libera di parlare con me.»
Noemi aprì la borsa e tirò fuori una cartellina trasparente.
Dentro c’era la fotocopia di un foglio scritto con inchiostro blu.
Era una lettera semplice, quasi timida.
Raccontava di una ragazza che studiava per diventare restauratrice, amava i treni e non chiedeva di essere chiamata sorella.
Chiedeva soltanto una risposta.
«L’originale l’ho spedito a sua madre», spiegò Noemi.
«Questa copia l’ho tenuta perché Teresa mi aveva consigliato di non affidare tutto a una sola busta.»
La lessi fino in fondo.
In quelle righe non c’era il minimo rimprovero.
Mi sarebbe bastato riceverle per chiedere a mia madre chi fosse quella ragazza.
Invece, due anni prima di aprire la libreria, quando già vivevo da adulta, una decisione era stata presa senza di me.
«E che cosa le hanno risposto?»
Noemi estrasse una seconda busta.
La carta era ingiallita lungo la piega e il mio indirizzo non compariva da nessuna parte.
All’interno trovai un biglietto firmato Giovanna Moretti.
«Ho consegnato a Sofia la tua lettera», lessi a voce bassa.
«Lei mi ha chiesto di dirti che non desidera un incontro. Ti prego di rispettare la sua decisione.»
Mi si seccò la bocca.
Era la grafia di mia madre, senza alcun dubbio.
Non c’era una firma falsificata, né una formula ambigua dietro cui nascondersi.
Mia madre aveva scritto che io avevo rifiutato.
«Io non l’ho mai vista», dissi.
«Lo so. Adesso penso di saperlo.»
«Per tredici anni mi ha creduta capace di una cosa simile?»
Noemi piegò le mani sulle ginocchia.
«Non la conoscevo. Ho cercato di convincermi che fosse un suo diritto. Ma non ho mai smesso di chiedermi perché.»
Il temporale aumentò d’intensità.
Le gocce battevano sulla vetrina, dove avevo disposto romanzi di viaggio e un vecchio atlante.
Mi tornò alla mente il periodo in cui studiavo a Firenze e mia madre mi telefonava la domenica sera.
Parlavamo di bollette, treni in ritardo e piccoli problemi quotidiani.
Una volta le avevo detto che mi sarebbe piaciuto avere una sorella con cui dividere le preoccupazioni.
Lei aveva cambiato discorso chiedendomi se mangiassi abbastanza.
Non ricordavo quella risposta come un segreto, fino a quel momento.
Avrei voluto chiamare mia madre, pretendere una spiegazione, ascoltarla inciampare in una scusa.
Da quattro anni quel numero non rispondeva più.
Eppure, per la prima volta dalla sua morte, sentii che nella nostra ultima conversazione era rimasto qualcosa di enorme e inesplorato.
«Lei è sicura che Giovanna fosse sua madre biologica?»
Noemi non sembrò offesa.
«Ho i documenti che mi riguardano e le informazioni che ho potuto ottenere sulla mia origine. Non pretendo che mi creda solo perché ho portato un quaderno.»
Si fermò, cercando il modo giusto di continuare.
«Se vuole, possiamo fare insieme un esame genetico. Per me non cambierebbe quello che Teresa e Pietro sono stati. Ma capirei se ne avesse bisogno.»
La sua prudenza mi commosse più di una richiesta di affetto.
Le dissi che ci avrei pensato e che non volevo trasformare il nostro primo incontro in un interrogatorio.
Le chiesi allora di Teresa.
«È stata lei a consegnarle il quaderno?»
Noemi annuì.
«Due settimane fa. Stava riordinando una credenza e mi ha chiesto di sedermi. Dice che Giovanna glielo aveva affidato alcuni anni prima di morire.»
«Perché proprio adesso?»
«Perché io le ho detto che non volevo arrivare a quarant’anni chiedendomi come sarebbe stata una conversazione con lei. Teresa ha capito che continuare a proteggermi significava ancora tenermi all’oscuro.»
Teresa, spiegò, aveva creduto alla risposta di Giovanna.
Non aveva mai incontrato Sofia e non aveva avuto modo di sapere che la lettera non le era stata consegnata.
«Quando le ho detto che sarei venuta qui, mi ha pregata di chiamarla se lei avesse accettato di parlare.»
Noemi prese il telefono, ma lo lasciò sul tavolo.
«Non voglio metterle fretta.»
«Può chiamarla. Desidero conoscere anche la sua versione.»
Teresa rispose dopo pochi squilli.
Sentii una voce matura e cauta, che mi ringraziò per non aver mandato via Noemi.
Le domandai se ricordasse il giorno in cui Giovanna le aveva consegnato il quaderno.
Dall’altra parte ci fu un silenzio lungo.
«Me lo ricordo», disse infine.
«Ma soprattutto ricordo che sua madre mi fece promettere una cosa che oggi considero un errore.»
Guardai Noemi.
Lei si sporse in avanti, come se anche quella risposta potesse svanire prima di arrivare.
«Quale promessa?» chiesi.
«Non dare a nessuna di voi la lettera che aveva scritto dopo aver letto quella di Noemi. Non finché non fosse stata pronta a parlare con Sofia di persona.»
Mi aggrappai al bordo del tavolo.
«E quella lettera esiste ancora?»
«Sì», rispose Teresa.
«Non l’ho mai aperta. C’è il suo nome sulla busta.»
Ma perché Giovanna aveva preparato una spiegazione e poi aveva lasciato passare tutti quegli anni senza consegnarla?
Per scoprire che cosa conteneva la busta destinata a Sofia, continua con la Parte 3.













