Aldo fissò il nome in fondo al foglio, poi lo ripiegò con una cura innaturale.
Non aveva il diritto di trasformare un sospetto in una condanna, soprattutto quando una donna poteva morire a pochi chilometri da lì.
«Come ti chiami?» domandò alla bambina.
«Nina.»
«Nina, adesso chiamiamo un’ambulanza. Poi andiamo insieme da tua madre.»
La piccola strinse le labbra.
«Ma non abbiamo i soldi per l’ambulanza.»
«Non devi pagarla per chiedere aiuto in un’emergenza», le spiegò Aldo, cercando di mantenere ferma la voce.
«La salute della mamma viene prima di tutto.»
Chiese al commesso, Davide, di telefonare al numero di emergenza e descrivere i sintomi riferiti dalla bambina.
Mentre Davide parlava con l’operatore, Aldo infilò l’anello in una bustina, annotò il proprio nome e lasciò i cinquecento euro sul bancone davanti a Nina.
«Questi restano tuoi. Nessuno ti chiederà di restituirli.»
«E l’anello?»
Aldo abbassò lo sguardo.
«Lo terrò al sicuro finché tua madre potrà decidere che cosa farne.»
L’operatore confermò l’invio dei soccorsi e raccomandò di raggiungere subito la stanza, senza somministrare farmaci alla cieca.
Il negozio sarebbe rimasto nelle mani di Davide.
Aldo non gli raccontò nulla dell’incisione o della firma.
Fuori, il vento tagliava via il calore dai portici.
Nina camminava al suo fianco stringendo la banconota più grande nella tasca del cappotto.
Aldo le offrì il proprio braccio per attraversare la strada.
«Quanti anni hai?»
«Nove.»
«La mamma ti ha detto perché è venuta a Bologna?»
«Per parlare con una persona. Diceva che doveva mettere a posto una cosa vecchia.»
«Sai chi fosse quella persona?»
Nina scosse la testa.
«Ha telefonato a qualcuno ieri sera. Dopo ha pianto.»
Aldo non insistette.
Aveva passato vent’anni a immaginare domande per Anna, ma non avrebbe fatto portare a una bambina il peso delle risposte.
Il Motel Corte degli Aceri sorgeva vicino a una strada trafficata, in un edificio basso con le persiane scolorite.
All’ingresso una donna dietro il banco della reception li osservò arrivare.
«La dodici», disse Nina. «La mamma sta male.»
La receptionist si alzò subito.
«Ho sentito la sirena in lontananza. Ho già aperto il cancello sul retro.»
Aldo notò un fascicolo appoggiato vicino al computer.
Sulla copertina campeggiava il nome di una società immobiliare: Gestione Valenti.
Era una delle imprese di Vittorio, non un’attività del vecchio compro oro.
Aldo lo sapeva perché suo figlio, da anni, parlava spesso delle proprietà che amministrava per conto di altri.
«Chi ha preparato l’avviso di sfratto?» chiese, mostrando il foglio.
La donna ebbe un’esitazione.
«Non è uno sfratto del tribunale. È una richiesta della società di lasciare la camera. Io ho detto che la signora stava male.»
«Chi le ha ordinato di consegnarla?»
«Il signor Vittorio Valenti. È venuto stamattina di persona.»
Aldo avvertì Nina irrigidirsi accanto a lui.
«È lui», sussurrò la bambina. «Aveva lo stesso cappotto scuro.»
Per un momento Aldo desiderò chiamare immediatamente il figlio e pretendere una spiegazione.
Poi vide la mano piccola di Nina cercare la sua e comprese che quella telefonata avrebbe potuto aspettare.
La receptionist li condusse lungo il corridoio.
Davanti alla camera dodici bussò due volte.
Nessuno rispose.
Aprì con la chiave di servizio, chiamando ad alta voce la cliente.
L’odore di stanza chiusa e di medicinali riempì il corridoio.
Sul comodino c’erano un bicchiere quasi vuoto, fazzoletti accartocciati e una confezione di compresse.
Una donna giaceva sotto una coperta sottile, con il volto arrossato e il respiro corto.
Nina corse verso il letto.
«Mamma, sono tornata. Ho trovato qualcuno che ci aiuta.»
Aldo rimase vicino alla porta.
I capelli della donna erano più scuri di come li ricordava, striati da qualche filo grigio.
Il viso era segnato dalla febbre e dagli anni.
Ma il gesto con cui spostò una ciocca dalla fronte della bambina era quello di Anna.
Lo stesso che aveva fatto, da ragazza, davanti allo specchio del negozio.
«Anna?»
La donna aprì gli occhi.
Lo fissò senza comprendere, poi provò a sollevarsi.
«Papà?»
Quella parola attraversò Aldo con una forza che lo costrinse ad aggrapparsi allo stipite.
Aveva immaginato un abbraccio, accuse, spiegazioni.
Non aveva previsto che la prima cosa da fare sarebbe stata impedirle di cadere dal letto.
«Non muoverti. Stanno arrivando i medici.»
Anna gli cercò la mano.
Era calda di febbre.
«Non doveva trovarti Nina», mormorò.
«Nina ha fatto la cosa giusta.»
«Lui… è venuto qui.»
«Lo so. Adesso risparmia il fiato.»
I soccorritori arrivarono poco dopo.
Misurarono la saturazione, fecero domande sulla febbre e sulla difficoltà respiratoria, quindi decisero il trasporto in pronto soccorso.
Uno di loro disse che una possibile infezione polmonare andava valutata urgentemente in ospedale.
Aldo rispose alle domande che poteva, senza inventare ciò che ignorava.
«È sua moglie?» chiese una soccorritrice.
«È mia figlia», disse.
Sentire quelle parole ad alta voce gli fece tremare il mento.
Quando sistemarono Anna sulla barella, Nina cercò di salire subito accanto a lei.
La soccorritrice le spiegò con dolcezza come sarebbero stati organizzati i posti.
Aldo promise che sarebbe rimasto con la bambina e che avrebbe raggiunto l’ospedale senza perder tempo.
Mentre i soccorritori preparavano il trasporto, la receptionist raccolse i documenti di Anna e li infilò nella sua borsa, su indicazione della donna.
Nina prese un piccolo quaderno da disegno e chiese di portarlo con sé.
Sul primo foglio c’era una casa con tre finestre e una scritta infantile: «Quando la mamma guarisce».
Aldo guardò quel disegno più a lungo del necessario.
Da vent’anni conservava una fotografia di Anna adolescente dietro il registratore di cassa, ma non sapeva che sua figlia avesse una bambina, né quale vita avesse condotto.
Non sapeva nemmeno dove avrebbe dormito Nina quella notte.
All’improvviso la ricerca della verità gli sembrò meno urgente di una cosa semplice: trovare un posto sicuro per entrambe.
Prima di uscire, Anna trattenne ancora una volta la sua manica.
«Non chiedere a Vittorio dove sono stata», sussurrò.
Aldo chinò la testa per sentirla.
«Perché?»
La risposta fu poco più di un filo di voce.
«Chiedigli piuttosto che fine ha fatto la lettera che ti ho scritto.»
Il personale la accompagnò fuori.
Aldo rimase nella stanza vuota con Nina, mentre il rumore della barella svaniva nel corridoio.
Sua figlia gli aveva appena restituito una speranza e consegnato una domanda che nessuno, in vent’anni, gli aveva mai permesso di fare.
Per capire che cosa fosse accaduto a quella lettera, continua con la Parte 3.













