Al pronto soccorso del Maggiore, Aldo imparò quanto potessero essere lunghe poche ore quando non si aveva il controllo di nulla.
Anna era stata presa in carico dai medici.
Nina sedeva accanto a lui, le gambe troppo corte per toccare il pavimento, e teneva il quaderno sulle ginocchia.
«La mamma morirà?» domandò a un certo punto.
Aldo avrebbe voluto dirle di no senza esitazione.
Non lo fece.
«I medici stanno facendo tutto quello che serve. Io resterò qui con te e ascolteremo insieme quello che ci diranno.»
Nina appoggiò la testa contro il suo braccio.
«Tu sei davvero il mio nonno?»
Lui guardò la bambina.
Non aveva ancora sentito Anna pronunciare il suo nome intero, ma aveva riconosciuto sua figlia, e non aveva motivo di dubitare del legame che quella parola suggeriva.
«Sono il papà di Anna», rispose. «E se lei è la tua mamma, allora sì, sono tuo nonno.»
Per la prima volta Nina sorrise, anche se appena.
Poi tornò seria e gli consegnò il disegno.
«Puoi tenerlo finché lei guarisce?»
Aldo lo ripose nella tasca interna del cappotto, lontano dal foglio firmato da Vittorio.
Una tasca custodiva una promessa; l’altra, una minaccia.
Anna aveva autorizzato i sanitari ad aggiornare il padre.
La dottoressa spiegò che aveva un’infezione respiratoria importante, con febbre e difficoltà a respirare, e che sarebbero serviti esami, terapie e osservazione.
Non fece promesse sui tempi.
Disse però che l’intervento tempestivo aveva permesso di iniziare le cure senza ulteriori ritardi.
Quando Anna fu abbastanza stabile da parlare, un’infermiera consentì ad Aldo di entrare per pochi minuti.
Nina rimase nella zona d’attesa con Davide, arrivato dal negozio su richiesta di Aldo per farle compagnia.
Anna era pallida, ma i suoi occhi seguivano ogni movimento del padre.
«Pensavo che non saresti mai venuto», disse.
«Non sapevo dove cercarti.»
Lei voltò il viso verso la finestra.
«Vittorio mi disse che non volevi più vedermi.»
Aldo sentì le parole posarsi tra loro come un oggetto fragile.
«Io ho cercato te per anni. Ho parlato con la polizia, con i tuoi amici, con il vecchio maestro di danza. Non ho smesso perché non ti amassi. Ho smesso di sapere quale strada prendere.»
Anna chiuse gli occhi.
«Lui disse che mi avresti denunciata se fossi tornata.»
«Denunciata per cosa?»
La figlia gli raccontò della primavera di vent’anni prima.
Studiava ancora e aiutava il padre a riordinare ricevute e fatture del negozio.
Una sera aveva notato pagamenti per forniture mai entrate in magazzino.
Gli ordini portavano il nome di una società, Orione Metalli, e risultavano autorizzati da Vittorio.
«Erano ottantaduemila euro, papà. Non una svista. Ho controllato le date, gli inventari, tutto.»
Aldo ricordava quei mesi.
Vittorio gli aveva parlato di spese impreviste e della necessità di ridurre il personale.
Lui, da poco rimasto vedovo, aveva affidato al figlio la parte amministrativa dell’attività.
Non aveva chiesto abbastanza spiegazioni.
«Gli dissi che avrei parlato con te», continuò Anna. «Mi mostrò una dichiarazione che sembrava scritta da me. Diceva che avevo preso il denaro e che sarei scappata. C’era persino una firma imitata.»
«Perché non venisti subito da me?»
Anna lo guardò con una stanchezza diversa dalla febbre.
«Perché avevo vent’anni. Perché mi disse che ti avrei fatto finire nei guai con i creditori. E perché quando provai a telefonare a casa rispose lui.»
Vittorio le aveva annunciato che Aldo aveva visto i documenti ed era furioso.
Le aveva offerto denaro per partire e promesso che la denuncia sarebbe rimasta in un cassetto se non fosse tornata.
Anna non accettò i soldi, ma partì comunque per Parma, dove una compagna di corso le procurò un lavoro.
«Ti scrissi poco dopo», disse. «Una lettera lunga, con i numeri che avevo trovato. La spedii a casa, con il tuo nome sulla busta. Una settimana dopo Vittorio mi telefonò e ripeté una frase che avevo scritto soltanto lì. Disse che l’avevi letta e che non volevi più sapere niente di me.»
«Non l’ho mai vista.»
«Allora fu lui a leggerla. Per anni ho creduto che quelle fossero parole tue.»
Rimasero in silenzio.
Aldo pensò a tutte le domeniche trascorse ad aspettare una telefonata che sua figlia credeva proibita.
«Ho cercato di ricominciare», spiegò Anna. «Mi sono sposata. Il padre di Nina era un uomo buono. È morto tre anni fa. Dopo ho lavorato dove potevo. Non volevo tornare con una bambina in mezzo a una guerra.»
«Ma sei tornata adesso.»
«Nina cresce. Fa domande. E io non voglio lasciarle in eredità una bugia.»
Anna disse di aver contattato Bianca Galli, che vent’anni prima teneva parte della contabilità esterna del negozio.
La donna, ormai in pensione, le aveva promesso di verificare alcune copie conservate nel proprio archivio professionale.
Anna era venuta a Bologna per incontrarla, ma si era ammalata prima dell’appuntamento.
«Vittorio mi ha trovata al motel», aggiunse. «Mi ha chiesto che cosa Bianca mi avesse consegnato. Non avevo ancora ricevuto niente.»
«E quella richiesta di lasciare la camera?»
Anna annuì.
«Diceva che se fossi rimasta avrebbe fatto in modo che perdessi anche quel poco che avevo.»
Aldo le prese la mano senza stringerla troppo.
«Non ti chiederò di raccontare ancora tutto oggi. Ma non parlerò con Vittorio prima di aver controllato ciò che mi hai detto.»
Anna lo fissò.
«Tu mi credi?»
«Ti credo quando dici che avevi paura. Per il resto cercherò i fatti, e questa volta li guarderò fino in fondo.»
Quando tornò da Nina, Aldo trovò tre chiamate perse di Vittorio sul telefono.
Non rispose.
Invece cercò nell’agenda il numero di Bianca Galli, che non sentiva da molti anni.
La donna rispose al secondo squillo e, dopo aver ascoltato il suo nome, rimase in silenzio.
«Bianca, Anna è viva. È in ospedale. Mi ha detto che doveva incontrarti.»
Dall’altro capo arrivò un respiro incerto.
«Allora devi venire da me domani mattina», disse Bianca. «Ci sono copie che avevo conservato proprio perché quei conti non mi convincevano.»
Aldo guardò il foglio della camera dodici.
Per la prima volta capì che la storia di Anna non sarebbe stata risolta da un abbraccio, ma da ciò che suo figlio aveva fatto mentre lui sceglieva di non vedere.
Scopri nella Parte 4 quali tracce erano rimaste nei vecchi registri e perché nessuno le aveva esaminate prima.













