La mattina seguente, prima di uscire, Aldo telefonò al reparto.
Anna aveva trascorso la notte sotto osservazione; la febbre non era ancora scesa del tutto, ma le cure proseguivano e i medici la stavano seguendo.
Lei chiese di parlare per qualche istante con Nina.
«Sei stata coraggiosa», le disse attraverso il telefono.
«Non voglio essere coraggiosa ancora», rispose la bambina. «Voglio che torni.»
Aldo ascoltò senza intervenire.
Aveva offerto a Nina una stanza nella propria casa, ma aveva chiesto ad Anna il permesso e aveva lasciato che fosse la madre a spiegare alla figlia dove avrebbe dormito.
Il primo giorno Nina aveva voluto tenere il cappotto addosso anche a tavola.
Solo dopo essersi addormentata sul divano lo aveva lasciato piegato accanto al quaderno.
Per andare da Bianca, Aldo chiese a Davide e a sua moglie Francesca di restare con la bambina per un paio d’ore.
Nina li aveva conosciuti in negozio la sera precedente, durante una breve sosta per recuperare alcune cose.
Aldo non voleva che una sconosciuta si ritrovasse improvvisamente a decidere per lei.
Bianca Galli abitava in un appartamento poco lontano dai viali di circonvallazione.
Era una donna minuta, con occhiali dalla montatura rossa e una memoria precisa delle date.
Sulla tavola aveva disposto un raccoglitore grigio e alcune fotografie di documenti.
«Non sapevo che Anna fosse scomparsa per questa storia», disse prima ancora di offrirgli una sedia.
«Vittorio mi raccontò che si era trasferita all’estero. Tu eri distrutto, e io non volevo aggiungere altri sospetti senza prove.»
Aldo si irrigidì.
A lui Vittorio aveva giurato di non sapere dove fosse Anna; a Bianca aveva raccontato una versione diversa.
«Avevi dei sospetti?»
«Avevo fatto domande su Orione Metalli. Non avevo ricevuto risposte credibili.»
Bianca spiegò di aver lavorato per il negozio soltanto fino all’estate di quell’anno.
Aldo aveva affidato a Vittorio il rapporto con il nuovo studio contabile.
Lei aveva conservato alcune copie di lavoro in un raccoglitore personale perché le contestazioni non erano mai state chiarite.
Non erano i libri ufficiali, e dopo vent’anni da sole non potevano dimostrare tutto.
«Per questo voglio che tu le faccia esaminare da qualcuno indipendente», precisò.
Aldo osservò una fattura datata maggio.
Ottantaduemila euro per metalli preziosi destinati a un laboratorio che il negozio non aveva mai aperto.
Accanto c’era una nota di consegna senza firma del destinatario.
«Mi disse che la merce sarebbe arrivata in più lotti», ricordò Aldo.
«E io domandai dove fossero i documenti di trasporto. Non li vidi mai.»
Bianca gli mostrò un estratto delle verifiche che aveva chiesto di effettuare all’epoca.
L’intestatario del pagamento era una società che sulla carta aveva un proprio indirizzo commerciale.
L’importo era uscito davvero dal conto del negozio.
Sul foglio successivo compariva una comunicazione di Vittorio, nella quale assicurava che gli articoli erano stati ricevuti e già impiegati.
Aldo riconobbe la firma del figlio.
«Avrei dovuto chiedere dove fosse quella merce.»
«Sì», disse Bianca, senza addolcire la risposta. «Ma avere firmato una delega non significa avere ordinato una frode. Sono due cose diverse.»
La donna tirò fuori anche una copia di una distinta d’inventario compilata da Anna.
In fondo alla pagina la ragazza aveva scritto a penna: «Verificare fatture Orione: nessun ingresso corrispondente».
Era la sua grafia, irregolare e inclinata verso destra.
Aldo passò un dito accanto a quelle parole senza toccare l’inchiostro.
Da vent’anni non vedeva una nota scritta di sua figlia.
Non era una dichiarazione d’amore, né una richiesta di perdono.
Era un lavoro fatto con attenzione, prima che qualcuno riuscisse a trasformarlo in una colpa.
«Anna ti parlò?» chiese.
«Una volta. Disse che aveva paura di avere scoperto qualcosa di grave. Le dissi di parlarne prima con te, non con suo fratello. Due giorni dopo non riuscivo più a contattarla.»
Bianca abbassò lo sguardo.
«Pensai di averti già fatto sapere abbastanza. Vittorio diceva che eri al corrente di tutto. Solo molti anni dopo capii quanto fosse stato facile lasciargli decidere che cosa potevamo dirci.»
Il telefono di Aldo vibrò sul tavolo.
Era ancora Vittorio.
Questa volta il padre rispose.
«Dove sei?» domandò il figlio, senza salutarlo.
«Sto occupandomi di una questione di famiglia.»
«Anna è venuta a chiederti soldi, vero? Ti avevo avvertito che prima o poi sarebbe tornata.»
Aldo fissò Bianca, che aveva sentito soltanto la voce alzarsi dall’altoparlante.
«Mi hai detto per vent’anni che non sapevi dove fosse.»
«E non lo sapevo. Finché non l’ho vista al motel.»
«Perché le hai mandato un avviso di lasciare la camera?»
«Perché quella donna crea problemi ovunque vada.»
«Quella donna è tua sorella.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio breve.
«Non puoi conoscere la storia intera», ribatté Vittorio. «E non fidarti di Bianca. Ha sempre avuto qualcosa contro di me.»
Aldo comprese che il figlio sapeva dove fosse andato, o almeno lo aveva indovinato.
Non gli diede altri dettagli.
«Per ora non contattare Anna o Nina. Se hai qualcosa da spiegare, parlerai con me e con un professionista presente.»
«Adesso mi minacci?»
«Ti sto dicendo che non permetterò altre pressioni.»
Chiuse la telefonata con le dita intorpidite.
Bianca prese un foglio dal fondo del raccoglitore.
«C’è un’altra cosa, Aldo. Questa non l’ho mai saputa interpretare.»
Era la copia di una comunicazione che Vittorio le aveva inviato dopo la scomparsa di Anna.
Le chiedeva di eliminare dalle verifiche interne qualsiasi riferimento alla ragazza, perché «la questione era stata definita in famiglia».
Sotto, in una grafia diversa, Bianca aveva annotato una data e una risposta: «Richiedo conferma scritta del titolare».
Quella conferma non era mai arrivata.
«Non hai cancellato niente?» domandò Aldo.
«No. Ma avrei dovuto dirtelo personalmente. Sono venuta meno anch’io a qualcosa.»
Prima di andarsene, Aldo fotografò i documenti con il consenso di Bianca e le chiese di conservare gli originali di lavoro.
Avrebbero fatto esaminare le copie da un consulente, senza alterarle né farle circolare tra parenti.
Sulla porta Bianca lo fermò.
«Anna mi ha detto al telefono che di quella lettera conservava una brutta copia. Se la trova ancora, leggila senza chiederti perché non ti sia arrivata prima.»
Aldo scese le scale con una nuova consapevolezza: non bastava sapere che Vittorio aveva mentito; occorreva capire quanto quella menzogna avesse cambiato la vita di tutti.
Poi gli arrivò un messaggio sul cellulare, da un numero che conosceva fin troppo bene.
«Se fai controllare quei registri, perderai tuo figlio una seconda volta.»
Per sapere quale scelta avrebbe fatto Aldo davanti a quella minaccia, continua con la Parte 5.













