Renata lesse tre volte il messaggio del padre. Poi lo cancellò dallo schermo senza eliminarlo dal telefono e chiese a Giulia di farne una copia per il fascicolo. Daniele la vide trattenersi dal richiamare Vittorio. Non era soltanto rabbia: era il timore di scoprire che un uomo amato potesse avere insegnato una cosa e praticato il contrario.
«Devi sentirlo», disse Daniele. «Ma non quando sei così stanca.»
«Se aspetto di essere in forma, Alberto farà in tempo a vendere anche il giardino.»
La battuta era debole. Renata si sedette e gli raccontò dell’officina dove suo padre aveva montato i primi apparati radio. Da bambina era stata convinta che il suo lavoro consistesse nel risolvere problemi. Più tardi aveva capito che, per dirigere un’impresa, bisognava anche scegliere quali problemi riconoscere davanti agli altri.
«Gli ho perdonato molto», ammise. «Non gli ho mai chiesto di essere infallibile. Gli ho chiesto di non mentirmi.»
La mattina seguente Giulia organizzò una conversazione documentata con Vittorio, alla presenza dei rispettivi legali. L’uomo arrivò nella villa sostenendosi a un bastone che teneva più per abitudine che per necessità. Guardò Daniele dalla testa ai piedi, ma fu Renata a interrompere qualsiasi presentazione.
«Che cosa hai approvato?»
Vittorio posò il cappotto. «Nel 2022 la produzione si fermava per anomalie alla rete di riserva. Abbiamo autorizzato una soluzione temporanea, con l’obbligo di sostituirla entro pochi mesi.»
«L’avete sostituita?»
«Mi dissero di sì.»
«Hai verificato?»
Vittorio non rispose subito. Quel silenzio bastò a Renata.
«Hai firmato una deroga e hai smesso di guardare.»
«In quel periodo rischiavamo di perdere un contratto importante. Ho preso una decisione nell’interesse dell’azienda.»
«Una decisione può essere comprensibile e restare sbagliata.»
Il padre serrò la bocca. Daniele era pronto a uscire, ma Vittorio lo fermò con una domanda.
«Lei sa cosa significa essere responsabile di migliaia di stipendi, signor Moretti?»
«No. So cosa significa essere responsabile delle persone che entrano in un quadro elettrico dopo che qualcun altro lo ha dichiarato sicuro.»
Vittorio lo fissò con irritazione. Poi abbassò gli occhi. Non chiese scusa. Ammettere che la deroga non era stata seguita da una verifica, tuttavia, apriva una via concreta: l’originale dell’autorizzazione doveva essere ancora negli archivi della holding.
Quando se ne andò, Renata aveva un principio di febbre. La dottoressa Rinaldi fu avvisata e dispose gli accertamenti necessari. Daniele si allontanò, lasciando lavorare il personale sanitario. Restò per un’ora nella piccola stanza degli ospiti senza sapere se un’altra notte d’ospedale stesse per cominciare.
Il giorno dopo arrivò Marco Serra.
Giulia lo annunciò dalla porta, precisando che non gli era stato concesso alcun accesso a Renata. Marco era un consulente di comunicazione con cui lei aveva vissuto quasi tre anni. Nelle fotografie delle riviste sorrideva sempre con una sicurezza che, dal vivo, sembrava aver perso.
«Voglio consegnare alcune email», disse. «Ho sbagliato. Ma non nel modo che pensate.»
Daniele gli indicò lo studio di Giulia. Non intendeva proteggerlo da un confronto; semplicemente non voleva che un uomo che aveva abbandonato Renata malata usasse di nuovo la sua stanza come luogo per alleggerirsi la coscienza.
Marco spiegò che, dopo la diagnosi, Alberto Neri gli aveva chiesto come organizzare le comunicazioni pubbliche sulla temporanea assenza di Renata. Lui aveva condiviso calendari e valutazioni sulla sua capacità di sostenere impegni pubblici, senza un’autorizzazione adeguata. Successivamente aveva visto quelle informazioni circolare in una presentazione destinata agli azionisti, accanto a frasi che dipingevano Renata come confusa e incapace di decidere.
«Ho protestato», disse. «Alberto mi ha ricordato che lavoravo anche per la società. Mi ha detto che avrebbe reso pubbliche certe mie fatture e certe conversazioni. Me ne sono andato. Non è stata una scelta coraggiosa.»
«L’hai lasciata sola», rispose Daniele.
«Sì.»
Marco non cercò giustificazioni. Consegnò i messaggi ai legali affinché ne verificassero provenienza e integrità. In una delle email Neri chiedeva di accentuare il carattere «prolungato e imprevedibile» dell’assenza di Renata. In un’altra, un consulente esterno suggeriva di collegare quell’assenza all’urgenza di una nuova governance.
Giulia avvertì che quelle parole non dimostravano di per sé un reato e che andavano valutate nel loro contesto. Mostravano però una strategia comunicativa preparata prima ancora che fosse stata svolta una discussione collegiale sulle alternative.
Renata volle leggere soltanto una parte del materiale. Quando Marco chiese di vederla, fece rispondere di no. A Daniele, più tardi, confessò che il rifiuto le era costato fatica.
«Una parte di me voleva sentirlo chiedere scusa in faccia. Un’altra voleva domandargli perché la mia malattia gli avesse fatto tanta paura.»
«Potrai farglielo quando vorrai. Non quando vuole lui.»
Renata annuì. «Tu non mi dici mai cosa dovrei provare.»
«Perché quando moriva Anna tutti volevano insegnarmi come essere forte. Io avevo solo bisogno che qualcuno mi portasse un caffè senza chiedermi di sorridere.»
Parlarono a lungo della differenza tra restare accanto a qualcuno e pretendere di salvarlo. Daniele le mostrò una fotografia di Sofia con il modellino del traliccio finito; Renata le aveva mandato alcuni fogli da disegno e nessun regalo costoso, dopo avergli chiesto il permesso.
«Mi piacerebbe conoscerla», disse Renata. «Quando i medici diranno che è prudente.»
«Le piacerebbe conoscerti anche se non avessi una villa.»
Renata sorrise. «Spero sia vero.»
Due giorni dopo la dottoressa Rinaldi comunicò una notizia incoraggiante: era stato individuato un possibile donatore non familiare compatibile, ma servivano altre conferme e una valutazione attenta delle condizioni di Renata. Nessuno parlò di guarigione garantita. La prospettiva di un trapianto tornò, per la prima volta, abbastanza concreta da diventare un appuntamento sul calendario.
Proprio allora il consiglio fissò la riunione che Renata temeva. L’ordine del giorno comprendeva la revoca delle sue deleghe operative e l’avvio di una proposta di aumento di capitale riservata a un nuovo investitore. L’assemblea dei soci avrebbe dovuto pronunciarsi sui passaggi di propria competenza, ma il primo voto poteva cambiare la direzione della società.
La sera precedente, Renata ricevette una copia dell’antica deroga firmata da Vittorio. In fondo appariva una frase aggiunta a mano: «Intervento definitivo da verificare a cura di A. Neri». La data era di quattro anni prima. Non provava chi avesse falsificato il nuovo collaudo, ma dimostrava che Alberto era stato informato del problema sin dall’inizio.
Renata lasciò il foglio sul tavolo. Il giorno dopo avrebbe potuto accusare Neri davanti al consiglio. Oppure avrebbe potuto limitarsi a difendere il proprio incarico e proteggere il nome di suo padre.
Per la prima volta, le due scelte non coincidevano.













