Partii per Spoleto la mattina seguente, senza chiedere a mia madre di accompagnarmi.
Avevo dormito poco, con la fotografia delle due bambine sul comodino e la lettera dentro la borsa.
Prima di uscire dalla casa, tornai in cucina e fotografai anche le due tacche sullo stipite.
Temevo che, una volta lontana, avrei cominciato a dubitare perfino di quelle.
Il bar indicato da Marta era piccolo, con tre tavolini all’aperto e una vetrata affacciata sul piazzale della stazione.
La vidi prima che lei vedesse me.
Aveva capelli scuri raccolti in una coda, una giacca blu e le mani strette intorno a una tazza vuota.
Non assomigliava abbastanza a me da farmi riconoscere subito una parentela.
Poi si spostò una ciocca dalla fronte con il dorso delle dita.
Era un gesto che facevo anch’io quando ero nervosa.
«Marta?»
Si alzò così in fretta che la sedia sfiorò il muro.
Mi guardò senza toccarmi, lasciandomi lo spazio di scegliere.
«Ciao, Giu.»
La abbracciai prima di aver deciso di farlo.
Non fu il ritorno improvviso di tutti i ricordi; sentii soltanto una persona vera, con il cappotto freddo e il respiro trattenuto, che non stavo più cercando dentro un disegno.
Quando ci separammo, aveva gli occhi lucidi.
«Scusa», disse. «Mi ero preparata a una stretta di mano.»
«Anch’io.»
Ridemmo per un istante, quasi con vergogna.
Quell’istante mi fece capire quanto fosse ingiusto aspettarsi che due persone separate da ventidue anni sapessero subito come stare insieme.
Ordinammo due caffè.
Le raccontai della pittura, del pennello fermato a mezz’aria e della busta sotto la scatola di fotografie.
Marta ascoltò senza interrompermi.
Quando arrivai alla frase di Silvia, «Ho fatto in modo che tu non lo sapessi», abbassò gli occhi.
«Mi dispiace che tu l’abbia scoperto così.»
«A me dispiace che tu abbia dovuto aspettare.»
«Non sapevo se aspettarti fosse una scelta giusta. Ho una vita, amici, persone che mi vogliono bene. Ma ogni tanto mi veniva in mente una bambina che mi correva dietro per le scale gridando il mio nome. Non riuscivo a convincermi che non avesse importanza.»
Le mostrai la foto delle tacche.
Marta passò un dito sullo schermo, senza ingrandire.
«Quella più bassa ero io», disse.
«Davvero? Avevi due anni più di me.»
«Ti mettevi in punta di piedi. Tuo padre doveva farmi piegare le ginocchia perché volevi risultare più alta. Alla fine aveva segnato due linee sbagliate e ci eravamo messe a ridere.»
Riguardai l’immagine.
Le tacche, da sole, non mi avevano detto chi fossimo.
Ora avevano anche il rumore di una risata.
«Perché sei arrivata a casa nostra?»
Marta lasciò andare la tazza.
«Mia madre, Elisa Ricci, era malata. Non sempre, non dall’inizio. Quando peggiorò, non poteva tenermi con sé. Andrea disse che avrei potuto stare da voi finché le cose non fossero cambiate.»
«Papà era un suo amico?»
Marta mi studiò il viso.
«Giulia, c’è una cosa che voglio dirti io. Non per ferirti. Perché se te la spiegano gli altri, avranno ancora il modo di scegliere le parole al posto nostro.»
Aprì la borsa ed estrasse una cartellina trasparente.
Dentro c’era una copia di un atto di nascita, con il suo nome e la data.
Accanto a quello di Elisa Ricci, nella voce relativa al padre, lessi Andrea Bellini.
Per alcuni secondi riuscii a vedere soltanto le due firme.
Mi tornò in mente la domanda fatta a Silvia, accanto alla credenza.
Non poteva rispondermi con una parola sola perché una parola, «sorella», avrebbe finalmente obbligato tutti a raccontare il resto.
«Siamo sorelle», dissi.
«Per parte di padre.»
«Tu lo sapevi quando vivevi con noi?»
«Sapevo che Andrea era mio padre. Sapevo anche che per tua madre era difficile. Nessuno mi aveva spiegato come si potesse essere figlie dello stesso uomo e non avere il diritto di dirlo a tavola.»
Sentii il bisogno di uscire dal bar, ma non volevo andarmene da lei.
Chiesi un bicchiere d’acqua, aspettai che le mani smettessero di tremare e tornai a guardarla.
«Dov’è Elisa adesso?»
«È morta quando avevo otto anni. Dopo, per un po’, ho creduto che sarei rimasta con voi. Invece sono andata a vivere con mia zia Nadia, a Spoleto. Mi ha cresciuta lei.»
«Ti hanno mandata via dopo che tua madre era morta?»
«Sì. Non è successo in una notte. Ricordo le discussioni, le porte chiuse, il mio zaino pronto nell’ingresso. Mi dissero che sarebbe stato meglio così.»
Marta non cercò di convincermi che ogni persona adulta fosse stata cattiva.
Disse che Nadia le aveva dato stabilità e affetto, che Andrea aveva telefonato negli anni senza essere mai davvero presente e che Silvia, nei pochi incontri successivi, l’aveva trattata con una gentilezza rigida.
Quella precisione mi colpì più di un’accusa assoluta.
«E io?» domandai. «Ti hanno detto che cosa pensavo io?»
Marta rimase in silenzio.
Poi aprì un’altra tasca della cartellina.
Ne uscì un foglio ingiallito, piegato in quattro: il disegno di una casa rossa con due bambine davanti.
Nel margine, con lettere infantili, c’era scritto «TORNA MARTA».
Riconobbi il tratto incerto della mia mano.
Non avevo inventato una compagna di giochi.
Avevo disegnato un’assenza.
«L’avevi lasciato nel mio zaino», disse Marta. «L’ho portato con me in tutte le case dove ho vissuto.»
«Mamma mi ha detto che la bambina del disegno era immaginaria.»
Marta non rispose subito.
Mi lasciò guardare il foglio, finché non fui io a restituirglielo.
«A diciotto anni ho provato a contattarti», disse infine. «Ho scritto a quella casa, indirizzando la lettera a Silvia perché non conoscevo il tuo nuovo recapito.»
«Io non ho ricevuto niente.»
«Lo so adesso.»
Prese una terza carta, più recente del disegno.
Era una risposta con una firma che avrei riconosciuto ovunque.
«Tua madre mi scrisse che sapevi tutto e che avevi scelto di non vedermi. Per anni ho cercato di rispettare una decisione che non avevi mai preso.»
La firma era di Silvia.
E per la seconda volta in due giorni mi trovai davanti a una menzogna che non apparteneva soltanto al passato.
Per la prima volta non avevo soltanto una domanda sul passato.
Avevo davanti una lettera che dimostrava come il nostro presente fosse stato deciso da qualcun altro.
Tornando alla macchina, capii che avrei dovuto guardare negli occhi anche mio padre prima di affrontare Silvia.
Per capire perché anche Andrea aveva lasciato durare quel silenzio, continua con la Parte 4.













