Daniele si alzò dalla poltrona senza toccare il contratto. Attraverso la vetrata vide un giardiniere raccogliere foglie da un vialetto che sembrava non essersi mai sporcato. In quel salone persino il silenzio aveva un prezzo, e lui aveva imparato a diffidare delle cose troppo costose per essere spiegate.
«Comincia dall’inizio», disse. «E stavolta senza cifre.»
Renata aprì una cartella sottile. Ne estrasse una fotografia di un quadro elettrico industriale e un certificato di collaudo. In fondo al foglio, sotto la data di cinque settimane prima, compariva una firma che Daniele riconobbe immediatamente: la propria.
«Questo documento autorizza l’utilizzo di una linea di alimentazione d’emergenza nel nostro stabilimento di Vimercate», spiegò lei. «Secondo chi l’ha redatto, tu hai verificato l’impianto.»
Daniele avvicinò il foglio alla luce. Il timbro apparteneva a una società per cui aveva effettuato lavori saltuari, ma non da oltre un anno. Sulla relazione si leggeva che tutte le prove erano state completate senza anomalie.
«Io questa firma non l’ho messa.»
Renata non parve sorpresa. «Ne sei certo?»
«Quel giorno accompagnavo Sofia a una visita dal dentista. Ho la fattura, l’appuntamento sul telefono e una fotografia di lei con una guancia gonfia. Ma non mi serve un alibi per riconoscere una firma falsa.»
«E l’impianto?»
Daniele osservò di nuovo l’immagine. Due anni prima aveva lavorato su quella cabina, una delle tante che garantivano la continuità elettrica alla produzione. Si ricordava una linea secondaria che si inseriva con qualche secondo di ritardo. Aveva raccomandato di non considerarla una ridondanza pienamente affidabile finché il difetto non fosse stato corretto.
«Io avevo scritto che serviva un intervento. Qui invece risulta tutto perfetto.»
Renata gli mostrò un’altra pagina. La società stava per ottenere un’importante linea di credito sulla base di un programma di consegne. Le certificazioni tecniche, incluse quelle degli impianti, facevano parte della documentazione fornita agli istituti finanziatori.
«Se qualcuno ha nascosto problemi reali», disse Daniele, «non hai soltanto un problema di firme.»
«Lo so.»
«Devi chiamare chi di dovere. Un avvocato, i controllori, chiunque sia competente. Non ti serve un fidanzato.»
Una donna entrò dalla porta laterale con una borsa di cuoio. Aveva un cappotto blu e l’aria di chi non aveva tempo per il teatro. Renata la presentò come Giulia Conti, la sua legale di fiducia.
Giulia appoggiò una mano sul contratto ancora chiuso. «Il signor Moretti ha ragione su una cosa. Nessuna relazione affettiva gli darebbe il diritto di consultare documenti riservati dell’azienda. Non intendiamo fingere il contrario.»
«Allora perché questa messinscena?»
«Perché Renata ha bisogno di un consulente tecnico indipendente e di una persona che possa accompagnarla senza dipendere dai dirigenti che stanno controllando ogni appuntamento. Due esigenze diverse. La seconda, sul piano pubblico, può sembrare una relazione.»
Daniele incrociò le braccia. «Può sembrare o deve sembrare?»
Renata rispose al posto dell’avvocata. «Vorrei che lo sembrasse. Marco conosceva tutto della mia vita privata. Dopo che se n’è andato, Alberto Neri, l’amministratore delegato ad interim, ha cominciato a far circolare l’idea che io non sappia più decidere da sola. Se mi presento con un tecnico assunto all’ultimo minuto, proveranno a screditarlo. Se mi vedono con una persona che considero vicina, dovranno trovare un altro modo.»
«La tua vicinanza si compra con undici milioni?»
Per un attimo Renata abbassò gli occhi. Giulia intervenne, spiegando che quella era la cifra massima proposta per sei mesi di disponibilità esclusiva, rischio professionale e rinuncia ad altri incarichi, da regolare tramite un accordo scritto, verifiche fiscali e un deposito vincolato. Non era denaro che sarebbe comparso sul suo conto il mattino seguente. Daniele sentì comunque il peso del numero.
«Hai il quarantadue per cento delle azioni», continuò Giulia. «Non possono semplicemente cancellarlo. Possono però toglierti la presidenza operativa. E stanno preparando un aumento di capitale che, se approvato e costruito per favorire un investitore vicino a Neri, potrebbe ridurre molto il tuo peso.»
«E gli altri soci?»
«Hanno paura. Le commesse sostengono quasi tremilaottocento stipendi. Neri sta convincendo alcuni di loro che solo un nuovo finanziatore garantirà le consegne.»
Daniele non comprendeva tutti i passaggi societari, ma riconosceva una procedura che aveva visto nei cantieri: prima si dichiarava urgente un lavoro, poi si diceva che non c’era tempo per controllarlo.
«Come hai trovato il mio nome?» chiese.
«La copia del certificato è arrivata in una busta anonima», rispose Renata. «Quando ti sei presentato in ospedale, conoscevo soltanto il tuo nome. Dopo, ho chiesto a Giulia di verificare che fossi davvero tu. È stata una coincidenza. Una di quelle che non avrei creduto possibili.»
Daniele ripensò alla telefonata. «E il numero sbagliato?»
Renata arrossì leggermente. «Quello l’ho composto io. Cercavo Marco nei contatti recenti senza riuscire a mettere a fuoco lo schermo. Ho toccato il nome sbagliato. Non sapevo ancora che esistesse una relazione con la tua firma.»
Giulia aggiunse che la busta anonima era stata conservata e che il documento sarebbe stato sottoposto a una verifica indipendente. Nessuno gli chiedeva di recuperare dati entrando illegalmente nei sistemi della Bellini. Avrebbe potuto esaminare soltanto materiale acquisito legittimamente e riferire ciò che sapeva in prima persona.
«Un limite, però, lo metto io», disse Daniele. «Mia figlia resta fuori. Non pronunciate il suo nome davanti ai giornalisti, non mandate nessuno a scuola e non mi chiedete di mentirle.»
«D’accordo», disse Renata senza consultare l’avvocata.
Daniele si rimise in piedi. «Non firmo oggi. Devo parlare con Sofia. E con il commercialista, perché a casa mia una cifra simile non l’abbiamo mai vista nemmeno scritta.»
Renata gli porse una copia del certificato, non dell’originale. Prima di lasciarlo andare, indicò una sigla sul margine della pagina: E4-B.
«Ti dice qualcosa?»
Daniele la fissò. Quella non era la denominazione prevista dal progetto che ricordava. La linea secondaria si chiamava E4-R, dove la R indicava la riserva. La lettera B non appariva in nessuna delle tavole che aveva utilizzato.
«Sì», rispose lentamente. «Mi dice che qualcuno ha cambiato il nome di un circuito. E vorrei capire perché l’ha fatto prima di metterci sopra la mia firma.»
Uscì con il foglio ripiegato nella tasca interna della giacca. Per la prima volta dall’inizio di quella visita, gli undici milioni non erano la cosa a cui pensava.













