Rimasi a Spoleto ancora un’ora, ma non chiesi a Marta di raccontarmi tutto ciò che ricordava.
Avevo già visto la sua pazienza consumarsi nel momento in cui mi aveva mostrato la risposta di Silvia.
Non volevo trasformare il nostro primo incontro in un interrogatorio su un dolore che lei aveva dovuto attraversare senza di me.
«Posso fotografare quella lettera?» le chiesi.
«Certo. Ma non voglio che la usi per costringere tua madre a chiedermi perdono. Non mi servono parole dette perché qualcuno le pretende.»
«La userò per fare una domanda alla quale ho diritto di avere risposta.»
Marta annuì.
Prima di salutarci scambiammo due numeri, non soltanto uno: il mio e quello che usavo quando ero in casa, dove a volte il telefono prendeva male.
Era una precauzione banale, ma mi commosse.
Per una volta stavamo pensando a come non perderci di vista, invece di spiegare perché ci eravamo perse.
Da Spoleto guidai fino a Foligno.
Non avvertii mio padre perché temevo che avrebbe preparato una versione comoda prima del mio arrivo.
Lo trovai nel cortile della sua palazzina, intento a spostare dei vasi prima della pioggia.
Aveva i capelli ormai quasi bianchi, ma lo stesso modo di avvicinarsi a me con un sorriso che cominciava dagli occhi.
«Giulia! Non mi avevi detto che passavi.»
«Ho incontrato Marta.»
Il sorriso scomparve.
Mio padre lasciò il vaso sul gradino e si appoggiò alla ringhiera.
«Allora finalmente ti ha trovata.»
Non mi aspettavo quelle parole.
«Tu sapevi che mi stava cercando?»
«Sapevo che avrebbe voluto. Ne parlavamo qualche volta.»
«E tu non mi hai mai detto nemmeno che esisteva.»
Andrea aprì la porta del pianterreno senza rispondere.
In cucina preparò due bicchieri d’acqua, poi ne lasciò uno davanti a me.
Non provò a chiamare Silvia.
Questo, almeno, mi disse che sapeva di dover parlare per sé.
«Marta è nata prima di me», dissi. «Sei suo padre. È vero?»
«Sì.»
«Eri già sposato con mamma?»
Lui si passò la mano sulla fronte.
«Sì. Io e Silvia eravamo sposati da poco. Ho avuto una relazione con Elisa, e quando Marta è nata ho riconosciuto che era mia figlia. Ma riconoscerla su un documento è stato molto più semplice che assumermi le conseguenze delle mie scelte.»
La chiarezza della risposta non cancellò nulla.
Semplicemente mi lasciò senza una scusa alla quale aggrapparmi.
Non potevo dire che fosse stato un malinteso.
«Mamma lo sapeva già quando Marta è venuta da noi?»
«Sì. L’aveva scoperto da tempo. Elisa si era ammalata e aveva chiesto aiuto. Silvia disse che una bambina non doveva pagare per le mie azioni. Accettò che Marta venisse a stare con noi, prima per poche settimane. Poi diventò una vita intera, almeno per voi due.»
«Allora perché non l’abbiamo tenuta?»
Mio padre si sedette.
Non guardò subito me, ma il bicchiere sul tavolo.
«Quando Elisa morì, si dovette decidere dove Marta avrebbe vissuto stabilmente. Sua zia Nadia poteva occuparsi di lei e le voleva bene. Silvia era stanca, arrabbiata con me. Io continuavo a dire che avrei trovato una soluzione, però non facevo niente di concreto. Alla fine acconsentii al trasferimento da Nadia.»
«Avevi una figlia di nove anni e l’hai mandata da sua zia perché era la soluzione più semplice.»
«Sì», disse dopo un lungo silenzio. «Lo era per gli adulti. Non per Marta.»
Sentii una rabbia nuova.
Da bambina avevo pensato che mio padre fosse l’uomo che risolveva qualsiasi cosa: i rubinetti, le serrature, le ruote della bicicletta.
Avevo confuso la sua capacità di aggiustare gli oggetti con la disponibilità ad affrontare ciò che aveva rotto tra le persone.
«Non hai nemmeno provato a dirmi che era mia sorella.»
«Avevi sette anni. Dopo la partenza di Marta non mangiavi, la chiamavi la sera. Silvia pensò che fosse meglio lasciarti allontanare da quel ricordo. E io accettai, come avevo accettato troppe cose.»
«Non è una spiegazione. Quando avevo dodici anni potevi parlarne. O diciotto. O ventinove.»
«Hai ragione.»
Mio padre non alzò la voce.
Non gli concessi per questo il premio del perdono.
Una risposta senza difese era soltanto il punto da cui una conversazione onesta avrebbe potuto cominciare.
Gli mostrai la fotografia della lettera scritta da Silvia quando avevo diciotto anni.
Lesse lentamente, arrivò alla frase «Giulia preferisce non avere contatti» e chiuse gli occhi.
«Non sapevo che avesse scritto questo.»
«Ma sapevi che io non avevo scelto.»
«Sì.»
«Allora non importa quanto fossi informato su quella singola lettera. Mi hai lasciata vivere nella stessa bugia.»
Per la prima volta lo vidi arrossire per la vergogna.
Si alzò, aprì un cassetto e ne estrasse un vecchio calendario con le pagine fissate da un elastico.
Su alcuni mesi c’erano annotazioni di visite a Spoleto, insieme ai giorni in cui era passato a prendermi dopo la scuola.
«Ho visto Marta, negli anni. Non abbastanza. Non quanto meritava. Queste date non dimostrano che sono stato un buon padre. Dimostrano soltanto che non avrei mai potuto fingere di aver dimenticato.»
Mi fece scorrere le pagine senza trattenerle.
Era una prova della sua memoria, non della sua innocenza.
Rimisi l’elastico al suo posto.
«Voglio parlare con lei senza che tu mi dica che cosa dovremmo diventare», dissi.
«È giusto.»
«E voglio capire perché mamma abbia scritto quelle parole a nome mio. Non devi telefonarle per avvertirla.»
«Non lo farò.»
Prima di andarmene Andrea mi accompagnò al cancello.
«Giulia, non chiedere a Marta di considerarci una famiglia soltanto perché abbiamo lo stesso sangue. Io l’ho fatto per anni, senza esserci quando serviva.»
Pensai alle mani di Marta intorno alla tazza, al modo in cui mi aveva lasciata libera di scegliere un abbraccio.
Capivo finalmente che la nostra parentela era un fatto, ma il rapporto che potevamo costruire non lo era ancora.
Avremmo dovuto guadagnarcelo, giorno dopo giorno.
Quando tornai alla casa sulle colline, le finestre erano accese e la porta della cucina era socchiusa.
Silvia aveva lasciato intatte le due tacche, ma stava riordinando gli album sul tavolo.
Appoggiai accanto a lei la fotografia della risposta del 2015.
«Questa volta», dissi, «non voglio sapere che cosa pensavi fosse meglio. Voglio sapere perché hai parlato al posto mio.»
Era una domanda alla quale mia madre non poteva rispondere spostando un pennello o chiudendo una scatola.
Per ascoltare la verità che Silvia aveva taciuto per undici anni, continua con la Parte 5.













