Davide vide la fotografia ancora prima di sedersi.
Si fermò nel corridoio.
«Posso?»
Lucia gliela porse.
Lui la girò.
Non servì molto.
Il cambiamento sul suo volto fu immediato.
«Conosco questa calligrafia.»
Lucia impallidì.
«Di chi è?»
Davide passò il pollice sopra le parole sul retro, senza toccare davvero l’inchiostro.
«Di Paola.»
Per la prima volta da quando era iniziato tutto, Lucia non riuscì a nascondere il dolore.
Abbassò lo sguardo verso la borsa.
«Capisco.»
Davide scosse la testa.
«Io no.»
Si sedette.
«Perché mia madre avrebbe avuto una sua fotografia? Perché avrebbe saputo che lei mi cercava?»
Lucia rimase in silenzio.
Davide strinse la foto.
«Mi ha detto che non sapeva niente.»
«Forse voleva proteggerti.»
«Da cosa?»
La domanda uscì più dura del necessario.
Lucia non reagì.
«Da me, probabilmente.»
Davide si voltò verso il finestrino.
Io mi alzai.
«Vi lascio soli.»
Lucia mi fermò con un gesto.
«No. Resti.»
La guardai, sorpreso.
«Per favore.»
Tornai a sedermi.
Il mio telefono vibrò ancora. Questa volta era una chiamata dell’ufficio.
Uscii nel piccolo spazio tra le carrozze.
«Andrea, finalmente», disse la mia collega. «Hai rivisto le slide?»
Mi appoggiai alla parete.
«Non ancora.»
«La riunione è alle tre.»
Guardai attraverso il vetro della porta. Lucia e Davide erano seduti uno davanti all’altra. Nessuno dei due parlava.
«Lo so.»
«C’è un problema?»
Esitai.
«Sì. Ma non di lavoro.»
Promisi che avrei richiamato e tornai dentro.
Lucia aveva aperto altri fogli.
«Non ti ho perso in un solo giorno», stava dicendo. «È questo che ho sempre voluto poterti spiegare.»
Davide la guardava senza interromperla.
«Dopo che tuo padre se ne andò, io stavo male. Non avevo soldi, avevo perso il lavoro e per qualche mese vivemmo da mia sorella. Poi ebbi un crollo. Fui ricoverata.»
Si fermò per riprendere fiato.
«Tu venisti affidato temporaneamente a una famiglia. Io firmai per quello. Temporaneamente.»
Davide abbassò lo sguardo.
«I Romano.»
«All’inizio no. Ci fu un’altra famiglia. Poi una comunità. Io cercavo di rimettermi in piedi, ma ogni volta che sembrava possibile riportarti a casa c’era qualcosa che mancava. Un lavoro stabile. Una casa adeguata. Una relazione dei servizi. Una scadenza.»
Lucia parlava senza accusare nessuno.
Forse era quello che rendeva tutto più credibile.
«Quando arrivò il provvedimento che ti dichiarava adottabile, feci ricorso. Lo persi.»
Davide si passò una mano tra i capelli.
«Paola non mi ha mai raccontato questo.»
«Non era obbligata a raccontartelo quando eri bambino.»
«Ma quando sono diventato adulto sì.»
Lucia lo guardò.
«Forse aveva paura.»
Davide rise una volta, senza allegria.
«E questo dovrebbe bastare?»
«No.»
La risposta di Lucia arrivò immediata.
«La paura spiega molte cose. Non le rende giuste.»
Davide la fissò.
Quelle parole sembrarono sorprenderlo.
Lucia indicò la fotografia.
«Quella arrivò a casa di mia sorella circa un anno dopo l’adozione. Nessun mittente. Solo quella frase. Io non sapevo chi l’avesse scritta.»
«E ha smesso di cercarmi?»
Lucia abbassò il capo.
«Per un po’.»
Davide si irrigidì.
Lei non cercò di difendersi.
«Ero stanca, Davide. Stanca in un modo di cui mi vergogno ancora. Ogni porta che aprivo mi diceva che disturbavo la tua nuova vita. Mi dissero che stavi bene. Che continuare poteva farti male.»
«Quindi ha creduto a una frase sul retro di una foto.»
«Ho voluto crederci.»
La risposta rimase sospesa tra loro.
«Perché se tu eri al sicuro, allora potevo convincermi che perderti fosse servito almeno a qualcosa.»
Davide guardò fuori.
Lucia continuò.
«Poi ho ricominciato. Non subito. Non abbastanza presto. Ma ho ricominciato.»
Aprì la cartellina e mostrò le ricevute.
Richieste agli archivi.
Lettere restituite.
Domande inviate a comuni diversi.
Una vita trasformata in protocolli e timbri.
Davide prese una delle buste con il proprio nome.
«Posso aprirla?»
Lucia annuì.
Era datata quasi trent’anni prima.
Davide estrasse un foglio piegato.
Lesse in silenzio.
A metà pagina si fermò.
«La bicicletta blu.»
Lucia chiuse gli occhi.
«Te la ricordi?»
«Mi ricordo di essere caduto.»
Si toccò istintivamente dietro l’orecchio sinistro.
«Tre punti», disse Lucia. «E per settimane dicesti a tutti che non avevi pianto.»
Davide la guardò.
Per un attimo non vidi più il dipendente impeccabile del Frecciarossa.
Vidi un bambino che cercava di capire quale delle due versioni della propria infanzia fosse vera.
«Paola diceva che la cicatrice me l’ero fatta prima di arrivare da lei. Non sapeva come.»
Lucia sorrise tra le lacrime.
«Io lo sapevo.»
Davide continuò a leggere.
Poi piegò il foglio con molta attenzione.
«Non riesco a chiamarla mamma.»
Lucia abbassò lo sguardo.
«Non te l’ho chiesto.»
«E non so se posso perdonare Paola.»
«Non farlo oggi.»
Lui alzò gli occhi.
«Non devi decidere tutto oggi solo perché ci siamo incontrati oggi.»
Davide rimase immobile.
Lucia indicò la busta.
«Io non sono venuta a riprendermi un bambino. Quel bambino non esiste più. E io non sono più la donna della fotografia.»
Fece un respiro.
«Volevo soltanto sapere se eri vivo. Se stavi bene. E, se un giorno fosse stato possibile, dirti che non eri stato dimenticato.»
Il telefono di Davide emise un segnale.
Lui guardò lo schermo.
«Tra venti minuti devo occuparmi dell’arrivo a Bologna.»
Lucia annuì.
«Vai.»
Davide non si alzò.
«Lei scende a Milano?»
«Sì.»
«Io finisco il turno lì.»
Lucia strinse le labbra, come se avesse paura di interpretare male la domanda successiva.
Davide guardò la cartellina.
«Dopo il turno… possiamo parlare ancora?»
Lucia non riuscì a rispondere subito.
Annuì.
Davide si alzò, ma prima di andare prese tre delle buste.
Non tutte.
Tre.
«Queste posso tenerle?»
«Sono tue.»
Lui le infilò nella tasca interna della giacca.
Quando se ne andò, Lucia rimase a guardare la porta chiusa.
Io le passai una bottiglietta d’acqua dal tavolino.
«Grazie.»
«Posso farle una domanda?»
«Sì.»
«Perché proprio oggi? Perché stava andando dall’avvocato dopo tutti questi anni?»
Lucia posò entrambe le mani sulla borsa.
«Perché ieri mi ha telefonato.»
«L’avvocato?»
Lei scosse la testa.
«Paolo Romano.»
Sentii un piccolo brivido.
Il padre adottivo di Davide.
Lucia guardò verso la porta da cui lui era uscito.
«È vivo», disse. «E vuole incontrarmi prima che Davide scopra quello che Paola gli ha lasciato davvero.»













