Davide rimase immobile.
La domanda della donna sembrava avergli tolto ogni possibilità di nascondersi dietro la divisa, il ruolo, la carrozza piena di passeggeri.
«Non lo so», disse infine.
La signora lo guardò senza capire.
«Come non lo sai?»
Davide indicò la fotografia.
«Questa era dentro una busta che mia madre mi ha lasciato prima di morire. La donna che mi ha cresciuto, intendo. Si chiamava Paola Romano.»
La signora chiuse gli occhi per un istante.
Quel nome sembrò colpirla più della foto.
«Romano», mormorò. «Allora è per questo.»
Davide si sedette sul bordo del sedile di fronte. Io ero ancora in piedi nel corridoio, con il mio biglietto in mano e la sensazione sempre più netta di essere entrato in qualcosa che non mi riguardava.
Avrei potuto andarmene.
Avrei potuto cercare un altro posto, chiamare qualcuno, tornare ai miei documenti.
Invece rimasi.
«Lei come si chiama?» chiese Davide.
«Lucia Ferri.»
Il colore gli sparì dal viso.
La donna dall’altra parte del corridoio richiuse lentamente il libro.
Io abbassai lo sguardo. Sul telefono avevo ancora aperta la schermata della registrazione, ma il video durava appena pochi secondi. Premetti elimina.
Davide non se ne accorse.
«Nella busta c’era anche questo nome», disse. «Lucia Ferri.»
Lei si portò una mano al petto.
«E c’era scritto altro?»
«Poco. Un certificato vecchio. Una copia di un atto del tribunale. E una lettera di mia madre.»
Lucia si irrigidì appena quando lui pronunciò di nuovo quella parola.
Mia madre.
Davide lo capì.
«Mi dispiace.»
Lei scosse la testa.
«No. Non devi.»
Il treno emise il segnale di chiusura delle porte. Pochi secondi dopo cominciammo a muoverci.
Io guardai fuori dal finestrino. La stazione scivolò lentamente all’indietro, poi più veloce.
Lucia si voltò di scatto.
«Dovevo essere nella carrozza due.»
Guardai il mio biglietto, poi il display sopra la porta.
Carrozza uno.
«Quindi aveva davvero sbagliato carrozza», dissi.
Lucia mi guardò e, per la prima volta, sorrise appena.
«Sì.»
Avrei voluto scomparire.
«Mi scusi.»
«Non poteva saperlo.»
Davide prese il biglietto che spuntava dalla borsa di Lucia. Lo controllò.
Carrozza 2. Posto 12A.
Lo stesso numero.
Una carrozza più indietro.
Lucia si strinse il cappotto addosso.
«Sono salita di fretta. Pensavo che questo fosse il mio posto. E poi…»
Si fermò.
«E poi?» chiese Davide.
Lei guardò la targhetta sul suo petto.
«Poi ho visto il tuo nome mentre passavi sul marciapiede.»
Davide rimase senza parole.
«Ti ho visto attraverso il finestrino. Non il viso. Solo il nome.»
Indicò la targhetta.
«Davide Romano.»
Le tremò il mento.
«Stavo andando a Milano proprio per cercare un uomo con quel nome.»
Davide inspirò lentamente.
Lucia aprì la vecchia borsa marrone e tirò fuori una cartellina trasparente piena di fogli.
Non erano documenti ordinati. C’erano fotocopie, lettere ingiallite, ricevute, appunti scritti a mano.
Una ricerca durata anni occupava pochi centimetri di plastica.
«Ho trovato il cognome Romano soltanto tre mesi fa», disse. «Prima avevo un altro cognome. Un’altra città. Informazioni sbagliate. Ogni volta che sembrava di arrivare a qualcosa, compariva una porta chiusa.»
Davide non toccò la cartellina.
«Chi le ha dato il mio nome?»
«Un avvocato che sta digitalizzando vecchi fascicoli di adozione. Aveva trovato una nota allegata a un procedimento. C’era scritto che un bambino di nome Davide Ferri era stato affidato a una coppia di Modena. Paolo e Paola Romano.»
Davide guardò la fotografia.
«Io mi chiamo Davide Romano da quando avevo otto anni.»
Lucia annuì.
«Tu ne avevi sette quando ti ho visto l’ultima volta.»
La frase cadde tra loro.
Nessuno parlò per diversi secondi.
Davide si passò una mano sulla bocca.
«Mi avevano detto che lei se n’era andata.»
Lucia abbassò gli occhi.
«Immaginavo.»
«Mia madre… Paola… mi disse che prima di lei c’erano stati dei problemi. Che mia madre biologica non poteva occuparsi di me.»
«Non è vero.»
Lo disse subito, ma senza rabbia.
Quella calma era peggiore.
Davide alzò gli occhi.
Lucia strinse le mani.
«O almeno, non è tutta la verità.»
Il treno accelerava. Intorno a noi qualcuno aveva ricominciato a parlare sottovoce, altri guardavano altrove con quella discrezione imperfetta che si usa quando una storia privata avviene in pubblico.
Davide si alzò.
«Ho servizio.»
Lucia abbassò il viso.
La reazione fu così rapida che capii cosa aveva sentito: rifiuto.
Davide lo capì un attimo dopo.
«No. Non intendevo…»
Si chinò di nuovo.
«Non sto andando via da lei. Devo fare un controllo fino alla carrozza sei. Poi torno.»
Lucia lo guardò.
«Davvero?»
«Sì.»
Lui esitò.
«Ma prima voglio sapere una cosa.»
Lei aspettò.
«Mi ha cercato?»
Lucia non rispose subito.
Aprì la cartellina e tirò fuori una busta molto più vecchia delle altre.
Sul davanti c’era un nome scritto con una grafia sbiadita.
DAVIDE.
«Ogni anno», disse. «Il giorno del tuo compleanno scrivevo una lettera.»
Davide prese la busta senza aprirla.
«Quante sono?»
«Trentasei.»
Lui chiuse gli occhi.
Poi si alzò davvero.
«Torno.»
Lucia annuì.
Davide fece due passi, ma io lo fermai.
«Il posto può restare a lei.»
Indicai il 12A.
Lui guardò il mio biglietto.
«Signore, posso trovarle un’altra sistemazione.»
«Va bene qualsiasi posto libero.»
Lo dissi prima di avere il tempo di pensarci.
Davide fece un cenno breve, quasi grato, e si allontanò lungo il corridoio.
Io mi sedetti sul posto di fronte a Lucia.
Lei aveva ancora la busta tra le mani.
«Va a Milano per incontrare l’avvocato?» chiesi.
«Andavo.»
«Andava?»
Lucia guardò verso la porta da cui Davide era appena scomparso.
«Credo di aver già trovato la persona che cercavo.»
Il mio telefono vibrò.
Una notifica del calendario.
RIUNIONE ORE 15:00 — NON RIMANDABILE.
La fissai per qualche secondo.
Poi la ignorai.
Lucia aprì la cartellina e ne tirò fuori un secondo foglio.
Questa volta non era una lettera.
Era una fotografia più recente.
Un ragazzo di circa otto anni davanti a una casa che non riconoscevo.
Sul retro c’era una data e una frase scritta in penna blu.
Lucia la lesse senza porgermela.
«È questa che non capisco.»
«Che cosa c’è scritto?»
Lei alzò gli occhi verso di me.
«“Non cercarlo più. Adesso è al sicuro.”»
Sentii il rumore della porta automatica aprirsi in fondo alla carrozza.
Davide stava tornando.
Lucia strinse la fotografia.
«E quella frase», disse piano, «non l’ha scritta nessuno della mia famiglia.»













