Aldo lesse il messaggio tre volte prima di riporre il telefono.
Per vent’anni aveva immaginato che il dolore più grande fosse non sapere dove fosse finita Anna.
Adesso capiva di aver vissuto sotto lo stesso tetto della persona che poteva avergli impedito di scoprirlo.
Non rispose alla minaccia.
Chiamò invece un’avvocata che conosceva per una vecchia questione commerciale, Elena Serra, e le chiese un appuntamento urgente.
Portò le copie di Bianca, l’avviso del motel e le schermate delle chiamate e dei messaggi di Vittorio.
Elena ascoltò senza interromperlo, poi separò i documenti in tre gruppi.
«Questi raccontano fatti che possiamo verificare», spiegò. «Questi riportano ciò che Anna sostiene di avere vissuto. E questi mostrano pressioni recenti. Non sono la stessa cosa, ma vanno esaminati insieme.»
Aldo guardò il raccoglitore.
«Basta per denunciarlo?»
«Basta per presentare un esposto dettagliato e chiedere che si facciano accertamenti. Non basta per dichiararlo colpevole oggi, e non sarebbe giusto farlo.»
L’avvocata gli consigliò di far preservare le scritture disponibili e di non tentare di entrare nell’ufficio di Vittorio in cerca di prove.
Gli suggerì anche un controllo contabile indipendente sulle vecchie operazioni del negozio.
Aldo annuì.
Una parte di lui avrebbe voluto forzare ogni porta.
L’altra sapeva che un altro gesto impulsivo avrebbe dato a Vittorio una ragione per spostare l’attenzione dalla verità.
Nel pomeriggio tornò in ospedale.
Anna riusciva a parlare più a lungo, anche se si stancava presto.
Quando vide suo padre sedersi accanto al letto, lo studiò con attenzione.
«Hai parlato con lui?»
«Al telefono. Ma non gli ho detto che cosa sappiamo.»
«Ti ha chiesto di lasciar perdere?»
Aldo le mostrò il messaggio.
Anna lo lesse e restituì il telefono.
«Faceva così anche allora. Non doveva convincerti di una bugia enorme. Bastava che ti facesse paura perdere qualcosa.»
Aldo non cercò una scusa.
«Aveva ragione su di me. Avevo paura di perdere il negozio, la casa, quello che era rimasto della nostra famiglia. Pensavo che fidarmi di lui fosse l’unico modo per tenere tutto insieme.»
«E io ero la parte che poteva sparire?»
La domanda non fu pronunciata con rabbia.
Proprio per questo Aldo la sentì più duramente.
«Non avrei dovuto lasciargli il potere di parlare al posto mio», rispose.
Anna indicò la borsa appoggiata nell’armadietto.
«C’è una busta azzurra nella tasca interna. Prendila, per favore.»
Dentro c’erano due fogli ingialliti, piegati con cura.
Erano la brutta copia della lettera scritta vent’anni prima.
Anna vi aveva descritto le fatture di Orione Metalli, le minacce del fratello e il desiderio di incontrare il padre da sola.
Sotto l’ultima riga aveva aggiunto: «Se mi vuoi ancora bene, dimmelo tu, non attraverso Vittorio».
Aldo lesse quella frase lentamente.
«Perché non hai provato a scrivermi di nuovo?»
«Ho chiamato ancora una volta, mesi dopo. Rispose una persona del negozio e mi disse che tu non c’eri. Poi incontrai Vittorio per strada a Parma. Sapeva dove lavoravo. Mi fece capire che avrebbe potuto presentare quella falsa dichiarazione quando voleva.»
«Avresti potuto raccontarlo alla polizia.»
«Sì», ammise Anna. «Oggi lo so. Allora ero sola e spaventata. Poi gli anni sono passati e tornare sembrava sempre più difficile.»
Aldo piegò nuovamente la lettera.
Non le disse che avrebbe dovuto agire diversamente.
Era una donna che aveva imparato a sopravvivere senza poter contare su di lui, e quella constatazione non aveva bisogno di altre parole.
Quella sera Elena organizzò, su richiesta di Aldo, un incontro nel proprio studio.
Vittorio arrivò con mezz’ora di ritardo, vestito elegantemente e con l’espressione seccata di chi considerava l’appuntamento una perdita di tempo.
«Adesso abbiamo bisogno di un’avvocata per parlare tra padre e figlio?»
«Per parlare dei conti del negozio e di Anna, sì», rispose Aldo.
Elena gli spiegò che non era tenuto a rendere dichiarazioni e che poteva farsi assistere da un proprio legale.
Vittorio rise, ma smise quando vide una copia della fattura di Orione Metalli.
«Quella operazione era regolare», disse. «Hai firmato tutte le autorizzazioni.»
«Ho firmato la delega amministrativa. Non ho mai visto arrivare la merce.»
«Non ricordi più le cose di vent’anni fa.»
«Ricordo di aver lasciato a te le domande che avrei dovuto fare io.»
Aldo posò sul tavolo anche l’avviso relativo alla stanza dodici.
«Perché hai cercato di mandare via Anna mentre stava male?»
«Era in ritardo con il pagamento.»
«Non tocca a te decidere di lasciarla senza una sistemazione da un giorno all’altro. E non hai parlato di soldi quando l’hai vista. Le hai chiesto dei documenti di Bianca.»
Vittorio cambiò posizione sulla sedia.
«Quella donna vuole distruggermi.»
«Quella donna è Anna», rispose Aldo. «È tua sorella.»
Per un istante Vittorio guardò la finestra.
«Se fosse rimasta lontana, nessuno avrebbe sofferto ancora», disse.
«Io ho sofferto tutti i giorni in cui è rimasta lontana.»
Vittorio sbatté la mano sul tavolo.
«Ti ho evitato uno scandalo! Le ho detto di partire perché era l’unico modo per non trascinare tutta la famiglia nei conti del negozio.»
Elena non parlò.
Aldo sentì il respiro diventare lento.
«Le hai detto anche che io non volevo più vederla?»
Vittorio rimase in silenzio.
«E la lettera che Anna ti consegnò?»
«Non ricordo nessuna lettera.»
«Io ricordo vent’anni senza di lei. E non ti permetterò di parlare ancora al mio posto.»
Vittorio si alzò.
Disse che non avrebbe più discusso e lasciò lo studio senza salutare.
Aldo lo guardò andare via, ma non lo seguì.
Non c’era stata una confessione completa, né una soluzione immediata.
C’erano, però, documenti da controllare e parole che Vittorio aveva finalmente dovuto pronunciare davanti ad altre persone.
Il giorno dopo Aldo e l’avvocata presentarono il materiale alle autorità competenti perché fossero valutate le condotte contestate e l’eventuale falsificazione delle scritture.
Anna, informata di ogni passaggio, chiese di non essere esclusa dalle decisioni che riguardavano la sua vita.
Quando Aldo le propose di rimandare la sua testimonianza finché non si fosse ripresa completamente, lei scosse la testa.
«Aspetterò che i medici mi dicano che posso uscire», rispose. «Ma poi parlerò io. Non voglio che qualcuno racconti ancora la mia storia al posto mio.»
Per capire che cosa Anna avrebbe scelto di raccontare dopo vent’anni di silenzio, continua con la Parte 6.













